Una cometa a Roma: Sergio Corazzini

In una notte di primavera del maggio 1905, mentre Roma era avvolta dall’oscurità e i lampioni faticavano a illuminare i vicoli polverosi e sudici, un giovane si aggirava con passo leggero. Aveva la testa piegata verso destra, in un atteggiamento di contemplazione, e osservava le stelle: non gli parevano così distanti. Intorno regnava il silenzio. Di giorno, per le strade, riecheggiavano grida, strepiti, strascicamenti. C’era un gran via vai di carretti trainati da asinelli, greggi di pecore, venditori di ogni tipo di merce: tappezzieri con stoffe dai colori sgargianti, macellai che vendevano carne sanguinolenta, maniscalchi, carpentieri, fruttivendoli, vinai, droghieri. Nell’aria si respirava un forte odore di frittura e di pesce sotto sale. Di notte, invece, la città sprofondava in un sonno profondo. Le luci si consumavano lentamente lasciando alla luna il compito di rischiarare il profilo dei palazzi, delle chiese e delle rovine. Il giovane attendeva trepidante le ore notturne perché nel silenzio delle vie addormentate aveva la sensazione che il tempo gli concedesse una pausa, e la vita fosse consacrata all’immortalità. Così, non appena sentiva la mente ardere e i versi farsi strada, salutava gli amici riuniti al Caffè Sartoris per bere Pernod, fumare sigarette Capstain e atteggiarsi a bohemien, e partiva alla ricerca di qualche chiesa abbandonata. Un’incantevole gioia di vivere lo stava chiamando e lui gli correva incontro, a braccia aperte.

*

E’ così che immagino una notte di Sergio Corazzini, il poeta fanciullo, lo spirito nobile, la creatura fragile e sensibile che pur sapendo di morire ha saputo illuminare la vita. La sua breve esistenza, testimoniata da un centinaio di poesie, si può riassumere in un colloquio costante con la morte. Morte letteraria e morte della carne.

Sergio Corazzini nacque il 6 febbraio 1886 e morì, a ventuno anni, il 17 giugno 1907. Un giorno scrisse: “La mia vita sarà, senza dubbio, di assai breve durata”. Era già malato di tubercolosi, come Novalis, come Keats. Ma Corazzini non voleva morire. Fu costretto a morire, di quel ‘mal sottile’ che sterminò anche suo fratello Gualtiero e sua madre Carolina. Solo il padre, Enrico, che lo costrinse a lasciare gli studi e a cercarsi un lavoro a causa delle sue sciagurate speculazioni di Borsa, ne rimase immune. Ancora a pochi giorni dalla morte, Corazzini era proteso verso la vita. Si era commosso al passaggio delle prime rondini e scriveva nuovi versi a letto. Il morbo non aveva intaccato né la forza né la fiducia, che facevano parte della sua anima.

Nell’unico ritratto a nostra disposizione, la figura di Corazzini ci appare come quella di un giovane dal volto pallido, con i capelli bruni adagiati sulla fronte larga come un’onda morbida. Le labbra sono carnose, le guance paffute, gli occhi grandi e pieni di vita. C’è timidezza infantile nello sguardo, ma anche un certo orgoglio. La posa è da poète maudit, come il Rimbaud adolescente. In entrambi i poeti – ma solo in questo caso – si ha la sensazione di osservare la vita che sboccia e che prende forma. Se in Rimbaud è la vivacità e la sfrontatezza a prevalere, in Corazzini è la bontà e la profondità dello sguardo. E’ una creatura delicata ed è così che lo descrivono anche gli amici, con quella faccia un po’ reclina, la voce calda e soave, l’andatura incerta come il volo dell’allodola. Aveva la smania dell’eleganza: indossava ampi cappotti, camicie dal colletto alto, cravatta a papillon; a volte si presentava con il bastone e il garofano all’occhiello. E’ per quell’aria da dandy che l’amico Fausto Maria Martini lo ribattezzerà il semidio.

*

Sergio Corazzini visse con la famiglia in una casa in via dei Sediari 24, a pochi passi da Piazza Navona. L’edificio non esiste più, fu demolito negli Anni Trenta per realizzare Corso del Rinascimento. Di Corazzini oggi non resta più nulla di tangibile. Altri luoghi di Roma che hanno fatto parte della sua vita sono stati la scuola elementare di via della Palombella, dietro il Pantheon; la tabaccheria gestita dal padre in via del Corso, tra il Caffè Sartoris e la gioielleria Suscipi; il Caffè Aragno in via del Corso 180 (che serviva birra di Vienna e buffet alla francese); l’ufficio della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’ dove fu assunto come impiegato, al quarto piano di un palazzo di Via del Corso (di fronte a dove oggi sorge la Casa di Goethe); infine le chiese abbandonate o le cappelle private che Corazzini amava visitare: San Saba, Sant’Urbano, Santa Prassede, San Luca, la Ferratella a San Giovanni.

Nel 1901 Roma contava 422.411 abitanti. Era una città ancora piccola, divisa tra la zona antica, rossastra, dove risplendeva il fascino delle rovine al sole, e quella di nuova costruzione, con i palazzi nudi e le strade vuote, dove si camminava tra la terra e l’erba fino alla campagna. Ogni inverno il Tevere esondava allagando non solo le abitazioni costruite a ridosso del fiume, ma anche il centro. “E’ una città che trasuda umidità e odore da caverna”, annoterà Emile Zola nel suo diario alla fine dell’Ottocento, “ma all’interno dei palazzi si sente l’immensità”.

