Leggendo Natalia Ginzburg ho capito la letteratura di oggi. Non è vero che ha smesso di pensare

di Alessandro Melia

ginzburgDopo aver letto in rapida successione Le piccole virtù, Mai devi domandarmi, Non possiamo saperlo e Vita immaginaria, mi sembra di non poter fare più a meno di Natalia Ginzburg. Forse perché i suoi scritti, mai conformisti e mai pretenziosi ma di un’assoluta sincerità, ci riguardano da vicino occupandosi di questioni come l’infanzia, la solitudine, la ricerca di una casa, i rapporti di coppia. “Natalia possiede antenne misteriose che captano gran parte dei sentimenti profondi della gente” diceva Giulio Einaudi. Così, mentre racconta un fatto che le è accaduto, abbiamo la sensazione di scoprire qualcosa di noi che già sapevamo ma con cui avevamo perso i contatti. Le sue parole ci scavano dentro portando alla luce bisogni, paure, desideri.

Mi sono appassionato a Natalia Ginzburg leggendo Lui e io, un poema sul rapporto ventennale con il secondo marito, Gabriele Baldini, che sfocia in un’analisi di coppia a volte divertente, a volte malinconica, soprattutto tenera. Ho continuato con Le piccole virtù, che dà il titolo alla prima raccolta. In questo breve saggio la Ginzburg affronta l’educazione dei figli, ai quali non bisogna insegnare le piccole virtù, ma le grandi. “Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”. Infine ho letto Il mio mestiere, uno dei testi più limpidi e appassionati sull’arte della scrittura, in cui emerge tutto l’amore della Ginzburg per il suo lavoro: “Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo della mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia. Questo è il mio mestiere e lo farò fino alla morte”. Quasi un testamento, che mi ha fatto pensare a Bernard Malamud e al suo “Storie, storie, storie: per me non esiste altro” ( le lezioni di scrittura le ha raccolte Francesco Longo in un libricino pubblicato da Minimum fax). Il mio mestiere è stata la prima tappa di un percorso che mi ha portato a leggere anche La critica, Ritratto di scrittore, L’altro secolo, Senza una mente politica e L’uso delle parole. Questi scritti, messi insieme, al pari de Il rumore sottile della prosa di Giorgio Manganelli, offrono gli strumenti di cui abbiamo bisogno per muoverci nell’ambito letterario, ma soprattutto ci permettono di capire lo stato attuale della letteratura italiana.

Prendiamo l’intervista su Repubblica ad Alberto Asor Rosa. L’autore di Scrittori e popolo (ora in uscita con il sequel Scrittori e massa) si dice convinto “dell’analisi di Emanuele Trevi: la letteratura ha smesso di pensare. E l’unico compito che lo scrittore si assegna è lo storyteller”. Un’affermazione netta. Ma cosa aveva detto Emanuele Trevi? Dopo alcune ricerche, ho trovato in Qualcosa di scritto, libro finalista al Premio Strega del 2012, il riferimento di Asor Rosa. Secondo Trevi a un certo punto la letteratura si è arrestata. Non è morta “come da più di cent’anni si sperava o si temeva. Rimane – ahimè – più viva e vegeta che mai: semmai restringe drasticamente, una volta per tutte, le sue potenzialità e le sue prerogative”. Trevi cita Raymond Carver, che “rappresenta lo straordinario cambiamento che si è verificato. Nei suoi libri, noi assistiamo alla sconcertante spettacolo di una letteratura che non pensa più nulla. L’unico compito che lo scrittore si assegna è quello dello storyteller”. Per Trevi da quel momento “inizia un’epoca in cui l’eccellenza letteraria coincide sempre di più con l’abilità a intrattenere”. Premesso che Carver è stato sì un narratore, ma tutt’altro che privo di pensiero – la società americana, il deteriorarsi dei rapporti umani sono temi che emergono sottotraccia in ogni racconto, non è cosa di poco conto – è evidente come Asor Rosa abbia esteso l’analisi di Trevi alla letteratura di oggi, peccando di generalizzazione, considerato dalla Ginzburg “uno dei tristi vizi della società”.

