Il collezionista che scova tesori nei mercatini di Roma

costellazione1A Roma si aggira un uomo che salva gli oggetti. Li va a recuperare nel momento più triste della loro vita, quando il proprietario li ha gettati o, peggio ancora, è morto e non può più vegliare su di loro. E’ un momento funesto, l’inizio di una “catastrofe”, perché gli oggetti, come sosteneva Borges, non sanno che il loro proprietario se n’è andato. Sono soprattutto stampe e libri, “la merce meno amata, giudicata ingombrante, vecchia, incapace di emettere una luce”.

Gli svuota appartamenti li caricano sui furgoni e li portano nei mercatini, da Porta Portese a Piazzale Ostiense, dove – per un giorno soltanto – vengono esposti e hanno la possibilità di essere salvati dall’immondezzaio. E’ il momento in cui compare l’uomo. Verso le quattro o le cinque di mattina, quando il sole ancora deve sorgere, è già chino su di loro. Li accarezza, li annusa, li controlla. Vuole capire cosa contengono e a chi sono appartenuti. Se la “caccia al tesoro” va a buon fine, per l’oggetto inizia una nuova vita.

L’uomo si chiama Giuseppe Garrera. E’ un insegnante di liceo, storico dell’arte, ma soprattutto collezionista. In questi anni ha scovato tesori e rarità, come l’archivio di Giovanni Macchia, poi ceduto alla Biblioteca Nazionale di Roma. A casa ha così tanto materiale da poter organizzare mostre per anni. Intanto ha aperto la prima, alla Casa di Goethe. Si chiama ‘Costellazione 1’ e raccoglie la storie di tre personaggi tedeschi che vissero a Roma: l’artista Ernst Stadelmann, lo psicoterapeuta Ernst Bernhard (che ebbe tra i suoi pazienti Fellini, Ginzburg, Manganelli, Campo) e Reinhard Dhorn, direttore dell’Acquario di Napoli.

“La mia è una mostra legata al destino delle cose e al vagabondare alla ricerca di storie, di avventure, di cui Roma è piena – racconta Garrera, intervistato dall’agenzia DIRE- La metropoli è un luogo di oggetti da scovare”. Alla Casa di Goethe sono esposte rare edizioni grafiche di Manet e Renoir, una stampa originale del Cinquecento di Albrecht Durer, altre stampe di Francis Bacon, un libro con dedica di Heidegger, autografi di Ernst Bernhard e lettere inedite.

Chi visita la mostra esce con la sensazione che Roma, nonostante il degrado quotidiano, sia ancora un luogo magico.

manet“Spero che chi esca da qui faccia ciò che Simon Weil raccomandava alle sue allieve: prestare attenzione– sottolinea Garrera- In ogni oggetto gettato o dimenticato si possono ritrovare le storie di una vita, di una morte, di un amore. E poi uno degli elementi della caccia ai libri è che si trasforma in un’avventura fanciullesca. E’ come andare sulle giostre o in un luogo miracoloso, in cui non c’è l’ansia del denaro ma soltanto la speranza del ritrovamento”.

Garrera spiega che “l’amore per le bancarelle e i mercatini nasce dall’amore per il libro e la lettura. Credo si potrebbe fare una storia delle letteratura attraverso le letture che i poeti e gli scrittori hanno fatto comprando nelle bancarelle. Il valore economico dei libri si azzera per quell’unico giorno che sono in vendita e si possono fare acquisti a prezzi ridicoli, da racconto di Collodi. C’è quindi una sospensione economica. E’ chiaro che poi riacquistano il loro valore quando tornano nelle mai di un appassionato. Walter Benjamin dice che i libri nella bancarella stanno aspettano qualcuno che tornerà ad amarli. Ecco, è questo il tesoro”.

‘Costellazione 1’ resterà aperta alla Casa di Goethe fino al 12 marzo. Ma in programma sono già previste ‘Costellazione 2’ e ‘Costellazione 3’. “Alla fine dell’anno esporrò nuovi ritrovamenti, altre avventure- conclude Garrera- Posso anticipare che due sale saranno dedicate alla poesia visiva tedesca”.

 

I colori della vita

casa-custode

Il professore se ne stava seduto sulla poltroncina verde dello studio e indugiava di fronte ai libri. Fuori era calato il buio e non si udivano rumori provenire dai giardini dietro la casa. D’estate capitava che brusii e latrati interrompessero il sonnellino pomeridiano, ma nella stagione fredda il silenzio era tombale. La lampada illuminava a malapena la stanza mentre nell’aria aleggiava un odore di muffa e umidità.

L’arredamento – composto da cinque librerie, un tavolo di legno scuro, uno scrittoio, una credenza, un baule, un letto a baldacchino, un ritratto della bisnonna con l’arpa e decine di cianfrusaglie disseminate tra gli scaffali – conferiva alla casa un aspetto lugubre. “Sembra uscita da un racconto di Poe” gli aveva detto, molti anni prima, uno dei pochi studenti a cui il professore aveva concesso ripetizioni di filosofia.