Come nella migliore tradizione della Belle époque, da Parigi a Vienna, da Praga a Berlino, sono i Caffè storici il centro della cultura. A Roma i giovani scrittori si ritrovavano al Caffè Sartoris e al Caffè Aragno, dando vita a veri e propri cenacoli letterari. In quei saloni fumosi passavano ore e ore a discutere di poesia e letteratura; leggevano le gazzette dell’epoca: ‘Marforio’, ‘Trasteverino’, ‘Fracassa’, ‘Rugantino’, ‘Gran Mondo’, ‘Vita letteraria’, ‘Rivista di Roma’ e ne fondavano di nuove, come le ‘Cronache latine’. Mai una generazione aveva avuto così cieca fiducia nel progresso. Il tenore di vita delle famiglie era in costante ascesa, i giovani guardavano con favore alle arti e alle scienze e, in generale, il mondo sembrava girare intorno alla massima vivi e lascia vivere. Stefan Zweig lo definirà “il mondo della sicurezza”, dove “nessuno credeva a guerre, rivoluzioni e sconvolgimenti e la vita era veramente degna di essere vissuta. Si credeva nel progresso più che nella Bibbia”.

Corazzini amava sua madre. Da lei aveva ereditato la bontà, l’umiltà francescana, l’educazione religiosa e una certa malinconia. Più di una volta l’aveva difesa o consolata quando il padre – ricordato nelle testimonianze dell’epoca come un uomo dall’aspetto volgare, sanguigno e grossolano – tornava a casa disperato per avere perso i soldi e la incolpava di aver portato in casa la tubercolosi. La signora Lina era una donna esile, pudica, malaticcia; vide morire due dei suoi tre figli e infine si arrese anche lei, nel 1924. Solo il padre sopravvisse, ma dopo aver sperperato tutti i soldi che aveva agonizzò di stenti e finì in un Ospizio di mendicità. Eppure solo pochi anni prima la famiglia Corazzini aveva un alto tenore di vita, che consentiva a Sergio e a suo fratello Gualtiero di frequentare il collegio a Spoleto. Il padre, oltre alla pensione di ex impiegato alla Dataria pontificia, era amministratore delle tenute di casa Del Drago e gestiva la tabaccheria di via del Corso. Quando cominciarono le difficoltà finanziarie, ritirò i figli dagli studi e impose a Sergio non solo di lavorare, ma di versare a lui metà dello stipendio da impiegato della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’, che ammontava ad appena 90 lire al mese.

Come Kafka, costretto a dividersi tra l’ufficio all’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori per il regno di Boemia e la casa borghese dove viveva con la famiglia – l’altro suo carcere, lo definirà Pietro Citati – così Sergio Corazzini trascorreva le giornate tra la “cella triste” di Via del Corso e “l’altra prigione” di Via dei Sediari. A differenza di Kafka, però, che attendeva le ore notturne per liberare i suoi fantasmi e scrivere senza sosta tutta la notte, Corazzini nascondeva tra le pratiche i foglietti con i versi scritti nella giornata, “il passaporto dalla miseria della vita del giorno”. L’ufficio era una stanzetta buia e tetra nell’ammezzato di un vecchio edificio. Per accedervi bisognava salire per una scaletta a chiocciola aperta in fondo alla portineria. E’ il quel luogo triste e squallido che nasceranno alcuni versi dei Soliloqui di un pazzo. Ma è anche in quell’ufficio che Corazzini sarà costretto a nascondere i suoi libri, acquistati alla libreria Bocca di Piazza Colonna, temendo che il padre potesse sequestrarli. Leggeva Pascoli e D’Annunzio, i poeti francesi Samain, Jammes, Maeterlinck, Rodenbach, Guérin, Laforgue, Klingsor, ma anche Baudelaire, Gide, Maupassant e Balzac. In una lettera del 31 agosto 1906 scrive: “Oggi, come dice Maupassant, ho veramente l’impressione dello spuntar delle ali alle spalle”.

Un giorno il capoufficio quasi lo sorprende scrivere versi. Corazzini fa appena in tempo a nascondere il foglio nel copialettere. Su quel foglio, che la sera leggerà agli amici – attoniti nell’ascoltarlo mentre passeggiano su una strada campestre – c’è  il suo colloquio con la Morte.

Desolazione del povero poeta sentimentale

I.

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange

Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

II.

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

III.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tremare d’amore e d’angoscia;

solamente, perché, io sono, oramai

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:

sono solo un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV.

Oh, non meravigliarti della mia tristezza!

E non domandarmi;

io non saprei dirti che parole così vane,

Dio mio, così vane,

che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.

Le mie lagrime avrebbero l’aria

di sgranare un rosario di tristezza

davanti alla mia anima sette volte dolente,

ma io non sarei un poeta;

sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo

cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.

E i sacerdoti del silenzio sono i romori,

poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli esseri umani,

povera tenera preda del primo venuto;

e desiderai di essere venduto,

di essere battuto

di essere costretto a digiunare

per potermi mettere a piangere tutto solo,

disperatamente triste,

in un angolo oscuro.

VII.

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

VIII.

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per esser detto: poeta, conviene

vivere ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen.

