Piccola guida alle librerie antiquarie e dell’usato di Roma

Nel 1929 Stefan Zweig scrisse il racconto Buchmendel (Mendel dei libri) per rendere omaggio alla cultura e raccontare uno dei pilastri della società di allora: il libro. Il personaggio, Jacob Mendel, trascorreva le giornate all’interno del Caffè Gluck leggendo (conosceva tutti i libri ed era in grado di procurarseli) e ignorando la vita circostante, al punto di non rendersi conto dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

A quasi un secolo di distanza, nelle nostre città, sepolti tra pile di volumi usati che nessuno sembra più volere, esistono uomini e donne che vivono le loro giornate come dei Jacob Mendel. Il modo più facile di incontrarli è entrare in una libreria antiquaria o dell’usato. Sono loro i custodi di opere (prime edizioni, rarità) di scrittori di cui non si sente più parlare perché non vengono ristampati o semplicemente perché la morte li ha condannati per sempre. Qualche nome? Antonio Delfini, Anna Maria Ortese, Mario Soldati, Anna Banti, Lalla Romano, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi. Ma anche raccolte di poesie di Sandro Penna, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Guido Gozzano o libri di critica ormai introvabili di Giovanni Macchia, Gianfranco Contini, Emilio Cecchi, Pietro Paolo Trompeo, Giacomo Debenedetti. Tutti autori da recuperare.

A Roma le librerie antiquarie o dell’usato, esclusi gli studi bibliografici e quelli che operano soltanto tramite ebay, sono poco più di una ventina. Diciassette di queste si sono riunite e hanno dato vita all’Associazione Pagine Romane, che ha lo scopo di far conoscere la cultura attraverso le forme tipiche del libro usato, d’occasione e d’antiquariato, e dei prodotti cartacei quali stampe, foto, grafica, fumetti, cartoline e documenti. Purtroppo le chiusure negli ultimi dieci anni si sono susseguite con sempre maggiore frequenza. Tra le più note hanno tirato giù la saracinesca la libreria Ardengo in Via del Pellegrino, Invito alla Lettura a Corso Vittorio Emanuele, la libreria Francesco Ponti a Via Tomacelli, la libreria Il Corsaro a Via Macerata, la libreria Della Fronda in Via Enrico Stevenson e Libri di Ieri in Largo di Villa Bianca.

Roma è inoltre l’unica grande città italiana priva di una fiera dedicata ai libri antichi e d’occasione. L’unico tentativo risale al 2013. Il Comune di Roma concesse per due mesi i marciapiedi esterni ai giardini di Piazza Vittorio per un numero limitato di 20 spazi e con costi per ciascun libraio di circa 300 euro a giornata. (Per capirci: a Milano la manifestazione ‘Vecchi libri in piazza’ si svolge a due passi dal Duomo, in un’area comunale, ogni seconda domenica del mese. Gli spazi concessi sono 100 e il costo è di circa 700 euro per 10 mesi, divisi in due rate, più 30 euro al mese per avere a disposizione tavoli di 4 metri e due sedie). A Roma la prima mostra del libro usato e d’occasione andò in scena per due domeniche del 2013 (il 28 aprile e il 19 maggio) e poi si chiuse per sempre. Oltre i costi alti per i librai, a tenere banco fu un contenzioso – finito anche al Tar del Lazio – tra il Comune di Roma e l’associazione (poi vincitrice, ndr) che occupava i portici di piazza Vittorio alcuni sabato del mese per un mercatino, che adesso non c’è più. Per i librai i portici sono di vitale importanza.

I librai vorrebbero formalizzare un rapporto di collaborazione con il Comune di Roma per valorizzare la fiera; chiedono una concessione temporanea e diretta di occupazione di suolo pubblico, l’introduzione di misure di fiscalità agevolata per le attività esistenti e il sostegno agli affitti. Secondo i librai avere a Roma una fiera del libro usato e d’antiquariato permetterebbe di attirare gli operatori delle regioni del Centro e del Sud Italia, in modo di competere con le fiere delle città del Nord; contribuirebbe alla valorizzazione di un’area della città e riporterebbe sul settore l’interesse pubblico per scongiurare lo scenario di una città senza librerie.