Quando compì ottantasette anni, un’età che giudicava eccessiva, pensò che l’unica cosa rimasta da fare fosse quella di uccidersi. Così una domenica, soldi in tasca, aveva acquistato da un tipo losco una rivoltella, che ora giaceva nel primo cassetto del comodino. Prima di farla finita, infatti, doveva liberarsi dei libri. Con rammarico aveva scoperto che gli era impossibile spararsi di fronte a tutti quei volumi, compagni fedeli di un’esistenza isolata. Era un pensiero bizzarro, se ne rendeva conto, eppure così stavano le cose. Passò alcuni giorni alla ricerca di una soluzione. Pensò che avrebbe potuto sgomberare una stanza, ma quell’idea svanì quasi subito: da solo non ce l’avrebbe mai fatta a spostare tutto quel peso. Potrei uccidermi nei giardini, si era detto, ma il timore che qualcuno potesse vederlo lo fece desistere. Non voleva assolutamente condividere quel fatto privato e sapere che dentro casa c’erano ancora i libri, come fossero in attesa del suo ritorno, lo irritava. Alla fine chiamò una ditta di traslochi e prese appuntamento per la vigilia di Natale. Quel giorno, però, alla porta si presentò una ragazza. Indossava un maglione rosso di lana d’angora e una gonna bianca a frange, di quelle svolazzanti.

“Salve, mi chiamo Agata. Verrò ad abitare nell’appartamento di sotto e sono venuta per conoscerla e augurarle buon Natale”.

Il professore restò immobile a osservarla, con sguardo sofferente. Prese tempo, cercando una risposta che faticava a elaborare. Sperava di sentire in lontananza il rumore del camion dei traslochi.

La ragazza ne approfittò per gettare un’occhiata dietro di lui.

“Quanti libri! E’ uno scrittore?”.

“No”.

“Un libraio?”.

“Neanche”.

La ragazza chinò la testa.

“Mi scusi, forse sono arrivata in un momento sbagliato”.

“Sto aspettando la ditta di traslochi”.

“Si trasferisce?”.

“E’ quello che vorrei”.

“Peccato. Mia nonna Rosina mi aveva detto che avrei potuto contare su di lei”.

“Sua nonna si chiama Rosina? Rosina come?”

“Rosina Pannunzi”.

Il professore fece un balzo. Erano sessant’anni che non la sentiva nominare. Ai tempi del liceo, lontano dagli occhi dei compagni, le aveva fatto la corte senza successo. Una sola volta era riuscito a darle un bacio di sfuggita, di quelli che fanno vibrare l’innamorato ma che per l’altra persona non significano nulla. Sapeva di non essere corrisposto, eppure il pensiero di lei non lo abbandonava mai; gli teneva compagnia anche di notte, durante i giorni di festa e le vacanze estive. Una dolce agonia che terminò con la fine della scuola, quando Rosina si trasferì con i genitori in un’altra città. Qualche anno dopo venne a sapere da un ex compagno di classe che si era sposata e aveva avuto un bambino. Da allora aveva deciso di non chiedere più sue notizie.

“Rosina le ha parlato di me?” chiese il professore.

“Sì. Ci teneva che mi trasferissi nell’appartamento vicino al suo per frequentare l’università”.

“Non sapevo che Rosina…sua nonna si ricordasse di me”.

La ragazza serrò le labbra. “Purtroppo il mese scorso è morta”.

Il professore spalancò la porta.

“Mi dispiace. Se posso aiutarla in qualche modo, chieda pure”.

“E’ gentile. In realtà una richiesta ce l’avrei: potrei vedere la sua collezione di libri?”.

“Prego, entri”.

La ragazza si guardò intorno stupita. Passò in rassegna i libri di storia, impilati nel corridoio. Poi quelli di filosofia, che occupavano gran parte del soggiorno. I volumi si susseguivano secondo un ordine cronologico: Socrate, Platone, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche. Un intero scaffale era dedicato a Isaiah Berlin. La ragazza gli chiese chi fosse. “E’ stato il più importante pensatore del Novecento. Si ricordi di leggerlo, mi raccomando”. I volumi d’arte circondavano le finestre dello studio, mentre la letteratura si snodava lungo il corridoio e raggiungeva la camera da letto. I romanzi erano divisi per temi: c’erano quelli storici, quelli d’avventura, quelli romantici, quelli di formazione, quelli fantastici. La ragazza osservava incantata e di tanto in tanto, chiedendo il permesso, estraeva un libro per sfogliarlo. La maggior parte erano prime edizioni: Moby Dick di Melville, L’Isola del Tesoro di Stevenson, Don Chisciotte di Cervantes, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, Lord Jim di Conrad.

“Ma lei li ha letti tutti?”

“Assolutamente no”.

“Allora come mai ne ha così tanti?”

“Perché sono un ex professore e ho passato la vita sui libri. Ma le confido un segreto: chi possiede libri si è costruito una macchina del tempo”.