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La poesia è viva. Evviva la poesia

Alcune sere fa sono andato al teatro di Villa Torlonia per ascoltare Giancarlo Pontiggia. Avevo finito di leggere Il moto delle cose, la sua terza raccolta di poesie, ed ero entusiasta di poterlo ammirare dal vivo. Pontiggia era uno dei poeti scelti da Elio Pecora per il suo ciclo di otto incontri ‘Le ragioni della poesia’. Sul palco erano previste anche letture di Silvia Bre, Luca Baldoni e Luca Archibugi. Mentre camminavo lungo il sentiero che da via Spallanzani si inoltra nei giardini di Villa Torlonia, mi chiedevo se in platea avrei trovato il solito nugolo di critici e scrittori che a Roma si spostano da una presentazione all’altra. In realtà ne ero quasi certo. Invece i giovani, in coppia o soli, erano più dei soliti noti. Anzi, superavano gli over sessanta, che spesso rappresentano la maggioranza del pubblico. La serata è trascorsa piacevolmente, tra i poeti che declamavano i propri versi e gli intermezzi musicali di un giovane pianista.

Un paio di giorni dopo, in uno dei circoli letterari che a Roma cercano di sopperire alla mancanza di un luogo istituzionale capace di raccogliere le risorse letterarie della città, la stessa scena si è ripetuta per un dialogo sull’intelligenza della poesia tra Guido Mazzoni e Nanni Balestrini. Gli organizzatori si sono ritrovati a dover gestire una fila di persone che, non avendo prenotato e nonostante il vento freddo, attendevano di capire se sarebbero riusciti a entrare.

Infine giovedì scorso sono andato alla Fondazione Primoli per un incontro con Patrizia Cavalli. Anche in questo caso ad ascoltare il poeta (non scrivo la poetessa perché la Cavalli si è espressamente lamentata di questa definizione) c’erano trenta-quarantenni e, sorpresa, anche qualche ventenne. Così ho pensato: ma se questi incontri in giro per la città sono sempre affollati, se ci sono scuole di scrittura che organizzano corsi di poesia – e non soltanto di narrativa – se le letture pubbliche di poeti italiani del Novecento riscuotono successo (tutto esaurito per le due serate dedicate a Alda Merini allo Spazio Veneziano), se tutto questo accade, allora non è vero che non è più tempo di parlare di poesia, di scrivere poesia, di leggere poesia.

Che le vendite siano poche e le case editrici abbiano sensibilmente diminuito le pubblicazioni, è cosa nota, ma se oggi per poter dire che un romanzo è andato bene bastano mille copie vendute, allora questi ragionamenti contano poco. Conta che la poesia non smetta di essere nutrimento per l’anima dell’uomo. Conta il rapporto che si instaura tra chi scrive e chi legge, tra chi cerca la poesia per esprimere ragione e sentimento e chi, leggendo, percepisce un suono che lo fa vibrare; la parola che si trasforma in un diapason. La poesia è chiamare una certa cosa con il suo nome. E’ creare un’immagine, legata a un tempo passato, che attende di propagarsi nel mondo di qualcun altro.

 

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.

 Che siano limpidi – per guardare il cielo

alto –

 e severi, se così è il tuo animo.

 (Giancarlo Pontiggia)

Un itinerario personale: i migliori libri del 2017 fuori dai ‘migliori’

Quest’anno, un anno complicato e doloroso, mi sarebbe più facile scrivere la lista dei migliori libri che non ho letto e di cui tutti parlano: ‘La ferrovia sotterranea’ di Colson Whitehead, ‘Exit’ di Moshin Hamid, ‘Il ritorno’ di Hisham Matar, ‘Lincoln nel Bardo’ di George Saunders, ‘4 3 2 1’ di Paul Auster, ‘Swing time’ di Zadie Smith. Voglio comunque segnalare quali sono state le letture per me più interessanti, senza commentare ogni singola scelta, nella maggior parte dei casi dettata più dagli umori del momento e dalla necessità di trarre conforto e distrazione.

1. POESIA

Comincio dalla poesia, dove mi sembra ci siano le cose migliori, a partire dai delicati versi di ‘Cedi la strada agli alberi’ di Franco Arminio (Chiarelettere). Ho amato moltissimo ‘Promemoria’ di Andrea Bajani (Einaudi) e ‘Il moto delle cose’ di Giancarlo Pontiggia (Mondadori) che continuo a rileggere per ascoltare come un eco il suono delle parole. Mi hanno colpito anche ‘La pura superficie’ di Guido Mazzoni (Donzelli) e ‘Tutte le poesie’ di Milo De Angelis (Mondadori). Per chi non l’avesse mai letto, consiglio di acquistare ‘Elogio dell’ombra’ di Josè Luis Borges (Adelphi).

2. NARRATIVA

Se dovessi indicare un solo autore da ricordare, farei il nome di Sarah Manguso. Ho letto con piacere e commozione ‘Il Salto’ e ‘Andanza’ (NN editore), due libri diversi tra loro ma che mi hanno conquistato dalla prima parola. Il vincitore del Premio Strega, Paolo Cognetti, con ‘Le otto montagne’ (Einaudi) fa sicuramente parte delle segnalazioni, così come ‘I difetti fondamentali‘ (Rizzoli) di Luca Ricci, Kent Haruf con ‘Le nostre anime di notte’ (NN editore), ‘Manuale d’esilio’ di Velibor Colic (Bompiani) e ‘L’alcol e la nostalgia’ di Mathias Enard (E/O). Ad agosto ricordo di aver divorato ‘Le stelle fredde’ di Guido Piovene (Bompiani).

3. SAGGISTICA

E’ il settore che pratico di più, quello da cui attingo come nutrimento per la mente. Prima di fare le dovute distinzioni, non posso non citare il testo che maggiormente ho consultato, sì direi che consultato è il termine esatto: ‘Il libro contro la morte’ di Elias Canetti (Adelphi).

