Dialoghi da una libreria antiquaria romana

Spesso la mattina, prima di iniziare a lavorare, mi fermo a parlare con un libraio antiquario che gestisce un piccolo negozio vicino casa. I dialoghi che ne escono sono uno dei momenti migliori della giornata. Quello di oggi è andato più o meno così:

“Bella questa biografia su Pietro Bembo”. “Ah Bembo, quello che aveva la storia con Lucrezia Borgia. Lo dice il libro?”. “Aspetta che cerco…ecco…’Pietro aveva tutte le doti che Lucrezia cercava in uomo: colto, fascinoso, arrembante…e Lucrezia era irresistibile per Pietro. L’attrazione fu immediata’”. “Lo sai come si divertivano sì?”. “Già”. “Ma Bembo è morto a Roma?”. “Non lo so”. “Mi pare di sì…aspè…sì, vedì, a Roma nel 1547. E’ sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Oddio ma qual è?”. “Prendo l’Armellini?”. “Ah già, grande Armellini. Sì, guarda un po’ do sta”. “Maria sopra Minerva…Minerva…ah è a piazza della Minerva, al Pantheon”. “Oh lo sai che non ci sono mai entrato!”. “Manco io”. “Ma che dice l’Armellini?”. “Che ci sono sepolti pure Caterina da Siena e il Beato Angelico”. “Pensa te”. “L’andrò a vedere”. “Comunque puoi girà quanto te pare ma Roma è Roma…”. “Già”. “A Roma ce sta davvero di tutto…”. “Vero”. “Vabbè vai, la prossima volta te faccio vedè un libro de Casanova…n’artro che sapeva vive…”

Scintille: una sezione per raccontare le storie nascoste tra i libri di casa

Ogni tanto, guardando la libreria di casa, penso all’infinità di storie che ci sono. Non mi riferisco solo alle trame dei romanzi, ma anche alle vite degli autori, ai fatti storici, alle immagini, ai disegni, alle frasi che qualcuno ci ha scritto sopra. Allora mi viene voglia di raccontare quelle storie così come le ho scoperte o semplicemente come mi piace immaginarle. Per esempio, se guardo le Memorie d’oltretomba di René de Chateaubriand, immediatamente penso alle descrizioni nostalgiche dell’adolescenza passata nel castello di Combourg e all’ambiguo rapporto che aveva con la sorella Lucile, che alla fine prenderà i voti e si chiuderà in monastero; mi viene in mente Cioran, che nei Quaderni rivela la passione per gli scritti giovanili di Lucile; mi chiedo quali scrittori hanno avuto rapporti incestuosi e il pensiero va a George Trakl con la sorella Grete.

Ogni storia trascina dietro di sé altre storie, in una sequenza infinita, come sosteneva Borges. Estrapolare da un romanzo o da un diario o da una poesia o da un’immagine una o più storie, richiamarle alla mente, lasciare che si accendano come “scintille”, è un modo per stimolare la memoria, coltivarla, così come avveniva un tempo, e forse il metodo più efficace per raccontare qualcosa che ci ha colpito. Girare intorno alle cose, andare avanti e indietro, divagare, provocare quei circuiti fantastici teorizzati da Giulio Einaudi, per parlare di tutto. In questa sezione del blog scriverò delle “scintille” che si creano nella mia mente osservando i libri che ho in casa.

Storia breve di lui e di lei

Quella mattina, prima di tentare il suicidio, decise di fare colazione nel caffè dell’hotel. Scelse un tavolo in fondo alla sala e ordinò pane e marmellata di visciole. Dalla cucina uscì una ragazza. Capelli ricci. Occhi verdi. Pelle lattea. Indossava una maglia di cotone bianca con un fiocco nero sulla spalla e una gonna a pois. Da come si muoveva a da certe espressioni del viso che giudicò di inconsapevole sensualità, capì che avrebbe rimandato il suo piano di morte.

La mattina dopo si ripresentò nella sala caffè. Ordinò il pane e la marmellata di visciole e si concentrò sui fogli bianchi. Da quando sua moglie lo aveva abbandonato non era più stato in grado di disegnare, ma ora sentiva che quella ragazza rappresentava un’ultima occasione. Restò a spiarla mentre sparecchiava i tavoli. Un paio d’ore dopo terminò la bozza di un ritratto.