“Che intende?”.

“Solo i libri hanno la capacità di catapultarci in epoche diverse, consentendoci di viaggiare tra civiltà nate secoli prima o nelle profondità marine, al fianco di un re o negli scantinati di una città del Settecento”.

“Allora anche i dipinti sono una macchina del tempo”, osservò la ragazza.

“Sì, ha ragione, ma credo che i libri abbiano una forza superiore perché nel viaggio a ritroso, mentre ci fanno incontrare e conoscere uomini e donne del passato, coinvolgono anche noi stessi. Alla fine del viaggio può succedere che qualcosa di noi sia cambiato”.

La ragazza guardò il professore dritto negli occhi.

“Le piacciono i colori?”

“I colori?”

“Sì. Io credo che ogni persona porti con sé un colore. Il mio è il rosso. E il suo?”.

Il professore ci pensò un attimo. Gli venne in mente il blu del mare, quello visto da bambino durante una vacanza in barca in Toscana. Una mattina, sul presto, il mare era insolitamente calmo. Tuffati, gli aveva detto suo padre. Il professore aveva guardato il mare come si guarda un pozzo di cui non si vede il fondo. Tuffati, gli aveva ripetuto. Così si era tuffato con gli occhi aperti. Vide tutto blu: le mani, le gambe, i piedi fluttuavano nel blu. Si spaventò a tal punto che risalì di corsa sulla barca.

“Forse il blu”, disse.

“Ne ero certa. E’ il colore delle persone profonde e generose”.

Il professore alzò le spalle. “Non credo di essere mai stato come lei mi descrive”.

“I colori non mentono”, rispose la ragazza. “Da piccola disegnavo le persone che incontravo e a ognuna associavo un colore. Non sapevo perché lo facessi, mi veniva naturale, fino a quando ho capito che erano loro stessi, con le parole e i gesti, a rivelarmelo. Lei ha tutte le caratteristiche del blu: contemplazione, comprensione, gentilezza. Mia nonna Rosina, invece, era il colore della nebbia, della sensibilità e della distinzione: il grigio. Credo che ogni persona porti con sé un colore e che gli esseri umani siano tutti collegati, come i colori, anche se negano di esserlo o non se ne rendono conto”.

“Una riflessione interessante” disse il professore.

“Mi dispiace che se ne va”.

“Oh, il mio tempo qui è scaduto”.

La ragazza si avviò verso l’uscita. “In ogni caso”, disse, “sono contenta di averla conosciuta”.

“Anche per me Agata. Buona fortuna”.

Quando restò solo le gambe gli tremarono. Si appoggiò alla poltroncina verde e chiuse gli occhi. Suonò di nuovo il citofono.

“Chi è?”.

“Traslochi”.

“Tornate domani”.

“Come domani? E’ Natale!”.

“Oggi non posso. Non posso più”.

Il professore passò la notte a scegliere i libri. Prese i Saggi di Montaigne, Il rosso e il nero di Stendhal, La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, i Racconti di Cechov, Le lettere a Theo di Van Gogh, La metamorfosi di Kafka, I racconti di Buzzati, i Sillabari di Parise, I Canti di Leopardi, I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke, le Fiabe di Andersen, Il mondo di ieri di Zweig e la Recherche di Proust. Quando ebbe finito li sistemò con cura dentro il baule che usava da bambino per riporre i giocattoli. Lo aveva tenuto con sé perché gli ricordava sua madre e i giochi di magia che facevano quando stavano insieme. Subito dopo prese un foglio e scrisse:

Per Agata. Ti dono i colori della vita.

La mattina di Natale era sfinito. Alle dieci in punto telefonò a Zanzini, un notaio conosciuto anni prima, e dettò il suo testamento. Diede precise istruzioni sui libri, l’appartamento e i pochi soldi sul conto. Infine disse di chiamare un’ambulanza per avvisare della sua morte. Il notaio, balbettando, provò a replicare, ma il professore aveva già lasciato cadere la cornetta e si era diretto verso il comodino della camera da letto.

Perché leggere la poesia.

Abituati a camminare con la testa bassa sul cellulare, non ci fermiamo più a guardare il cielo. Abbiamo dimenticato com’è fatto e le sensazioni che trasmette. Allo stesso tempo abbiamo smesso – per la verità da decenni – di leggere la poesia. La consideriamo difficile, noiosa, superata. Guardare il cielo e leggere la poesia hanno in comune molte cose. Sono azioni per lo più solitarie che chiamano in causa i nostri sensi, generano emozioni, suscitano riflessioni, ci fanno penetrare in uno spazio non più soltanto fisico. A questo pensavo mentre leggevo tre libri molto diversi: Fuggire da sé di David Le Breton (Cortina editore), L’epilogo della tempesta di Zbigniew Herbert (Adelphi) e Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italosvevo).