Se volete incontrare a Roma gli Jacob Mendel di oggi, è qui che dovete rivolgervi:

Libreria Simon Tanner
Via Lidia, 58/60

Libri Necessari
Via degli Zingari, 22/A

Libreria Onofri
Via Chiana, 46

Libreria Il Segnalibro
Via Oslavia,52

Libreria Coliseum
Via del Teatro Valle, 47

Equilibri
Via degli Equi, 14

Serendipity
Corso del Rinascimento, 16

Libreria Tara
Piazza Teatro Di Pompeo, 41

Libreria Ex Libris
Via dell’Umiltà, 77

La linea d’ombra
Piazza di Campitelli, 2

Libreria Giulio Cesare
Viale Giulio Cesare, 59

Libreria Pugacioff
Via Busiri Vici, 34

Libreria Fantinel
Via Goldoni, 20

Libreria Aiace
Via Ugo Oietti, 36

Libreria ‘900 di carta
Via Acqui, 9b

Libreria Arcobaleno
Via Emilio Faà di Bruno, 17

Libreria Mazzini
Viale Mazzini, 83

Libreria Tombolini
Via Quattro Novembre, 146

Libreria Yelets
Via Nomentana, 251

Libreria Cesaretti
Via di Piè di Marmo, 27

Libreria Cicerone
Largo Chigi, 1

Libreria Borromini
Via degli Orfani, 91

* Questo articolo è uscito sul portale dell’agenzia Dire, qui il link con l’infografica (http://www.dire.it/28-03-2017/112784-piccola-guida-alle-librerie-antiquarie-usato-roma/)

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La letteratura non ha confini

Il tema dell’ottava edizione di Libri Come è Confini. Una parola che racchiude in sé molti significati e che è possibile declinare sotto vari aspetti: politici, geografici, generazionali, linguistici, immaginari. In un momento storico in cui nel mondo si è tornati ad alzare muri e la libertà d’espressione è vista come un elemento critico, affrontare  questo tema è ancora più urgente. Per questo ho chiesto ad alcuni scrittori italiani che saranno presenti all’Auditorium qual è la loro idea di confine e quali sono gli autori o i libri che sentono di consigliare. Da oggi inizierò a pubblicare le loro risposte.

Ma prima – me lo concederete – da lettore sento l’esigenza di citare alcune opere che fanno parte della mia libreria e dire cosa suscita in me la parola Confini. Io mi immagino una fila di scrittori che si tengono per mano; non seguono una linea retta ma formano curve, angoli, si allargano e si stringono a loro piacimento. Chi li vedesse dall’alto potrebbe avere l’impressione di osservare una muraglia, eppure c’è così tanto spazio tra loro; chiunque riuscirebbe a passare. Come mai? Semplice. Perché la letteratura è sconfinata.

La cartografia dell’Europa è il frutto delle possibilità del piede umano, degli orizzonti che ci può far percepire”. (George Steiner)

Il Mediterraneo non è solo geografia. I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo”. (Predrag Matvejevic)

Ogni incontro con l’altro è un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura segreto”.(Ryszard Kapuscinski)

La conoscenza ha solo due fonti, la ragione e l’esperienza, entrambe alla portata di tutti”.(Tzvetan Todorov)

Se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di piu’, sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio”. (Iosif Brodskij)

Ogni generazione si crede destinate a rifare il mondo. La mia, però, sa che non potrà riuscirci. Ma il suo compito forse è più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci”. (Ernesto Sabato)

Il collezionista che scova tesori nei mercatini di Roma

costellazione1A Roma si aggira un uomo che salva gli oggetti. Li va a recuperare nel momento più triste della loro vita, quando il proprietario li ha gettati o, peggio ancora, è morto e non può più vegliare su di loro. E’ un momento funesto, l’inizio di una “catastrofe”, perché gli oggetti, come sosteneva Borges, non sanno che il loro proprietario se n’è andato. Sono soprattutto stampe e libri, “la merce meno amata, giudicata ingombrante, vecchia, incapace di emettere una luce”.

Gli svuota appartamenti li caricano sui furgoni e li portano nei mercatini, da Porta Portese a Piazzale Ostiense, dove – per un giorno soltanto – vengono esposti e hanno la possibilità di essere salvati dall’immondezzaio. E’ il momento in cui compare l’uomo. Verso le quattro o le cinque di mattina, quando il sole ancora deve sorgere, è già chino su di loro. Li accarezza, li annusa, li controlla. Vuole capire cosa contengono e a chi sono appartenuti. Se la “caccia al tesoro” va a buon fine, per l’oggetto inizia una nuova vita.