Il terzo giorno disegnò senza sosta. Lo strano bagliore che emanava il viso della ragazza lo stimolava a non fermarsi. Ogni tanto alzava gli occhi e la sorprendeva a sbirciarlo. Avrebbe potuto parlarle, ma non voleva rompere quel legame silenzioso. Le doveva la vita.

Il quarto giorno la porta a vetri del caffè era chiusa e le luci erano spente. Provò a bussare. Comparve una donna corpulenta con una scopa in mano. “Siamo chiusi. La ragazza non è arrivata”. Provò un senso di sconforto. Uscì fuori e si accasciò su una panchina a osservare il mare. Le raffiche di vento lo avevano fatto ingrossare, le onde spumeggiavano contro gli scogli. Restò così finché qualcosa di liscio gli sfiorò la mano. Si voltò di scatto.

– Ciao.

– Ciao.

– Mi sono accorta che avevi finito i fogli così ti ho comprato un album nuovo.

– Grazie.

– A cosa stavi pensando?

– A cose di tanto tempo fa. Ma ora smetto.

La scrittura e la morte: Il Salto di Sarah Manguso

Se mi chiedessero cos’è per te la narrativa, probabilmente risponderei: il modo migliore che conosco per esorcizzare la morte, parlando di morti. Quando leggiamo non solo riportiamo in vita la storia che stiamo leggendo – una storia che è già avvenuta e fa parte del passato – ma stiamo anche accendendo un faro sul nostro presente. Se lo scrittore è bravo ci consegnerà qualcosa che proviene dal mondo dei morti, ma che potremo fare nostro nel mondo dei vivi.

I libri che parlano di morte spesso sono memoir, diari, scritture che non seguono canoni prestabiliti, ma cercano i giusti sbocchi per raccontare l’esperienza umana. Sarah Manguso ci è riuscita egregiamente ne Il Salto (NNE), elegia per l’amico Harris J. Wulfson, suicida sotto un treno della metro di New York. Harris amava la musica, aveva un lavoro, un amore, una vita piena, ma soffriva di episodi psicotici ed è proprio dopo uno di questi che decide di fuggire dall’ospedale dove è ricoverato e di gettarsi sotto un treno in arrivo. Per la Manguso è un colpo terribile, Harris era il suo amico più caro e intimo, la capiva come nessun altro. La scrittrice conosce la psicosi perché anche lei ne ha sofferto, ha fatto uso (e continua a farne) di farmaci psicotropi e ha sperimentato gli effetti collaterali come la acatisia, sindrome che si manifesta come l’impossibilità di stare fermi per un’inquietudine, una sofferenza, un disagio insopportabile. Manguso rivela inoltre di aver avuto lei stessa la tentazione del suicidio; un gesto che in certe situazioni le sembra plausibile, razionale e non egoistico. Lo psicoanalista James Hillman ha scritto che il suicidio è un problema che non riguarda la vita, ma la vita e la morte insieme, e dunque più che essere spiegato attende di essere compreso. E’ questo il tentativo della Manguso: comprendere il suicidio di Harris e al tempo stesso comprendere se stessa di fronte al dolore, ricordandosi di essere, in fondo, soltanto “una particella in un processo cosmico che non ha niente a che fare con il desiderio o la giustizia”.

Ogni volta che leggo un libro dedicato alla morte di una persona cara, penso alla fatica fatta dall’autore. Se vuole trasmettere qualcosa al lettore non gli basta raccontare la cronaca di un avvenimento o la vita di quella persona; deve mettersi in gioco e attraversare il suo dolore, la sua vergogna, la sua paura, per risultare alla fine non più forte, ma consapevole. E’ un processo di scrittura e di analisi insieme a cui non si può sottrarre. Sarah Manguso ci si immerge fin dalla prima pagina, riuscendo così a stabilire un immediato legame con il lettore.

“Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo” (pagina 9); “Non parlatemi della ricca varietà di tradizioni funebri dagli albori della civiltà a oggi – non voglio sapere niente delle tradizioni. Non mi interessa scoprire come gli altri recitano il dramma della loro rovina. Voglio sapere del mio dolore, che è inconoscibile, come quello di tutti” (pagina 61);  “Quando un tuo amico si butta sotto un treno, tu ripeti agli altri tuoi amici che gli vuoi bene, nel caso si vogliano buttare sotto un treno prima che tu abbia la possibilità di dirglielo” (pagina 77); “Non posso misurare il mio dolore e nemmeno far vedere di che colore è. Il mio dolore è sempre e soltanto mio” (pagina 79); “A cosa serve il dolore? Spiegazione reale: l’amore rimane. Non c’è altro conforto” (pagina 81); “Quando Harris morì, decisi di trascorrere un po’ di tempo a immaginare tutte le morti che non potevo prevedere. Visualizzavo la morte dei miei genitori, di mio marito, dei miei amici. Quando la morte reale arriverà, l’avrò già vissuta. Il suo assalto non mi farà vacillare” (pagina 85); “Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo” (pagina 87).

Epicuro sostiene che non si deve temere la morte perché finché noi esistiamo lei non c’è e quando è arrivata noi non ci siamo più e dunque non può farci del male. E’ senz’altro vero, ma ciò che spaventa – e che ha spaventato Sarah Manguso – è il dolore, la sofferenza, l’incapacità di non essere più ciò che con tutte le forze si è cercato di essere.

Piccola guida alle librerie antiquarie e dell’usato di Roma

Nel 1929 Stefan Zweig scrisse il racconto Buchmendel (Mendel dei libri) per rendere omaggio alla cultura e raccontare uno dei pilastri della società di allora: il libro. Il personaggio, Jacob Mendel, trascorreva le giornate all’interno del Caffè Gluck leggendo (conosceva tutti i libri ed era in grado di procurarseli) e ignorando la vita circostante, al punto di non rendersi conto dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

A quasi un secolo di distanza, nelle nostre città, sepolti tra pile di volumi usati che nessuno sembra più volere, esistono uomini e donne che vivono le loro giornate come dei Jacob Mendel. Il modo più facile di incontrarli è entrare in una libreria antiquaria o dell’usato. Sono loro i custodi di opere (prime edizioni, rarità) di scrittori di cui non si sente più parlare perché non vengono ristampati o semplicemente perché la morte li ha condannati per sempre. Qualche nome? Antonio Delfini, Anna Maria Ortese, Mario Soldati, Anna Banti, Lalla Romano, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi. Ma anche raccolte di poesie di Sandro Penna, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Guido Gozzano o libri di critica ormai introvabili di Giovanni Macchia, Gianfranco Contini, Emilio Cecchi, Pietro Paolo Trompeo, Giacomo Debenedetti. Tutti autori da recuperare.

A Roma le librerie antiquarie o dell’usato, esclusi gli studi bibliografici e quelli che operano soltanto tramite ebay, sono poco più di una ventina. Diciassette di queste si sono riunite e hanno dato vita all’Associazione Pagine Romane, che ha lo scopo di far conoscere la cultura attraverso le forme tipiche del libro usato, d’occasione e d’antiquariato, e dei prodotti cartacei quali stampe, foto, grafica, fumetti, cartoline e documenti. Purtroppo le chiusure negli ultimi dieci anni si sono susseguite con sempre maggiore frequenza. Tra le più note hanno tirato giù la saracinesca la libreria Ardengo in Via del Pellegrino, Invito alla Lettura a Corso Vittorio Emanuele, la libreria Francesco Ponti a Via Tomacelli, la libreria Il Corsaro a Via Macerata, la libreria Della Fronda in Via Enrico Stevenson e Libri di Ieri in Largo di Villa Bianca.

Roma è inoltre l’unica grande città italiana priva di una fiera dedicata ai libri antichi e d’occasione. L’unico tentativo risale al 2013. Il Comune di Roma concesse per due mesi i marciapiedi esterni ai giardini di Piazza Vittorio per un numero limitato di 20 spazi e con costi per ciascun libraio di circa 300 euro a giornata. (Per capirci: a Milano la manifestazione ‘Vecchi libri in piazza’ si svolge a due passi dal Duomo, in un’area comunale, ogni seconda domenica del mese. Gli spazi concessi sono 100 e il costo è di circa 700 euro per 10 mesi, divisi in due rate, più 30 euro al mese per avere a disposizione tavoli di 4 metri e due sedie). A Roma la prima mostra del libro usato e d’occasione andò in scena per due domeniche del 2013 (il 28 aprile e il 19 maggio) e poi si chiuse per sempre. Oltre i costi alti per i librai, a tenere banco fu un contenzioso – finito anche al Tar del Lazio – tra il Comune di Roma e l’associazione (poi vincitrice, ndr) che occupava i portici di piazza Vittorio alcuni sabato del mese per un mercatino, che adesso non c’è più. Per i librai i portici sono di vitale importanza.