A me pare che la letteratura pensante in Italia esista. Bisogna solo andarla a cercare. E’ necessario compiere uno sforzo maggiore rispetto al passato, sicuramente essere più indulgenti, ma per usare una definizione di Guido Mazzoni nel libro I destini generali (uscito per la collana Solaris di Laterza, una delle operazioni editoriali più interessanti e pensanti degli ultimi anni)  “oggi tutto quello che interessa, a cominciare dai conflitti fra legami e piacere, si gioca nel tempo presente e nello spazio del privato”. E’ dentro questo perimetro che si deve compiere un’analisi. Non fuori o con l’occhio rivolto al passato, quando la società italiana e letteraria era diversa, aveva più sete di conoscenza e voglia di essere presente nei fatti che li riguardavano. Oggi gli scrittori puri quasi non esistono più, molti svolgono altri lavori per sopravvivere. Il mercato editoriale punta sempre più al mainstream (alla massa, per dirlo alla Asor Rosa), cerca il profitto tramite sinergie imprenditoriali (Rcs-Mondadori) e fa credere che chiunque possa scrivere, essere pubblicato e vincere premi (self publishing e corsi di scrittura a pioggia). Smarrirsi o arrendersi alla generalizzazione è dunque facile, ma ci sono editori, scrittori e riviste che non hanno mai smesso di confrontarsi con chi li ha preceduti, per comprendere chi siamo oggi e da che parte stiamo andando.

La collana Solaris di Laterza, che ha pubblicato i primi quattro testi a metà tra il saggio e il racconto (di Giorgio Falco, Guido Mazzoni, Vanni Santoni e Daniele Giglioli) ne è un esempio. Così come la raccolta di racconti di Minimum fax L’Età della febbre, che raccoglie testi di scrittori under 40 ai quali è stato chiesto di raccontare il proprio tempo. Un’operazione simile l’ha fatta anche Goffredo Fofi che dalle pagine della rivista Lo Straniero ha chiesto a sessanta scrittori italiani una riflessione sul legame che intercorre tra letteratura e realtà. Ne è nato il volume Il racconto onesto (Contrasto) che sembra rispondere proprio ad Asor Rosa che lamenta negli scrittori di oggi la mancanza di un confronto con chi è venuto prima. Nel panorama italiano attuale  poi  ci sono scrittori, anche giovani, che hanno cercato di coniugare il passato con il presente: penso ad Andrea Vitali, Antonio Scurati, Alessandro Piperno, Paolo Di Paolo, Fabio Stassi, Nadia Terranova. Infine continua a esistere una rivista come Nuovi Argomenti che non ha mai perso questa capacità. Se devo individuare una mancanza invece, direi che questa è nella critica. Molto è affidato al giudizio (non incrollabile) di un giornalismo culturale che troppo spesso strizza l’occhio a ristrette cerchie editoriali.

Infine c’è un aspetto, per niente marginale, su cui Natalia Ginzburg spesso rifletteva: “Gli intellettuali sono una cosa, i romanzieri un’altra. Gli intellettuali commentano la realtà, i romanzieri la rappresentano. Non credo che i romanzieri, e i romanzi che scrivono, possano mai essere utili alla vita pubblica. Credo fermamente nella loro splendida, meravigliosa, libera inutilità”. Sono pensieri scritti nel 1983 ma ancora attuali, e sono certo che se oggi fosse qui Natalia Ginzburg continuerebbe a dare il suo contributo, nonostante alle parole ‘problemi culturali’ fosse immediatamente colta da un senso di noia e di estraneità.

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3 risposte a "Leggendo Natalia Ginzburg ho capito la letteratura di oggi. Non è vero che ha smesso di pensare"

  1. Della Ginzburg ho letto soltanto “Lessico Familiare” e il suo articolo mi ha convinto ad approfondire questa scrittrice. Il caso ha voluto che leggessi, poco dopo, il primo tomo della Recherche da lei tradotto e potuto notare, dopo aver letto una buona prefazione, le espressioni da lei adottate per rendere la lingua di Proust.
    Concordo con la tesi secondo la quale la buona letteratura contemporanea c’è, basta cercare con cura. Allo stesso modo esistono degli spazi autorevoli dove informarsi di letteratura, tra cui il programma radiofonico Fahrenheit su Radio 3. Buona serata

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