L’uomo si chiama Giuseppe Garrera. E’ un insegnante di liceo, storico dell’arte, ma soprattutto collezionista. In questi anni ha scovato tesori e rarità, come l’archivio di Giovanni Macchia, poi ceduto alla Biblioteca Nazionale di Roma. A casa ha così tanto materiale da poter organizzare mostre per anni. Intanto ha aperto la prima, alla Casa di Goethe. Si chiama ‘Costellazione 1’ e raccoglie la storie di tre personaggi tedeschi che vissero a Roma: l’artista Ernst Stadelmann, lo psicoterapeuta Ernst Bernhard (che ebbe tra i suoi pazienti Fellini, Ginzburg, Manganelli, Campo) e Reinhard Dhorn, direttore dell’Acquario di Napoli.

“La mia è una mostra legata al destino delle cose e al vagabondare alla ricerca di storie, di avventure, di cui Roma è piena – racconta Garrera, intervistato dall’agenzia DIRE- La metropoli è un luogo di oggetti da scovare”. Alla Casa di Goethe sono esposte rare edizioni grafiche di Manet e Renoir, una stampa originale del Cinquecento di Albrecht Durer, altre stampe di Francis Bacon, un libro con dedica di Heidegger, autografi di Ernst Bernhard e lettere inedite.

Chi visita la mostra esce con la sensazione che Roma, nonostante il degrado quotidiano, sia ancora un luogo magico.

manet“Spero che chi esca da qui faccia ciò che Simon Weil raccomandava alle sue allieve: prestare attenzione– sottolinea Garrera- In ogni oggetto gettato o dimenticato si possono ritrovare le storie di una vita, di una morte, di un amore. E poi uno degli elementi della caccia ai libri è che si trasforma in un’avventura fanciullesca. E’ come andare sulle giostre o in un luogo miracoloso, in cui non c’è l’ansia del denaro ma soltanto la speranza del ritrovamento”.

Garrera spiega che “l’amore per le bancarelle e i mercatini nasce dall’amore per il libro e la lettura. Credo si potrebbe fare una storia delle letteratura attraverso le letture che i poeti e gli scrittori hanno fatto comprando nelle bancarelle. Il valore economico dei libri si azzera per quell’unico giorno che sono in vendita e si possono fare acquisti a prezzi ridicoli, da racconto di Collodi. C’è quindi una sospensione economica. E’ chiaro che poi riacquistano il loro valore quando tornano nelle mai di un appassionato. Walter Benjamin dice che i libri nella bancarella stanno aspettano qualcuno che tornerà ad amarli. Ecco, è questo il tesoro”.

‘Costellazione 1’ resterà aperta alla Casa di Goethe fino al 12 marzo. Ma in programma sono già previste ‘Costellazione 2’ e ‘Costellazione 3’. “Alla fine dell’anno esporrò nuovi ritrovamenti, altre avventure- conclude Garrera- Posso anticipare che due sale saranno dedicate alla poesia visiva tedesca”.

 

Letteratura e scandali romani, cosa leggono i candidati sindaci di Roma

Dicono che i politici di oggi non leggono libri. Secondo i dati dell’Associazione italiana editori sono loro, insieme ai manager e ai dirigenti, i peggiori lettori d’Italia. Se una volta potevamo contare su una generazione di lettori forti e bibliofili – Andreotti, Martelli, Diliberto per fare dei nomi – adesso i politici, soprattutto quelli più giovani, hanno smesso di frequentare le librerie mentre occupano assiduamente la tv e i social network. Eppure il poeta russo Iosif Brodskij, nel discorso per il conferimento del Premio Nobel, sosteneva che “se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Come polizza di assicurazione morale, quanto meno la letteratura dà molto più affidamento che non un sistema religioso o una dottrina filosofica”.