Il primo è un saggio che indaga “il biancore”, uno stato di assenza che può impadronirsi di noi quando ci sentiamo schiacciati dal peso della società contemporanea, che esige un’affermazione permanente. Secondo Le Breton “per chiunque, anche per chi conosce il piacere di vivere, in qualche misura il biancore si impone, giorno dopo giorno, come una necessità”. Una fuga dal quotidiano, dunque, per riprendere fiato e recuperare le forze. Il secondo libro è una raccolta di poesie di uno dei più grandi poeti polacchi del Novecento. Sono versi intimi, quasi una confessione, nei quali Herbert parla della memoria, del tempo, della stoica accettazione della fatica di vivere. Il terzo, infine, è un breve discorso sulla poesia che Caproni tenne il 16 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma di fronte a un pubblico composto da amici, lettori e ammiratori.

caproni

La lettura di questi libri mi ha portato a fare una considerazione, che ha le sembianze di un invito: rifugiamoci nella poesia. Colmiamo “il biancore” con le parole. Lasciamo che siano loro a trasportarci, come nuvole in transito, verso il nostro angolo di vitalità quotidiano. Se lo faremo potremo godere di infinite meraviglie perché la poesia è volo dell’anima e del corpo. E’ pienezza della vita. Il mio invito muove dalle parole di Caproni: “I tentativi di porgere alla gente la poesia vanno incoraggiati, non rifiutati in blocco”. Già nel 1982 Caproni sosteneva: “La poesia non riesce più ad avere posizione o funzione di privilegio come quando, almeno fino a Gozzano, entrava in quasi tutte le case bene. Gozzano lo leggevano tutti, l’avvocato, la sartina, entrava in casa come l’acqua del rubinetto. Ma la fila davanti le librerie, diciamo la verità, nemmeno ai tempi di Leopardi”. Oggi i dati di vendita della poesia sono impietosi, eppure continuano a essere pubblicate raccolte di straordinaria bellezza, come l’ultima di Zbigniew Herbert, ideale trampolino di lancio per immergersi nel mondo dei versi.

Ne L’epilogo della tempesta sono raccolte le ultime poesie di Herbert, scritte dopo la caduta del muro di Berlino. Fino ad allora il poeta si era dedicato alla Polonia, al tragico avvenire della nazione, alla difesa della libertà di pensiero, elaborando “un determinato stile di scrittura per aggirare i divieti dei censori”. Sono poesie “serie”, “tragiche”, come si evince dalla raccolta precedente Rapporto sulla città assediata. Dopo il 1989, invece, i versi di Herbert diventano confessioni intime. Nella postfazione Francesca Fornari scrive: “Nell’ultima fase della sua scrittura Herbert compone testamenti spirituali: finito il tempo dell’emergenza storica, per la prima volta infrange la propria regola poetica dell’oggettività, che imponeva il riserbo nell’esprimere emozioni, e dice semplicemente: ‘la mia anima è triste’”. Una di queste poesie, ‘Le nuvole su Ferrara’, rappresenta il perfetto connubio tra cielo e creazione artistica.

 
Bianche
oblunghe come navi greche
tronche al di sotto

senza vele
senza remi

la prima volta
che le vidi in un dipinto del Ghirlandaio
le credetti
un frutto dell’immaginazione
una fantasia di artista

e invece esistono

Il poeta polacco, durante uno dei suoi spostamenti da cui ha tratto ispirazione, si ferma a Ferrara. Alza la testa e osserva le nuvole che (scorrono \ molto lentamente \ sono quasi immobili). E’ in questo infinito movimento che si nasconde il destino dell’uomo. Lui, che non ha potuto scegliere (niente nella vita \ secondo il mio volere) e che non ha trovato (un rifugio nella storia), scopre il segreto delle nuvole.

 
scorrono lente
ma sicure verso rive
sconosciute

 
è in loro
non negli astri
che si decide
il destino

 
herbertLa poesia di Herbert è la dimostrazione di quanto sosteneva un altro grande poeta americano, Robert Frost: “Una poesia comincia in gioia e finisce in saggezza”. La gioia di Herbert è quella di fermarsi a guardare il cielo e scoprire la forma e la bellezza delle nuvole, che non sono frutto dell’immaginazione o fantasia dell’artista. La saggezza è la scoperta che loro sono sempre lì, a nostra disposizione, per ricordare all’uomo qual è la propria sorte. Dobbiamo solo alzare la testa per vederle. Nuvole come “guardiani del mondo”, così le definiva il suo connazionale Czeslaw Milosz.

In questo incoraggiamento a rifugiarsi nella poesia – che è sempre danza dell’immaginazione – mi piace ricordare cosa diceva un altro grande poeta del Novecento, Iosif Brodskij. “L’unico modo per sviluppare gusti sani in letteratura è leggere la poesia. Più si legge poesia, meno si tollera ogni eccesso di verbosità”. Un ottimo consiglio, valido per chi legge e per chi scrive, se pensiamo alla quantità di libri che oggi vengono pubblicati, davanti ai quali dobbiamo scegliere se acquistarli o lasciarli sullo scaffale. La poesia, sotto questo aspetto, è quasi imbattibile perché avendo il carattere dell’universalità, aggiunge sempre qualcosa alla possibilità dell’essere umano di capire la propria esistenza.