Diari, biografie, memoir: ‘Oltre i sogni’ di Colin Wilson (Atlantide), ‘L’ultimo rifugio’ di Imre Kertész (Bompiani), ‘Tra loro’ di Richard Ford (Feltrinelli) e ‘Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste’ di Cristina Battocletti.

Culture, critica letteraria: ‘Troppe cose a cui pensare’ di Saul Bellow (Sur), ‘L’arte di narrare’ di James Salter (Guanda), ‘L’arte della fuga’ di Fredrik Sjoberg (Iperborea), ‘Scritti a mano’ di Matteo Motolese (Garzanti), ‘Il mistero della creazione artistica’ di Stefan Zweig (Pagine d’arte).

Viaggi e dintorni: ‘Bagliori da San Pietroburgo’ di Jan Brokken (Iperborea), ‘Il disordine del mondo’ di Stefano Scanu (Ediciclo), ‘Galizia’ di Martin Pollack (keller), ‘In viaggio verso Jheronimus Bosch’ di Cees Noteboom (Jaca Book).

Infine ‘Il bisogno di pensare’ di Vito Mancuso (Garzanti), ‘Autoritratto nello studio’ di Giorgio Agamben (Nottetempo) e ‘Confabulazioni’ di John Berger (Neri Pozza).

Dieci libri del Novecento italiano da riscoprire quest’estate

Accertato che: A) d’estate la gente legge (sarà poi vero?); B) qualsiasi editorialista o critico letterario o scrittore o blogger o ufficio stampa si sente in dovere di consigliare libri per l’estate; C) “se vi vedono in spiaggia con Siddharta di Hermann Hesse ci farete la pessima figura che meritate perché lo hanno letto tutti” (Manganelli); mi accingo a presentare dieci libri quasi del tutto scomparsi dal panorama editoriale. Sono dieci romanzi, o raccolte di racconti, di scrittori del Novecento italiano che per stile, repertorio di parole, originalità e contenuti, hanno pochi eguali. Purtroppo per loro – e per noi – sono finiti nel dimenticatoio. Meno ripubblicati del gruppo dei più noti (Calvino, Moravia, Pavese, Gadda, Levi, Morante, Ginzburg, Buzzati, Ortese, Landolfi, Arbasino) basta iniziare a leggere le loro storie per essere attirati come le mosche al miele. Ma chi sono? Eccoli in ordine sparso: Arpino, Chiara, Soldati, Cassola, Bilenchi, D’Arzo, Pomilio, Bassani, Bufalino e Zavattini. Come ho già detto, li ho scelti un po’ perché non ne parla più nessuno, un po’ perché per trovare i loro libri è necessario frequentare anche le librerie d’occasione, ed è sempre un’esperienza utile e divertente, un po’ perché ci ricordano com’era l’Italia quaranta o cinquanta anni fa, e un po’ perché parlano di temi estivi come il viaggio, la memoria, gli spettri, gli incontri amorosi. Di ogni libro riassumerò la trama, citerò la casa editrice e riporterò gli incipit, che sono delle vere e proprie lezioni di scrittura.

 

 

Giovanni Arpino – Passo d’addio (Einaudi)

Trama:

Sei personaggi (un vecchio professore filosofo-matematico, il suo miglior allievo, due anziane signorine, un pizzaiolo, una ragazza irrequieta) alle prese con una scelta drammatica. Un delitto? Un peccato mortale? Un gesto proibito? In ogni caso una vicenda che riguarda tutti noi.

Incipit:

“La vita o è stile o è errore”.
Tracciate da un’incerta grafia queste parole spiccano sulla lavagna tra ghirigori matematici, formule e calcoli resi ormai indecifrabili da successive cancellazioni. Due linee sfrecciavano però, ancora nitide, da quell’“errore” per suggerire altre possibili conclusioni: “sciagura” e “idiozia”.
Il giovane Carlo Meroni aveva occhieggiato la frase mascherando il solito imbarazzo. Ogni domenica veniva omaggiato con una nuova massima. La lavagna costituiva infatti il labile diario del suo vecchio maestro, il professor Giovanni Bertola, docente di matematica da tempo in pensione. Carlo Meroni gli dedicava il pomeriggio festivo con una fedeltà che ad osservatori superficiali sarebbe apparsa perlomeno singolare.

 

Mario Soldati – Storie di spettri (Mondadori)

Trama:

Venti “ghost stories” condotte sul filo di fatti, incontri, emozioni di ogni giorno. Soldati ci porta nei suoi luoghi letterari prediletti: Torino, Roma, Genova, la pianura padana, il Lago Maggiore, la Valsolda.

Incipit (da Il tarocco numero 13):

Se dovessi dire perché, da qualche anno, vengo a passare le feste in questa piccola città dell’alta valle di Susa, risponderei: “Perché qui, in un vecchio albergo, c’è una porta imbottita di pelle che dà direttamente sulla scala ai piani superiori: e nel centro di questa porta, una losanga di vetro”.
Attraverso la losanga di vetro si vedono soltanto gli scalini con la loro guida di felpa rossa: nient’altro. Ma quel rosso e quella figura geometrica hanno per me un incanto misterioso. Immobile nel corridoio, non mi stanco di guardare.

 

Cesare Zavattini – Parliamo tanto di me (Bompiani)

Trama:

Primo libro di Zavattini, scritto all’età di 27-28 anni mentre il padre moriva di cirrosi epatica. Storia di un uomo che di notte viene svegliato da uno Spirito che lo guiderà in un viaggio nell’aldilà alla scoperta di Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Incipit:

La notte del 17 gennaio 1930 leggevo un romanzo d’amore. Il fuoco crepitava nel camino. Coricato nel soffice letto, interrompevo ogni tanto la lettura per ascoltare i sibili del vento fra gli alberi della foresta. I vetri tersi della finestra lasciavano scorgere il cielo pallido e due alberi, sulla collina, ornati di neve. Guardai il pendolo: segnava le due. Spensi la luce, mi rannicchiai sotto le coltri. – Dormiamo – dissi.

