Una cometa a Roma: Sergio Corazzini

In una notte di primavera del maggio 1905, mentre Roma era avvolta dall’oscurità e i lampioni faticavano a illuminare i vicoli polverosi e sudici, un giovane si aggirava con passo leggero. Aveva la testa piegata verso destra, in un atteggiamento di contemplazione, e osservava le stelle: non gli parevano così distanti. Intorno regnava il silenzio. Di giorno, per le strade, riecheggiavano grida, strepiti, strascicamenti. C’era un gran via vai di carretti trainati da asinelli, greggi di pecore, venditori di ogni tipo di merce: tappezzieri con stoffe dai colori sgargianti, macellai che vendevano carne sanguinolenta, maniscalchi, carpentieri, fruttivendoli, vinai, droghieri. Nell’aria si respirava un forte odore di frittura e di pesce sotto sale. Di notte, invece, la città sprofondava in un sonno profondo. Le luci si consumavano lentamente lasciando alla luna il compito di rischiarare il profilo dei palazzi, delle chiese e delle rovine. Il giovane attendeva trepidante le ore notturne perché nel silenzio delle vie addormentate aveva la sensazione che il tempo gli concedesse una pausa, e la vita fosse consacrata all’immortalità. Così, non appena sentiva la mente ardere e i versi farsi strada, salutava gli amici riuniti al Caffè Sartoris per bere Pernod, fumare sigarette Capstain e atteggiarsi a bohemien, e partiva alla ricerca di qualche chiesa abbandonata. Un’incantevole gioia di vivere lo stava chiamando e lui gli correva incontro, a braccia aperte.

*

E’ così che immagino una notte di Sergio Corazzini, il poeta fanciullo, lo spirito nobile, la creatura fragile e sensibile che pur sapendo di morire ha saputo illuminare la vita. La sua breve esistenza, testimoniata da un centinaio di poesie, si può riassumere in un colloquio costante con la morte. Morte letteraria e morte della carne.

Sergio Corazzini nacque il 6 febbraio 1886 e morì, a ventuno anni, il 17 giugno 1907. Un giorno scrisse: “La mia vita sarà, senza dubbio, di assai breve durata”. Era già malato di tubercolosi, come Novalis, come Keats. Ma Corazzini non voleva morire. Fu costretto a morire, di quel ‘mal sottile’ che sterminò anche suo fratello Gualtiero e sua madre Carolina. Solo il padre, Enrico, che lo costrinse a lasciare gli studi e a cercarsi un lavoro a causa delle sue sciagurate speculazioni di Borsa, ne rimase immune. Ancora a pochi giorni dalla morte, Corazzini era proteso verso la vita. Si era commosso al passaggio delle prime rondini e scriveva nuovi versi a letto. Il morbo non aveva intaccato né la forza né la fiducia, che facevano parte della sua anima.

Nell’unico ritratto a nostra disposizione, la figura di Corazzini ci appare come quella di un giovane dal volto pallido, con i capelli bruni adagiati sulla fronte larga come un’onda morbida. Le labbra sono carnose, le guance paffute, gli occhi grandi e pieni di vita. C’è timidezza infantile nello sguardo, ma anche un certo orgoglio. La posa è da poète maudit, come il Rimbaud adolescente. In entrambi i poeti – ma solo in questo caso – si ha la sensazione di osservare la vita che sboccia e che prende forma. Se in Rimbaud è la vivacità e la sfrontatezza a prevalere, in Corazzini è la bontà e la profondità dello sguardo. E’ una creatura delicata ed è così che lo descrivono anche gli amici, con quella faccia un po’ reclina, la voce calda e soave, l’andatura incerta come il volo dell’allodola. Aveva la smania dell’eleganza: indossava ampi cappotti, camicie dal colletto alto, cravatta a papillon; a volte si presentava con il bastone e il garofano all’occhiello. E’ per quell’aria da dandy che l’amico Fausto Maria Martini lo ribattezzerà il semidio.

*

Sergio Corazzini visse con la famiglia in una casa in via dei Sediari 24, a pochi passi da Piazza Navona. L’edificio non esiste più, fu demolito negli Anni Trenta per realizzare Corso del Rinascimento. Di Corazzini oggi non resta più nulla di tangibile. Altri luoghi di Roma che hanno fatto parte della sua vita sono stati la scuola elementare di via della Palombella, dietro il Pantheon; la tabaccheria gestita dal padre in via del Corso, tra il Caffè Sartoris e la gioielleria Suscipi; il Caffè Aragno in via del Corso 180 (che serviva birra di Vienna e buffet alla francese); l’ufficio della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’ dove fu assunto come impiegato, al quarto piano di un palazzo di Via del Corso (di fronte a dove oggi sorge la Casa di Goethe); infine le chiese abbandonate o le cappelle private che Corazzini amava visitare: San Saba, Sant’Urbano, Santa Prassede, San Luca, la Ferratella a San Giovanni.

Nel 1901 Roma contava 422.411 abitanti. Era una città ancora piccola, divisa tra la zona antica, rossastra, dove risplendeva il fascino delle rovine al sole, e quella di nuova costruzione, con i palazzi nudi e le strade vuote, dove si camminava tra la terra e l’erba fino alla campagna. Ogni inverno il Tevere esondava allagando non solo le abitazioni costruite a ridosso del fiume, ma anche il centro. “E’ una città che trasuda umidità e odore da caverna”, annoterà Emile Zola nel suo diario alla fine dell’Ottocento, “ma all’interno dei palazzi si sente l’immensità”.