Il nostro presente è un Tempo senza scelte. Sicuri che sia meglio?

E’ uscito da pochi giorni un breve saggio dello scrittore Paolo di Paolo, ‘Tempo senza scelte’ (Einaudi) che mi dà l’occasione di aggiungere un tassello al discorso, iniziato prima dell’estate, sui libri che aiutano a capire il mondo. Di Paolo pone una domanda: “Dove la Storia non chiede risposte nette, dove si è esposti a miriadi di opzioni evanescenti, è ancora possibile prendere decisioni radicali, accettare il rischio, percorrere una strada fino in fondo?”. Quindi porta all’attenzione del lettore le storie di uomini che in passato – quando la Storia incalzava – hanno dovuto scegliere: i giovani temerari Piero Gobetti e Renato Serra, Federico Garcia Lorca, Hans e Sophie Scholl. Ma anche uomini che non hanno avuto scelta (Walter Benjamin) o hanno cercato di definirla (Italo Calvino).

Per tutto il libro la domanda ci pressa. “Dove sarà mai l’istante in cui si prende una posizione radicale con tutta l’intensità della personalità?”. Se osserviamo il passato, come ci mostra Di Paolo, potremmo rispondere che questo è il tempo in cui non c’è bisogno di scelte così nette. Se osserviamo il presente, invece, ci accorgiamo che la risposta è strettamente connessa con la fine delle ideologie, la precarietà del lavoro, la crisi economica, la perdita delle memoria, una generale sfiducia nel futuro, non più atteso ma temuto. E’ la società in cui viviamo che ci costringe a non poter scegliere o a scegliere la cosa più facile, ad abbandonare i nostri desideri per inseguire la quotidianità, la sopravvivenza. Eccolo il tempo senza scelte, dunque.

mostra-de-chirico-9Di Paolo però non si ferma qui. A domanda aggiunge domanda. Se questo è il tempo senza scelte, ci dice, “conviene domandarsi se si tratti di una forma di libertà superiore la possibilità di esistere fuori da ogni schema predefinito, o sia un’illusione prospettica”. Di Paolo non risponde direttamente, ma invita il lettore a riflettere su questo aspetto portando l’esempio dei social network, trasformati in sfogatoi, frequentati perlopiù da persone con il ghigno, che “non misurano il peso delle parole, impermeabili a tutto, incapaci di prendere sul serio alcunché”. Leggendo questo passo mi sono venute in mente le parole dello storico olandese Johan Huizinga, che nel trattato ‘La crisi della civiltà’, scritto nel 1935 ma di un’attualità quasi profetica, ammoniva la sua generazione: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto. Se si vuole che questa civiltà si salvi, che non decada a secoli di barbarie, è necessario che gli uomini d’oggi si rendano esatto conto di quanto già sia progredita la dissoluzione che li minaccia”.

Ho l’impressione che la maggior parte delle persone intuiscano questa dissoluzione, ma preferiscano non prenderla sul serio o semplificarla terribilmente con un “e che sarà mai”. E’ qui che Di Paolo interviene con voce propria: “Quando gli altri se ne stanno al riparo dietro a un paravento fatto di irriverenza, c’è bisogno di scegliere di essere per qualcosa, e non contro”. Chi fa questo sforzo “si espone al ridicolo, al sarcasmo, ma diventa incredibilmente più prezioso dei professionisti del ghigno”.

L’importanza del libro è dunque riassunta. C’è però un capitolo, di cui non ho ancora parlato, che vale la pena sottolineare. E’ quello che di Paolo dedica alla scelta dello scrittore. “C’è qualcosa che non va in un Paese che rimpiange gli scrittori impegnati del passato, celebra quelli stranieri se prendono posizione, e costringe i propri contemporanei a tacere. Quei pochi che ancora azzardano prese di posizione nette sono spesso guardati con diffidenza”. La colpa, secondo Di Paolo, è per una parte degli stessi scrittori – “che temendo di apparire pesanti hanno annegato nel cazzeggio qualunque spessore” – e per una parte “degli insofferenti detrattori dell’impegno, che temono la propria stessa ininfluenza in un’epoca in cui i creatori d’opinione si sono moltiplicati a dismisura, uno per ogni profilo social, potremmo dire”. Ma un’alternativa praticabile c’è, sostiene Di Paolo, “basta qualche pagine di Orwell o di Camus per capire che uno scrittore può lavorare per il presente e non solo per se stesso, se alimenta dubbi e non certezze, se fa valere la specificità, anche solo emotiva, di un’esperienza del mondo”.