 

Romano Bilenchi – Gli anni impossibili (Rizzoli)

Trama:

Trittico di storie di formazione unite da un filo invisibile, raccontano l’approssimarsi alla vita di un ragazzo che si trova davanti a ostacoli e problemi imprevisti e sconosciuti.

Incipit:

L’anno della siccità segnò il culmine dell’amicizia tra me e mio nonno.
Da otto mesi il nonno e la nonna avevano smesso di lavorare e abbandonato l’albergo tenuto in affitto fino dalla loro giovinezza, nel quale, dopo un’incessante faticosa lotta, erano riusciti a mettere insieme un discreto capitale. Si erano ritirati nella casa acquistata in via dei Tre Mori dove anche io ero andato ad abitare con la mamma e col babbo. Il nonno, però, non riusciva a godere del libero riposo come si era ripromesso nel compiere quel doloroso quanto risoluto passo da una vita varia e prodigalmente attiva ma schiava dei bisogni e dei capricci del primo venuto, a un’altra inoperosa sì ma tutta disponibile, da riempirsi di soli piacevoli svaghi, di faccende soltanto volontarie.

 

Giorgio Bassani – L’Airone (Feltrinelli)

Trama:

Storia dell’ultima giornata di vita del cacciatore Edgardo Limentani, ambientato nell’inverno del 1947 tra Ferrara, Codigoro e il Po. Si tratta dell’ultimo romanzo di Bassani, che vinse il premio Campiello nel 1969. Dalla quarta di copertina: romanzo sul malessere esistenziale onnicomprensivo che pervade ogni aspetto della realtà.

Incipit:

Non subito, ma risalendo con una certa fatica dal pozzo senza fondo dell’incoscienza, Edgardo Limentani sporse il braccio destro in direzione del comodino. La piccola sveglia da viaggio che Nives, sua moglie, gli aveva regalato tre anni fa a Basilea in occasione del suo quarantaduesimo compleanno, continuava, nel buio, a emettere a brevi intervalli il suo suono acuto e insistente, anche se discreto. Bisognava farla tacere.

 

Silvio D’Arzo – Casa d’altri (Einaudi)

Trama:

L’incontro tra un prete da sagre, confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai nulla, e Zelinda, una vecchia che passa le giornate lavando i panni nel fiume, senza avere contatti con la gente. Un giorno, però, lei chiede al prete di derogare a una “regola” della Chiesa cattolica.

Incipit:

All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane.
Tutti alzammo la testa.
E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.
Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, due o tre donne di casa, e più in là qualche vecchia del borgo. Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene. La stessa cosa per noi in certo senso.

 

Gesualdo Bufalino – Argo il cieco (Bompiani)

Trama:

Diario-romanzo di un vecchio (lo stesso autore forse, o forse no) che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso comici o tragici racconti, la sua povera vita.

Incipit:

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo; quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su un prone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

 

Carlo Cassola – Il taglio del bosco (Mondadori)

Trama:

Storia di un uomo, Guglielmo, rimasto vedovo, con due bambine, che cerca per disperazione la sua pace nel lavoro. Intorno a lui ruotano quattro personaggi, tra i quali una donna, Fiore.

Incipit:

Dopo Montecerboli i viaggiatori si ridussero a cinque: un giovanotto, un uomo, due donne e un bimbo.
Il fattorino si fregò le mani:
– Siamo proprio in famiglia, stasera, – disse soddisfatto.
L’uomo in fondo sorrise, poi si mise a guardare fuori del finestrino, benché non si vedesse nulla a causa del buio.
Era un uomo dall’apparente età di trentasette-trentott’anni. Indossava una giacca col bavero di pelliccia consunto per l’uso, e teneva il cappello leggermente rialzato sulla fronte. Aveva il viso magro, il naso diritto, le labbra ferme, le mani ossute e robuste.

 

Piero Chiara – L’uovo al cianuro e altre storie (Mondadori)

Trama:

La vita di provincia fra storie drammatiche e umoristiche, tra misteri e passioni. Secondo Dino Buzzati ‘Ti sento, Giuditta’ è il racconto ideale, tanto che lo teneva sulla sua scrivania durante gli anni al Corriere della Sera.

Incipit (da Ti sento, Giuditta):

Più di una volta, da ragazzo, gironzolando sul porto avevo notato che uno dei più seri frequentatori del Caffè Clerici, Amedeo Brovelli, ex commerciante ritirato dagli affari con poca rendita, nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo, coi capelli grigi arruffati dal vento che lo prendeva di spalle. Non pescava e neppure abbassava gli occhi sullo specchio d’acqua del porto, ma teneva lo sguardo rivolto verso il paese, senza espressione, come se guardasse nel vuoto.

 

Mario Pomilio – Una lapide in via del Babuino (Avagliano)

Trama:

Uno scrittore anziano scopre in un suo vecchio quaderno d’appunti l’abbozzo di una possibile storia. Una storia che non ha trovato la sua forma e non è diventata un libro. Lo stimolo era venuto da una lapide posta sulla facciata di un palazzo romano.