Come nella migliore tradizione della Belle époque, da Parigi a Vienna, da Praga a Berlino, sono i Caffè storici il centro della cultura. A Roma i giovani scrittori si ritrovavano al Caffè Sartoris e al Caffè Aragno, dando vita a veri e propri cenacoli letterari. In quei saloni fumosi passavano ore e ore a discutere di poesia e letteratura; leggevano le gazzette dell’epoca: ‘Marforio’, ‘Trasteverino’, ‘Fracassa’, ‘Rugantino’, ‘Gran Mondo’, ‘Vita letteraria’, ‘Rivista di Roma’ e ne fondavano di nuove, come le ‘Cronache latine’. Mai una generazione aveva avuto così cieca fiducia nel progresso. Il tenore di vita delle famiglie era in costante ascesa, i giovani guardavano con favore alle arti e alle scienze e, in generale, il mondo sembrava girare intorno alla massima vivi e lascia vivere. Stefan Zweig lo definirà “il mondo della sicurezza”, dove “nessuno credeva a guerre, rivoluzioni e sconvolgimenti e la vita era veramente degna di essere vissuta. Si credeva nel progresso più che nella Bibbia”.

Corazzini amava sua madre. Da lei aveva ereditato la bontà, l’umiltà francescana, l’educazione religiosa e una certa malinconia. Più di una volta l’aveva difesa o consolata quando il padre – ricordato nelle testimonianze dell’epoca come un uomo dall’aspetto volgare, sanguigno e grossolano – tornava a casa disperato per avere perso i soldi e la incolpava di aver portato in casa la tubercolosi. La signora Lina era una donna esile, pudica, malaticcia; vide morire due dei suoi tre figli e infine si arrese anche lei, nel 1924. Solo il padre sopravvisse, ma dopo aver sperperato tutti i soldi che aveva agonizzò di stenti e finì in un Ospizio di mendicità. Eppure solo pochi anni prima la famiglia Corazzini aveva un alto tenore di vita, che consentiva a Sergio e a suo fratello Gualtiero di frequentare il collegio a Spoleto. Il padre, oltre alla pensione di ex impiegato alla Dataria pontificia, era amministratore delle tenute di casa Del Drago e gestiva la tabaccheria di via del Corso. Quando cominciarono le difficoltà finanziarie, ritirò i figli dagli studi e impose a Sergio non solo di lavorare, ma di versare a lui metà dello stipendio da impiegato della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’, che ammontava ad appena 90 lire al mese.

Come Kafka, costretto a dividersi tra l’ufficio all’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori per il regno di Boemia e la casa borghese dove viveva con la famiglia – l’altro suo carcere, lo definirà Pietro Citati – così Sergio Corazzini trascorreva le giornate tra la “cella triste” di Via del Corso e “l’altra prigione” di Via dei Sediari. A differenza di Kafka, però, che attendeva le ore notturne per liberare i suoi fantasmi e scrivere senza sosta tutta la notte, Corazzini nascondeva tra le pratiche i foglietti con i versi scritti nella giornata, “il passaporto dalla miseria della vita del giorno”. L’ufficio era una stanzetta buia e tetra nell’ammezzato di un vecchio edificio. Per accedervi bisognava salire per una scaletta a chiocciola aperta in fondo alla portineria. E’ il quel luogo triste e squallido che nasceranno alcuni versi dei Soliloqui di un pazzo. Ma è anche in quell’ufficio che Corazzini sarà costretto a nascondere i suoi libri, acquistati alla libreria Bocca di Piazza Colonna, temendo che il padre potesse sequestrarli. Leggeva Pascoli e D’Annunzio, i poeti francesi Samain, Jammes, Maeterlinck, Rodenbach, Guérin, Laforgue, Klingsor, ma anche Baudelaire, Gide, Maupassant e Balzac. In una lettera del 31 agosto 1906 scrive: “Oggi, come dice Maupassant, ho veramente l’impressione dello spuntar delle ali alle spalle”.

Un giorno il capoufficio quasi lo sorprende scrivere versi. Corazzini fa appena in tempo a nascondere il foglio nel copialettere. Su quel foglio, che la sera leggerà agli amici – attoniti nell’ascoltarlo mentre passeggiano su una strada campestre – c’è  il suo colloquio con la Morte.

Desolazione del povero poeta sentimentale

I.

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange

Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

II.

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

III.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tremare d’amore e d’angoscia;

solamente, perché, io sono, oramai

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:

sono solo un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV.

Oh, non meravigliarti della mia tristezza!

E non domandarmi;

io non saprei dirti che parole così vane,

Dio mio, così vane,

che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.

Le mie lagrime avrebbero l’aria

di sgranare un rosario di tristezza

davanti alla mia anima sette volte dolente,

ma io non sarei un poeta;

sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo

cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.

E i sacerdoti del silenzio sono i romori,

poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli esseri umani,

povera tenera preda del primo venuto;

e desiderai di essere venduto,

di essere battuto

di essere costretto a digiunare

per potermi mettere a piangere tutto solo,

disperatamente triste,

in un angolo oscuro.

VII.

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

VIII.

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per esser detto: poeta, conviene

vivere ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen.

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3 risposte a "Una cometa a Roma: Sergio Corazzini"

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