Questo tema ciclicamente emerge sui giornali o nei social network quando si è a ridosso di un anniversario (come è accaduto nel 2015 per i quarant’anni dalla morte di Pasolini) o di fronte alle presa di posizione di uno scrittore – Roberto Saviano, per esempio – rispetto a un fatto politico. In queste occasioni c’è sempre qualcuno che ricorda come nel passato gli scrittori fossero anche intellettuali militanti e dunque avessero un pensiero critico e un peso maggiore, chi sostiene che l’avvento della televisione ha tolto la voce anche agli scrittori, li ha resi evanescenti, figuriamoci i social. Io preferisco rifarmi alle parole di Natalia Ginzburg: “Non credo che i romanzieri, e i romanzi che scrivono, possano mai essere utili alla vita pubblica. Credo fermamente nella loro splendida inutilità. Penso però che a volte può succedere che alcuni romanzieri, come persone, possano provare un senso di collera, di sdegno civile, e l’impulso a essere utili alla vita pubblica. Vi potranno portare un poco della loro esperienza umana, avendo essi a lungo osservato gli eventi umani. Vi porteranno anche il carico delle loro inettitudini, ignoranze, incoerenze e perplessità. Vi porteranno anche il loro ostinato amore per la contemplazione. Essi avranno, come ogni persona, il dovere dell’onestà”.

L’anima russa vive ancora, l’ho incontrata nelle Case degli scrittori

Prima di partire per la Russia, familiari e amici mi avevano avvertito: “Fai attenzione al portafoglio!”, “Non girare di notte”, “Ma che vai a fare a Mosca? Meglio San Pietroburgo”. Poi sono partito. Sono rimasto in Russia dodici giorni, non molto ma un tempo sufficiente per scrollarmi di dosso quei pregiudizi e rendermi conto che la realtà era un’altra.

Lo stagno dei Patriarchi, dove comincia Il Maestro e Margherita
Lo stagno dei Patriarchi, dove comincia Il Maestro e Margherita

Mosca d’estate è una città piena di luce, con un cielo immenso e i palazzi color pastello che ti infondono il buonumore. E’ una metropoli assordante che nasconde al suo interno strade di paese, dove regna il silenzio e aleggiano i fantasmi della storia. E’ una città pulita, funzionante e le persone che ci vivono sono ‘fredde’ solo in apparenza. I suoi abitanti, come anche quelli di San Pietroburgo, racchiudono due anime: quella europea e moderna, lanciata verso il futuro, e quella contadina, che risale all’Ottocento. Nessuna delle due ha il sopravvento sull’altra, ma convivono in modo armonioso. Questa impressione – assolutamente personale – l’ho riscontrata al ristorante, in taxi, nei negozi, chiedendo informazioni per strada, ma soprattutto visitando le case degli scrittori. Nel reportage del collettivo sparajurij Viaggiatori nel freddo (Exorma) avevo letto che nelle residenze-museo, a scortare i visitatori, c’erano donne in età da pensione che, come lavoro extra o in qualità di volontarie, spendono il loro tempo tra le mura abitate in passato da autori che loro venerano. Proprio in queste donne è più evidente il contrasto di cui accennavo, l’autentica anima russa a confronto con un comportamento standard richiesto per l’occasione (compresa una improbabile pronuncia inglese). C’è poi un altro aspetto che queste donne incarnano: il bisogno di credere dei russi. Non credere per forza in Dio, ma credere in un codice morale, in alcuni valori del passato, in questo caso nelle parole e nei concetti espressi da Cechov, Tolstoj, Gogol, Dostojevskij, per trasferirli nel mondo di oggi. Cechov lo spiega bene nel racconto In viaggio: “La fede è una facoltà intrinseca al popolo russo. La vita russa si presenta come una serie ininterrotta di moti di fede e d’entusiasmo mistico. Se un russo non crede in Dio, questo significa, semplicemente, che crede in qualcos’altro”.

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Non è necessario conoscere la vita e le opere di ogni scrittore per provare quest’esperienza. Nella casa di Gogol (a Presnya, zona Est di Mosca) una di queste signore, con un sorriso affabile, mi ha afferrato per le spalle e fatto accomodare, ha chiuso le porte della stanza in cui era esposta la maschera mortuaria dello scrittore, ha abbassato le luci e mi ha indicato lo specchio che avevo di fronte. Con un effetto ottico ho “visto” levitare il corpo di Gogol, mentre la sua voce riecheggiava nella stanza. Nell’oscurità la signora si è avvicinata e mi ha detto quello che poi ho capito essere qualcosa come: “Lo hai visto? Era proprio lui!”. Ho annuito, anche se mi sembrava di essere finito dentro uno dei Racconti di Pietroburgo. Nella casa dove è morto Puskin (a San Pietroburgo, a pochi passi dall’Hermitage) una signora mi ha raccontato dei giochi che lo scrittore aveva ideato per i suoi figli e mentre parlava aveva gli occhi lucidi; quando le ho detto che ero italiano mi ha ringraziato, confidandomi che di italiani da Puskin se ne vedono pochi, preferiscono la casa di Dostojevskij (ed è proprio così). Durante il viaggio ho visitato anche le case di Puskin, Bulgakov e Cechov a Mosca, di Nabokov e Achmatova a San Pietroburgo.