Incipit:

Adesso s’accorgeva d’essere stato felice senza saperlo. Ma questo pensiero, invece d’amareggiarlo, gli procurava una curiosa sensazione di serenità. Era come scoprire d’aver accumulato, a poco a poco e senza quasi essersene accorto, una piccola riserva di cose buone da ricordare, che gli avrebbero consentito di vivere di rendita a patto che lui sapesse farle fruttare. Altrimenti non si spiegava perché da tanto tempo si sentisse così bisognoso di memorie e attendesse con tanta cura a difenderle da ogni sperpero.

La scrittura e la morte: Il Salto di Sarah Manguso

Se mi chiedessero cos’è per te la narrativa, probabilmente risponderei: il modo migliore che conosco per esorcizzare la morte, parlando di morti. Quando leggiamo non solo riportiamo in vita la storia che stiamo leggendo – una storia che è già avvenuta e fa parte del passato – ma stiamo anche accendendo un faro sul nostro presente. Se lo scrittore è bravo ci consegnerà qualcosa che proviene dal mondo dei morti, ma che potremo fare nostro nel mondo dei vivi.

I libri che parlano di morte spesso sono memoir, diari, scritture che non seguono canoni prestabiliti, ma cercano i giusti sbocchi per raccontare l’esperienza umana. Sarah Manguso ci è riuscita egregiamente ne Il Salto (NNE), elegia per l’amico Harris J. Wulfson, suicida sotto un treno della metro di New York. Harris amava la musica, aveva un lavoro, un amore, una vita piena, ma soffriva di episodi psicotici ed è proprio dopo uno di questi che decide di fuggire dall’ospedale dove è ricoverato e di gettarsi sotto un treno in arrivo. Per la Manguso è un colpo terribile, Harris era il suo amico più caro e intimo, la capiva come nessun altro. La scrittrice conosce la psicosi perché anche lei ne ha sofferto, ha fatto uso (e continua a farne) di farmaci psicotropi e ha sperimentato gli effetti collaterali come la acatisia, sindrome che si manifesta come l’impossibilità di stare fermi per un’inquietudine, una sofferenza, un disagio insopportabile. Manguso rivela inoltre di aver avuto lei stessa la tentazione del suicidio; un gesto che in certe situazioni le sembra plausibile, razionale e non egoistico. Lo psicoanalista James Hillman ha scritto che il suicidio è un problema che non riguarda la vita, ma la vita e la morte insieme, e dunque più che essere spiegato attende di essere compreso. E’ questo il tentativo della Manguso: comprendere il suicidio di Harris e al tempo stesso comprendere se stessa di fronte al dolore, ricordandosi di essere, in fondo, soltanto “una particella in un processo cosmico che non ha niente a che fare con il desiderio o la giustizia”.

Ogni volta che leggo un libro dedicato alla morte di una persona cara, penso alla fatica fatta dall’autore. Se vuole trasmettere qualcosa al lettore non gli basta raccontare la cronaca di un avvenimento o la vita di quella persona; deve mettersi in gioco e attraversare il suo dolore, la sua vergogna, la sua paura, per risultare alla fine non più forte, ma consapevole. E’ un processo di scrittura e di analisi insieme a cui non si può sottrarre. Sarah Manguso ci si immerge fin dalla prima pagina, riuscendo così a stabilire un immediato legame con il lettore.

“Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo” (pagina 9); “Non parlatemi della ricca varietà di tradizioni funebri dagli albori della civiltà a oggi – non voglio sapere niente delle tradizioni. Non mi interessa scoprire come gli altri recitano il dramma della loro rovina. Voglio sapere del mio dolore, che è inconoscibile, come quello di tutti” (pagina 61);  “Quando un tuo amico si butta sotto un treno, tu ripeti agli altri tuoi amici che gli vuoi bene, nel caso si vogliano buttare sotto un treno prima che tu abbia la possibilità di dirglielo” (pagina 77); “Non posso misurare il mio dolore e nemmeno far vedere di che colore è. Il mio dolore è sempre e soltanto mio” (pagina 79); “A cosa serve il dolore? Spiegazione reale: l’amore rimane. Non c’è altro conforto” (pagina 81); “Quando Harris morì, decisi di trascorrere un po’ di tempo a immaginare tutte le morti che non potevo prevedere. Visualizzavo la morte dei miei genitori, di mio marito, dei miei amici. Quando la morte reale arriverà, l’avrò già vissuta. Il suo assalto non mi farà vacillare” (pagina 85); “Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo” (pagina 87).

Epicuro sostiene che non si deve temere la morte perché finché noi esistiamo lei non c’è e quando è arrivata noi non ci siamo più e dunque non può farci del male. E’ senz’altro vero, ma ciò che spaventa – e che ha spaventato Sarah Manguso – è il dolore, la sofferenza, l’incapacità di non essere più ciò che con tutte le forze si è cercato di essere.

Perché leggere la poesia.

Abituati a camminare con la testa bassa sul cellulare, non ci fermiamo più a guardare il cielo. Abbiamo dimenticato com’è fatto e le sensazioni che trasmette. Allo stesso tempo abbiamo smesso – per la verità da decenni – di leggere la poesia. La consideriamo difficile, noiosa, superata. Guardare il cielo e leggere la poesia hanno in comune molte cose. Sono azioni per lo più solitarie che chiamano in causa i nostri sensi, generano emozioni, suscitano riflessioni, ci fanno penetrare in uno spazio non più soltanto fisico. A questo pensavo mentre leggevo tre libri molto diversi: Fuggire da sé di David Le Breton (Cortina editore), L’epilogo della tempesta di Zbigniew Herbert (Adelphi) e Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italosvevo).