I librai vorrebbero formalizzare un rapporto di collaborazione con il Comune di Roma per valorizzare la fiera; chiedono una concessione temporanea e diretta di occupazione di suolo pubblico, l’introduzione di misure di fiscalità agevolata per le attività esistenti e il sostegno agli affitti. Secondo i librai avere a Roma una fiera del libro usato e d’antiquariato permetterebbe di attirare gli operatori delle regioni del Centro e del Sud Italia, in modo di competere con le fiere delle città del Nord; contribuirebbe alla valorizzazione di un’area della città e riporterebbe sul settore l’interesse pubblico per scongiurare lo scenario di una città senza librerie.

Se volete incontrare a Roma gli Jacob Mendel di oggi, è qui che dovete rivolgervi:

Libreria Simon Tanner
Via Lidia, 58/60

Libri Necessari
Via degli Zingari, 22/A

Libreria Onofri
Via Chiana, 46

Libreria Il Segnalibro
Via Oslavia,52

Libreria Coliseum
Via del Teatro Valle, 47

Equilibri
Via degli Equi, 14

Serendipity
Corso del Rinascimento, 16

Libreria Tara
Piazza Teatro Di Pompeo, 41

Libreria Ex Libris
Via dell’Umiltà, 77

La linea d’ombra
Piazza di Campitelli, 2

Libreria Giulio Cesare
Viale Giulio Cesare, 59

Libreria Pugacioff
Via Busiri Vici, 34

Libreria Fantinel
Via Goldoni, 20

Libreria Aiace
Via Ugo Oietti, 36

Libreria ‘900 di carta
Via Acqui, 9b

Libreria Arcobaleno
Via Emilio Faà di Bruno, 17

Libreria Mazzini
Viale Mazzini, 83

Libreria Tombolini
Via Quattro Novembre, 146

Libreria Yelets
Via Nomentana, 251

Libreria Cesaretti
Via di Piè di Marmo, 27

Libreria Cicerone
Largo Chigi, 1

Libreria Borromini
Via degli Orfani, 91

* Questo articolo è uscito sul portale dell’agenzia Dire, qui il link con l’infografica (http://www.dire.it/28-03-2017/112784-piccola-guida-alle-librerie-antiquarie-usato-roma/)

La letteratura non ha confini

Il tema dell’ottava edizione di Libri Come è Confini. Una parola che racchiude in sé molti significati e che è possibile declinare sotto vari aspetti: politici, geografici, generazionali, linguistici, immaginari. In un momento storico in cui nel mondo si è tornati ad alzare muri e la libertà d’espressione è vista come un elemento critico, affrontare  questo tema è ancora più urgente. Per questo ho chiesto ad alcuni scrittori italiani che saranno presenti all’Auditorium qual è la loro idea di confine e quali sono gli autori o i libri che sentono di consigliare. Da oggi inizierò a pubblicare le loro risposte.

Ma prima – me lo concederete – da lettore sento l’esigenza di citare alcune opere che fanno parte della mia libreria e dire cosa suscita in me la parola Confini. Io mi immagino una fila di scrittori che si tengono per mano; non seguono una linea retta ma formano curve, angoli, si allargano e si stringono a loro piacimento. Chi li vedesse dall’alto potrebbe avere l’impressione di osservare una muraglia, eppure c’è così tanto spazio tra loro; chiunque riuscirebbe a passare. Come mai? Semplice. Perché la letteratura è sconfinata.