Tornato in Italia, ho continuato a pensare a queste donne, ai loro modi garbati ma fermi di trasmettere – a gesti e a parole – l’amore per una certa tradizione russa che non è morta, ma continua a vivere sotto la superficie.

La Casa Centrale degli Scrittori
La Casa Centrale degli Scrittori
Casa Bulgakov
Casa Bulgakov
Casa Nabokov
Casa Nabokov
Il retino di Nabokov
Il retino di Nabokov

 

Casa Nabokov
Casa Nabokov
La stanza dei giochi dei bambini di Puskin
La stanza dei giochi dei bambini di Puskin
Lo studio di Puskin
Lo studio di Puskin

 

Il caminetto dove Gogol bruciò il secondo volume de Le Anime Morte
Il caminetto dove Gogol bruciò il secondo volume de Le Anime Morte
La scrivania dello studio americano di Josif Brodskij
La scrivania dello studio americano di Josif Brodskij
Lo studio di Dostojevskij
Lo studio di Dostojevskij
Casa Dostojevskij
Casa Dostojevskij
Casa Achmatova
Casa Achmatova
Casa Achmatova
Casa Achmatova

Capire il mondo tramite i libri. Un itinerario

Ho sempre cercato di capire il mondo tramite i libri. Come un esploratore davanti alla mappa, indago sulle sorti umane attraverso le pagine dei volumi che compongono la mia libreria. Non sempre trovo quello che sto cercando, soprattutto se sono alla ricerca di risposte a domande universali – chi siamo, da dove veniamo, in che modo devo vivere – ma è mettendo in atto questa ricerca, bisognosa di tempo, che coltivo un bene che si sta disperdendo: la complessità della risposta.

Il giornalismo, che è il mestiere che mi sono scelto sedici anni fa, sta perdendo (ha perso) la facoltà di spiegare perché costretto a inseguire i ritmi frenetici della rete e dei social network. Le nuove tecnologie, vivendo di informazione in tempo reale, si nutrono soprattutto di foto e video. I testi spesso sono superflui, superati. Esistono ancora degli esempi validi di approfondimento giornalistico, penso a ‘Il Post’, che mi aiutano a capire un fatto o a ricostruire una vicenda, ma se tutto questo non mi basta, se voglio comprendere qual è la ragione storica, filosofica, antropologica che spinge un Paese ad alzare un muro contro i migranti o un altro a votare contro i principi fondanti dell’Europa, è ai libri che devo rivolgermi.

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Incredulo per i cambiamenti in atto nelle società occidentali, che sembrano prefigurare un arretramento dei valori e dei diritti conquistati in cento anni di storia, e per la fase di perdita di senso e di ragione dell’opinione pubblica, mi sono creato nell’ultimo anno un personale itinerario di letture – e riletture – che mi hanno aiutato a capire certe scelte e a formare un pensiero critico su quanto sta avvenendo.

Ho quindi deciso di non consigliare libri da leggere sotto l’ombrellone, di cui già sono pieni i social network, ma di condividere il mio itinerario, scritto in ordine di lettura, affinché ognuno – se vorrà – possa utilizzarlo per crearne uno proprio.

Isaiah Berlin – Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee (Adelphi)

Jonathan Israel – Una rivoluzione della mente. L’illuminismo radicale e le origini intellettuali della democrazia moderna (Einaudi)

Steven Nadler – Baruch Spinoza e l’Olanda del Seicento (Einaudi)

Tzvetan Todorov – Lo spirito dell’illuminismo (Garzanti)

George Steiner – Una certa idea di Europa (Garzanti)

Johan Huizinga – La crisi della civiltà (Einaudi)

Domenico Quirico – Esodo. Storia del nuovo millennio (Neri Pozza)

Ryszard Kapuscinski – L’altro (Feltrinelli)

Perché leggo

Sul mio comodino ci sono otto libri. Di questi soltanto La scuola cattolica di Edoardo Albinati e Non è un mestiere per scrittori di Giulio D’Antona sono novità. Gli altri sono il frutto di studi passati. Uso la parola studi e non letture perché io, il più delle volte, leggo per studiare. Sono tanti i motivi per cui decidiamo di leggere un libro: piacere, noia, curiosità; a volte per capire meglio cosa ci sta succedendo, per trovare una risposta, scoprire una voce o magari per sapere come si comportavano gli uomini nelle epoche precedenti alla nostra. Ogni motivo, anche quello che a prima vista sembra meno nobile di altri, è valido perché noi abbiamo stabilito che è così. Il mio motivo principale è lo studio. Per me leggere significa scoprire e conoscere, e i libri sono fonte di scoperta e conoscenza.