Il primo è un saggio che indaga “il biancore”, uno stato di assenza che può impadronirsi di noi quando ci sentiamo schiacciati dal peso della società contemporanea, che esige un’affermazione permanente. Secondo Le Breton “per chiunque, anche per chi conosce il piacere di vivere, in qualche misura il biancore si impone, giorno dopo giorno, come una necessità”. Una fuga dal quotidiano, dunque, per riprendere fiato e recuperare le forze. Il secondo libro è una raccolta di poesie di uno dei più grandi poeti polacchi del Novecento. Sono versi intimi, quasi una confessione, nei quali Herbert parla della memoria, del tempo, della stoica accettazione della fatica di vivere. Il terzo, infine, è un breve discorso sulla poesia che Caproni tenne il 16 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma di fronte a un pubblico composto da amici, lettori e ammiratori.

caproni

La lettura di questi libri mi ha portato a fare una considerazione, che ha le sembianze di un invito: rifugiamoci nella poesia. Colmiamo “il biancore” con le parole. Lasciamo che siano loro a trasportarci, come nuvole in transito, verso il nostro angolo di vitalità quotidiano. Se lo faremo potremo godere di infinite meraviglie perché la poesia è volo dell’anima e del corpo. E’ pienezza della vita. Il mio invito muove dalle parole di Caproni: “I tentativi di porgere alla gente la poesia vanno incoraggiati, non rifiutati in blocco”. Già nel 1982 Caproni sosteneva: “La poesia non riesce più ad avere posizione o funzione di privilegio come quando, almeno fino a Gozzano, entrava in quasi tutte le case bene. Gozzano lo leggevano tutti, l’avvocato, la sartina, entrava in casa come l’acqua del rubinetto. Ma la fila davanti le librerie, diciamo la verità, nemmeno ai tempi di Leopardi”. Oggi i dati di vendita della poesia sono impietosi, eppure continuano a essere pubblicate raccolte di straordinaria bellezza, come l’ultima di Zbigniew Herbert, ideale trampolino di lancio per immergersi nel mondo dei versi.

Ne L’epilogo della tempesta sono raccolte le ultime poesie di Herbert, scritte dopo la caduta del muro di Berlino. Fino ad allora il poeta si era dedicato alla Polonia, al tragico avvenire della nazione, alla difesa della libertà di pensiero, elaborando “un determinato stile di scrittura per aggirare i divieti dei censori”. Sono poesie “serie”, “tragiche”, come si evince dalla raccolta precedente Rapporto sulla città assediata. Dopo il 1989, invece, i versi di Herbert diventano confessioni intime. Nella postfazione Francesca Fornari scrive: “Nell’ultima fase della sua scrittura Herbert compone testamenti spirituali: finito il tempo dell’emergenza storica, per la prima volta infrange la propria regola poetica dell’oggettività, che imponeva il riserbo nell’esprimere emozioni, e dice semplicemente: ‘la mia anima è triste’”. Una di queste poesie, ‘Le nuvole su Ferrara’, rappresenta il perfetto connubio tra cielo e creazione artistica.

 
Bianche
oblunghe come navi greche
tronche al di sotto

senza vele
senza remi

la prima volta
che le vidi in un dipinto del Ghirlandaio
le credetti
un frutto dell’immaginazione
una fantasia di artista

e invece esistono

Il poeta polacco, durante uno dei suoi spostamenti da cui ha tratto ispirazione, si ferma a Ferrara. Alza la testa e osserva le nuvole che (scorrono \ molto lentamente \ sono quasi immobili). E’ in questo infinito movimento che si nasconde il destino dell’uomo. Lui, che non ha potuto scegliere (niente nella vita \ secondo il mio volere) e che non ha trovato (un rifugio nella storia), scopre il segreto delle nuvole.

 
scorrono lente
ma sicure verso rive
sconosciute

 
è in loro
non negli astri
che si decide
il destino

 
herbertLa poesia di Herbert è la dimostrazione di quanto sosteneva un altro grande poeta americano, Robert Frost: “Una poesia comincia in gioia e finisce in saggezza”. La gioia di Herbert è quella di fermarsi a guardare il cielo e scoprire la forma e la bellezza delle nuvole, che non sono frutto dell’immaginazione o fantasia dell’artista. La saggezza è la scoperta che loro sono sempre lì, a nostra disposizione, per ricordare all’uomo qual è la propria sorte. Dobbiamo solo alzare la testa per vederle. Nuvole come “guardiani del mondo”, così le definiva il suo connazionale Czeslaw Milosz.

In questo incoraggiamento a rifugiarsi nella poesia – che è sempre danza dell’immaginazione – mi piace ricordare cosa diceva un altro grande poeta del Novecento, Iosif Brodskij. “L’unico modo per sviluppare gusti sani in letteratura è leggere la poesia. Più si legge poesia, meno si tollera ogni eccesso di verbosità”. Un ottimo consiglio, valido per chi legge e per chi scrive, se pensiamo alla quantità di libri che oggi vengono pubblicati, davanti ai quali dobbiamo scegliere se acquistarli o lasciarli sullo scaffale. La poesia, sotto questo aspetto, è quasi imbattibile perché avendo il carattere dell’universalità, aggiunge sempre qualcosa alla possibilità dell’essere umano di capire la propria esistenza.

Il nostro presente è un Tempo senza scelte. Sicuri che sia meglio?