La cartografia dell’Europa è il frutto delle possibilità del piede umano, degli orizzonti che ci può far percepire”. (George Steiner)

Il Mediterraneo non è solo geografia. I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo”. (Predrag Matvejevic)

Ogni incontro con l’altro è un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura segreto”.(Ryszard Kapuscinski)

La conoscenza ha solo due fonti, la ragione e l’esperienza, entrambe alla portata di tutti”.(Tzvetan Todorov)

Se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di piu’, sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio”. (Iosif Brodskij)

Ogni generazione si crede destinate a rifare il mondo. La mia, però, sa che non potrà riuscirci. Ma il suo compito forse è più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci”. (Ernesto Sabato)

Il collezionista che scova tesori nei mercatini di Roma

costellazione1A Roma si aggira un uomo che salva gli oggetti. Li va a recuperare nel momento più triste della loro vita, quando il proprietario li ha gettati o, peggio ancora, è morto e non può più vegliare su di loro. E’ un momento funesto, l’inizio di una “catastrofe”, perché gli oggetti, come sosteneva Borges, non sanno che il loro proprietario se n’è andato. Sono soprattutto stampe e libri, “la merce meno amata, giudicata ingombrante, vecchia, incapace di emettere una luce”.

Gli svuota appartamenti li caricano sui furgoni e li portano nei mercatini, da Porta Portese a Piazzale Ostiense, dove – per un giorno soltanto – vengono esposti e hanno la possibilità di essere salvati dall’immondezzaio. E’ il momento in cui compare l’uomo. Verso le quattro o le cinque di mattina, quando il sole ancora deve sorgere, è già chino su di loro. Li accarezza, li annusa, li controlla. Vuole capire cosa contengono e a chi sono appartenuti. Se la “caccia al tesoro” va a buon fine, per l’oggetto inizia una nuova vita.

L’uomo si chiama Giuseppe Garrera. E’ un insegnante di liceo, storico dell’arte, ma soprattutto collezionista. In questi anni ha scovato tesori e rarità, come l’archivio di Giovanni Macchia, poi ceduto alla Biblioteca Nazionale di Roma. A casa ha così tanto materiale da poter organizzare mostre per anni. Intanto ha aperto la prima, alla Casa di Goethe. Si chiama ‘Costellazione 1’ e raccoglie la storie di tre personaggi tedeschi che vissero a Roma: l’artista Ernst Stadelmann, lo psicoterapeuta Ernst Bernhard (che ebbe tra i suoi pazienti Fellini, Ginzburg, Manganelli, Campo) e Reinhard Dhorn, direttore dell’Acquario di Napoli.

“La mia è una mostra legata al destino delle cose e al vagabondare alla ricerca di storie, di avventure, di cui Roma è piena – racconta Garrera, intervistato dall’agenzia DIRE- La metropoli è un luogo di oggetti da scovare”. Alla Casa di Goethe sono esposte rare edizioni grafiche di Manet e Renoir, una stampa originale del Cinquecento di Albrecht Durer, altre stampe di Francis Bacon, un libro con dedica di Heidegger, autografi di Ernst Bernhard e lettere inedite.

Chi visita la mostra esce con la sensazione che Roma, nonostante il degrado quotidiano, sia ancora un luogo magico.

manet“Spero che chi esca da qui faccia ciò che Simon Weil raccomandava alle sue allieve: prestare attenzione– sottolinea Garrera- In ogni oggetto gettato o dimenticato si possono ritrovare le storie di una vita, di una morte, di un amore. E poi uno degli elementi della caccia ai libri è che si trasforma in un’avventura fanciullesca. E’ come andare sulle giostre o in un luogo miracoloso, in cui non c’è l’ansia del denaro ma soltanto la speranza del ritrovamento”.

Garrera spiega che “l’amore per le bancarelle e i mercatini nasce dall’amore per il libro e la lettura. Credo si potrebbe fare una storia delle letteratura attraverso le letture che i poeti e gli scrittori hanno fatto comprando nelle bancarelle. Il valore economico dei libri si azzera per quell’unico giorno che sono in vendita e si possono fare acquisti a prezzi ridicoli, da racconto di Collodi. C’è quindi una sospensione economica. E’ chiaro che poi riacquistano il loro valore quando tornano nelle mai di un appassionato. Walter Benjamin dice che i libri nella bancarella stanno aspettano qualcuno che tornerà ad amarli. Ecco, è questo il tesoro”.

‘Costellazione 1’ resterà aperta alla Casa di Goethe fino al 12 marzo. Ma in programma sono già previste ‘Costellazione 2’ e ‘Costellazione 3’. “Alla fine dell’anno esporrò nuovi ritrovamenti, altre avventure- conclude Garrera- Posso anticipare che due sale saranno dedicate alla poesia visiva tedesca”.