Non ho frequentato l’università, se non a sprazzi, e credo sia questo il motivo per cui leggo a scopo di studio. Ho l’impressione che chi ha fatto studi regolari, una volta raggiunta la laurea abbia meno voglia di apprendere. Ho amici che al termine dell’università hanno smesso di leggere libri e di essere curiosi. Al contrario chi sa o sente di avere delle lacune culturali, a un certo punto viene assalito dal desiderio di conoscere e si apre per sempre agli studi. A me è successo intorno ai venticinque anni, quando già lavoravo da cinque anni, e da quel momento non mi sono più fermato. Adesso non mi sento appagato finché non ho la sensazione di aver esaurito un argomento. D’altronde ogni libro condensa centinaia di altri libri letti e così via indietro nel tempo. Leggere un libro è come stare tra due specchi: dietro ognuno ce ne sono altri, e poi altri ancora, sempre più piccoli, all’infinito. L’ereditarietà, la contaminazione tra opere e un certo gusto per la ricerca sono aspetti che mi interessano sia come lettore, perché mi provocano un piacere intellettuale immenso, sia come aspirante scrittore di un storia che gira intorno al concetto di morte. Provo a spiegare cosa intendo facendo questo esempio.

tulp

Nella prima parte de Gli anelli di Saturno (terzo libro sul mio comodino), Winfried Sebald racconta di quando fu ricoverato all’ospedale di Norwich in stato di completa immobilità. Dopo essere stato dimesso dalla struttura aveva iniziato delle ricerche su Thomas Browne – un medico che visse nel Seicento, autore del trattato Religio Medici (quarto libro sul mio comodino) con cui aveva tentato di appianare i contrasti tra scienza e fede – il cui teschio, per molti anni, fu conservato proprio nel Museo del Norfolk & Norwich Hospital. Nonostante i suoi tentativi di vederlo, però, nessuno sapeva dove fosse. Sebald riporta quindi la riflessione fatta dallo stesso Browne in cui il medico inglese definisce tragedia e abominio l’essere espulsi dalla propria tomba. E’ probabile che Browne, racconta ancora Sebald, abbia assistito al Waaggebouw di Amsterdam alla dissezione del cadavere del ladro Aris Kindt, ritratto da Rembrandt nel dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp. Tra gli spettatori potrebbe esserci stato anche René Descartes. Sebald usa quindi Thomas Browne per parlare dei riti funerari dei popoli e conclude il libro ricordando che a quei tempi in Olanda, nelle case in cui era morto qualcuno, fosse usanza coprire tutti gli specchi e i dipinti con un crespo di seta nera affinché l’anima in procinto di lasciare il corpo non venisse distratta dalla vista della propria immagine.

Appunti presi durante la lettura:

– Fare ricerche sul tema del destino delle ossa; ricordarsi della storia della tomba di Veermer; ricordarsi dei cimiteri bombardati durante le guerre; rileggere la veduta di Delft nel libro E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto di John Berger (quinto libro sul mio comodino); cercare le Urne sepolcrali di Browne; cercare la foto scattata lo scorso anno al Mauritshuis dell’Aia, ricordarsi dell’impressione che mi fece il dipinto e rileggere gli appunti; riprendere il libro di Steven Nadler Il filosofo, il sacerdote e il pittore (sesto libro sul mio comodino) e L’Uomo di Descartes (settimo libro sul mio comodino) in cui, come un dotto anatomista, descrive le ossa, i nervi, i muscoli, le vene, lo stomaco, i polmoni. I temi dominanti di Sebald sono la distruzione della natura, la piccolezza dell’uomo di fronte ad essa e lo scorrere inesorabile del tempo; ricordarsi del viaggio di Sebald in Corsica; sui riti di morte fare dei collegamenti con la Storia della morte in occidente di Philippe Ariès (ottavo libro sul mio comodino).

Tramite questo esempio spero di aver chiarito cosa produce in me la lettura e cosa significhi per me leggere. Giulio Einaudi diceva che “il libro deve coinvolgere al massimo l’intelligenza e la sensibilità del lettore. Quando in un libro una frase, una parola, ti riporta ad altre immagini, ad altri ricordi, provocando circuiti fantastici, allora, solo allora, risplende il valore di un testo”. Il libro di Sebald ha fatto esattamente questo: mi ha coinvolto, mi ha fatto ricordare un viaggio e le sensazioni provate, è stato lo spunto per collegare altri testi, per riflettere su ciò che sto scrivendo e ha amplificato il mio gusto per la ricerca. Vale per il libro di Sebald come per tanti altri libri di cui dovrei parlare. Sono infinite le possibilità di godere di tutto ciò perché i libri agiscono come uno scrigno. Noi ci avviciniamo a loro convinti di sapere cosa contengono. Invece, non appena ne apriamo uno e iniziamo a leggerlo, scopriamo una tale ricchezza di materiali da aprire dentro di noi squarci improvvisi di felicità. Certamente bisogna conoscerci come lettori e prestare più attenzione alle forme di narrativa e ai generi presenti. La possibilità di leggere un buon libro, non smetterò mai di ripeterlo, non si ferma davanti allo scaffale delle novità.