E’ uscito da pochi giorni un breve saggio dello scrittore Paolo di Paolo, ‘Tempo senza scelte’ (Einaudi) che mi dà l’occasione di aggiungere un tassello al discorso, iniziato prima dell’estate, sui libri che aiutano a capire il mondo. Di Paolo pone una domanda: “Dove la Storia non chiede risposte nette, dove si è esposti a miriadi di opzioni evanescenti, è ancora possibile prendere decisioni radicali, accettare il rischio, percorrere una strada fino in fondo?”. Quindi porta all’attenzione del lettore le storie di uomini che in passato – quando la Storia incalzava – hanno dovuto scegliere: i giovani temerari Piero Gobetti e Renato Serra, Federico Garcia Lorca, Hans e Sophie Scholl. Ma anche uomini che non hanno avuto scelta (Walter Benjamin) o hanno cercato di definirla (Italo Calvino).

Per tutto il libro la domanda ci pressa. “Dove sarà mai l’istante in cui si prende una posizione radicale con tutta l’intensità della personalità?”. Se osserviamo il passato, come ci mostra Di Paolo, potremmo rispondere che questo è il tempo in cui non c’è bisogno di scelte così nette. Se osserviamo il presente, invece, ci accorgiamo che la risposta è strettamente connessa con la fine delle ideologie, la precarietà del lavoro, la crisi economica, la perdita delle memoria, una generale sfiducia nel futuro, non più atteso ma temuto. E’ la società in cui viviamo che ci costringe a non poter scegliere o a scegliere la cosa più facile, ad abbandonare i nostri desideri per inseguire la quotidianità, la sopravvivenza. Eccolo il tempo senza scelte, dunque.

mostra-de-chirico-9Di Paolo però non si ferma qui. A domanda aggiunge domanda. Se questo è il tempo senza scelte, ci dice, “conviene domandarsi se si tratti di una forma di libertà superiore la possibilità di esistere fuori da ogni schema predefinito, o sia un’illusione prospettica”. Di Paolo non risponde direttamente, ma invita il lettore a riflettere su questo aspetto portando l’esempio dei social network, trasformati in sfogatoi, frequentati perlopiù da persone con il ghigno, che “non misurano il peso delle parole, impermeabili a tutto, incapaci di prendere sul serio alcunché”. Leggendo questo passo mi sono venute in mente le parole dello storico olandese Johan Huizinga, che nel trattato ‘La crisi della civiltà’, scritto nel 1935 ma di un’attualità quasi profetica, ammoniva la sua generazione: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto. Se si vuole che questa civiltà si salvi, che non decada a secoli di barbarie, è necessario che gli uomini d’oggi si rendano esatto conto di quanto già sia progredita la dissoluzione che li minaccia”.

Ho l’impressione che la maggior parte delle persone intuiscano questa dissoluzione, ma preferiscano non prenderla sul serio o semplificarla terribilmente con un “e che sarà mai”. E’ qui che Di Paolo interviene con voce propria: “Quando gli altri se ne stanno al riparo dietro a un paravento fatto di irriverenza, c’è bisogno di scegliere di essere per qualcosa, e non contro”. Chi fa questo sforzo “si espone al ridicolo, al sarcasmo, ma diventa incredibilmente più prezioso dei professionisti del ghigno”.

L’importanza del libro è dunque riassunta. C’è però un capitolo, di cui non ho ancora parlato, che vale la pena sottolineare. E’ quello che di Paolo dedica alla scelta dello scrittore. “C’è qualcosa che non va in un Paese che rimpiange gli scrittori impegnati del passato, celebra quelli stranieri se prendono posizione, e costringe i propri contemporanei a tacere. Quei pochi che ancora azzardano prese di posizione nette sono spesso guardati con diffidenza”. La colpa, secondo Di Paolo, è per una parte degli stessi scrittori – “che temendo di apparire pesanti hanno annegato nel cazzeggio qualunque spessore” – e per una parte “degli insofferenti detrattori dell’impegno, che temono la propria stessa ininfluenza in un’epoca in cui i creatori d’opinione si sono moltiplicati a dismisura, uno per ogni profilo social, potremmo dire”. Ma un’alternativa praticabile c’è, sostiene Di Paolo, “basta qualche pagine di Orwell o di Camus per capire che uno scrittore può lavorare per il presente e non solo per se stesso, se alimenta dubbi e non certezze, se fa valere la specificità, anche solo emotiva, di un’esperienza del mondo”.

Questo tema ciclicamente emerge sui giornali o nei social network quando si è a ridosso di un anniversario (come è accaduto nel 2015 per i quarant’anni dalla morte di Pasolini) o di fronte alle presa di posizione di uno scrittore – Roberto Saviano, per esempio – rispetto a un fatto politico. In queste occasioni c’è sempre qualcuno che ricorda come nel passato gli scrittori fossero anche intellettuali militanti e dunque avessero un pensiero critico e un peso maggiore, chi sostiene che l’avvento della televisione ha tolto la voce anche agli scrittori, li ha resi evanescenti, figuriamoci i social. Io preferisco rifarmi alle parole di Natalia Ginzburg: “Non credo che i romanzieri, e i romanzi che scrivono, possano mai essere utili alla vita pubblica. Credo fermamente nella loro splendida inutilità. Penso però che a volte può succedere che alcuni romanzieri, come persone, possano provare un senso di collera, di sdegno civile, e l’impulso a essere utili alla vita pubblica. Vi potranno portare un poco della loro esperienza umana, avendo essi a lungo osservato gli eventi umani. Vi porteranno anche il carico delle loro inettitudini, ignoranze, incoerenze e perplessità. Vi porteranno anche il loro ostinato amore per la contemplazione. Essi avranno, come ogni persona, il dovere dell’onestà”.