A due mesi dalle elezioni comunali, l’agenzia Dire ha pensato di chiedere ai candidati sindaci di una città che ha visto chiudere 50 librerie in quattro anni (tra pochi giorni chiuderà i battenti anche ‘Invito alla lettura’ a Corso Vittorio) e che soffre della mancanza di un progetto culturale di ampio respiro in cui i cittadini possano riconoscersi, quali sono gli ultimi tre libri letti. Quasi tutti i candidati hanno risposto e il profilo che ne esce è quello di lettori attenti alla storia di Roma, agli scandali che hanno colpito la Capitale negli ultimi anni, con un occhio alla narrativa e alle esperienze personali.

Giorgia Meloni, ad esempio, da futura mamma di una bambina ha scelto un testo dedicato ai genitori come ‘Che cosa aspettarsi quando si aspetta’ (Sperling & Kupfer) di Heidi Murkoff e Sharon Mazel. Gli altri due libri, però, riguardano la storia della Capitale e la stretta attualità: ‘Una giornata nell’antica Roma’ (Mondadori) di Alberto Angela e ‘Profugopoli’ (Mondadori) di Mario Giordano.

Roberto Giachetti ha invece optato per ‘Capitale infetta’ (Rizzoli) scritto da Giampiero Calapà e dall’ex assessore alla Legalità della Giunta Marino, Alfonso Sabella. Tra le sue ultime letture anche gli interventi, i racconti e le lettere della radicale Mariateresa Di Lascia, fondatrice di Nessuno tocchi Caino, raccolte nel volume ‘Un vuoto dove passa ogni cosa’ (Edizioni Dell’Asino) e ‘L’avversario’ (Adelphi) di Emmanuel Carrère, che narra la storia vera di Jean Claude Romand, l’uomo che il 9 gennaio 1993 uccise la moglie, i figli e i genitori per evitare la vergogna di ammettere una vita diversa da quella che aveva fatto credere a tutti per diciotto anni.

Tra i candidati, il più ‘letterario’ di tutti sembra essere Guido Bertolaso. I suoi ultimi tre libri letti sono stati: ‘La peste’ (Bompiani) di Albert Camus, ‘Il dio della colpa’ (Piemme) di Michael Connelly e ‘Memorie di Adriano’ (Einaudi) di Marguerite Yourcenar, “quest’ultimo letto per la quarta volta”. Lo scrittore francese Francois Mauriac sosteneva che per conoscere meglio qualcuno non bisognerebbe chiedergli cosa sta leggendo, ma cosa sta rileggendo. Che Bertolaso stia pensando al futuro edilizio di Roma?

Sicuramente la candidata del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, leggendo al figlio ‘Il piccolo principe’ (Bompiani) di Antoine Saint-Exupéry sta cercando di trasferire una certa educazione sentimentale alla vita. Ma la stretta attualità incombe e così gli altri due libri della candidata 5 Stelle sono stati ‘I re di Roma’ (Chiarelettere) di Marco Lillo e Lirio Abbate e ‘Grande Raccordo criminale’ (Imprimatur) di Pietro Orsatti e Floriana Bulfon.

Scelta simile a quella di Francesco Storace, che ha letto ‘Roma fa schifo’ (Youcanprint) di Enrico Pazzi. Le altre due scelte, invece, hanno riguardato il versante storico: ‘Donna Rachele mia nonna’ (Minerva) di Edda Negri Mussolini ed Emma Moriconi, e ‘Il ventennio‘ (Rizzoli) di Gianfranco Fini.

Ha alternato narrativa e saggi, infine, Stefano Fassina. Gli ultimi libri letti sono stati il ‘Manuale antiretorico dell’Unione Europea’ (Manifestolibri) di Luciana Castellina, ‘La Roma di Petroselli‘ (Castelvecchi) di Vezio De Luca ed Ella Baffoni e ‘La banda della culla’ (Einaudi) di Francesca Fornario. Dunque le letture dei candidati sono state varie e di tipo diverso, ma i librai romani si augurano una cosa sola: che il futuro sindaco li sostenga e che la cultura a Roma torni ad essere protagonista.

* Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’Agenzia Dire

Letteratura e scandali romani, cosa leggono i candidati della Capitale

A Roma il lettore è in via di estinzione

borromini2A Roma il lettore è una figura in via di estinzione. E’ rimasto solo il lettore forte, che però spesso corrisponde a un addetto ai lavori. A questo pensavo una decina di giorni fa mentre mi spostavo da una sala all’altra dell’Auditorium per seguire gli incontri in programma a ‘Libri come’, la festa del libro e della lettura, giunta alla settima edizione. La manifestazione, nonostante il budget ridotto e un giorno di programmazione in meno, ha registrato 20 mila presenze. Siamo lontani dalle 40 mila della prima edizione o dalle 35 mila degli anni successivi, ma lo zoccolo duro dei lettori forti non ha tradito le aspettative. A colpo d’occhio, però, era evidente l’assenza di lunghe file alle biglietterie – memorabili quelle per Umberto Eco, Roberto Calasso, Emmanuel Carrère – o di code per farsi autografare il libro. Dov’erano finiti gli adolescenti, che l’Istat ci ha detto essere i maggiori consumatori di libri, o le signore che un tempo seguivano i dialoghi con gli scrittori e poi si fermavano a discuterne al bar? Ho sentito qualcuno dare la colpa alla paura del terrorismo, ma la realtà era un’altra. Quei lettori non c’erano a causa dell’atteggiamento che la città ha rispetto alla cultura.

A Roma il lettore ha smesso di girare per librerie perché molte di quelle che frequentava sono state chiuse; quando compra un libro sa già che difficilmente potrà ascoltare chi l’ha scritto perché le presentazioni di libri – soprattutto quelle delle maggiori case editrici – avvengono principalmente nelle città del Nord Italia; attende l’organizzazione di una fiera o di un festival, ma non è detto poi che ci partecipi perché la comunicazione degli eventi, per mancanza di fondi, è sempre più scarsa in questa città. Così, piano piano, se ne dimentica. Trascura la passione della lettura così come trascura la città in cui vive. Nella Roma travolta dalle inchieste giudiziarie, dove il degrado sembra ogni giorno avere la meglio e i soldi hanno smesso di girare, la cultura non può che soccombere. Lo dicono i dati: per la Confcommercio il 54% delle imprese culturali registra un peggioramento dell’andamento economico nell’ultimo triennio. Lo dicono le chiusure: 50 librerie in quattro anni, 42 cinema in dieci anni e il fallimento dei teatri. Come si è arrivati a questo punto? Le cause sono molteplici: la crisi economica, il caro affitti, la riduzione degli investimenti. Il motivo principale, però, resta sempre lo stesso: l’assenza di volontà politica.

Roma soffre della mancanza di un progetto culturale di ampio respiro, condiviso dalle istituzioni, in cui i cittadini possano riconoscersi. L’ultimo risale ai tempi di Gianni Borgna. Emblematico è il caso della Casa delle Letterature, ospitata nel complesso borrominiano dell’ex Oratorio dei Filippini a Piazza dell’Orologio. La struttura è guidata dal 2000 da Maria Ida Gaeta, che dirige anche ‘Letterature. Festival internazionale di Roma’. Un luogo simile dovrebbe avere una programmazione quotidiana di alto livello, come avviene al Circolo dei Lettori di Milano e Torino, fatta di presentazioni, corsi, dialoghi con gli autori italiani e stranieri, gruppi di lettura, mostre, co-working, ristorazione. In poche parole dovrebbe essere il cuore pulsante della cultura a Roma. Invece basta consultare il sito internet per rendersi conto del suo scarso utilizzo e di un programma qualitativamente inferiore a Milano e Torino. Si potrà ribattere che a Roma, rispetto alle città del Nord, mancano gli investimenti da parte delle Istituzioni e questo è senz’altro vero. Ma la città ha al suo interno una comunità letteraria composta di gruppi di lettura, piccoli festival, corsi e concorsi di scrittura: energie che potrebbero non soltanto rianimare il panorama culturale, ma far conoscere la Casa delle Letterature al pubblico romano. E’ cambiando gli atteggiamenti che si ottengono risultati a volte incredibili, come quello raggiunto dal Teatro Piccolo che quest’anno ha registrato più abbonati di Inter e Milan. Spetterà invece al futuro sindaco di Roma tornare a investire sulla cultura e lavorare affinché si torni a una dimensione ravvicinata, che alimenti la passione e la curiosità dei lettori che oggi, sentendosi smarriti, hanno smesso di frequentare la città.

* L’articolo è stato pubblicato sul portale dell’Agenzia Dire

A Roma il lettore e’ in via di estinzione, eppure basterebbe “aprire” la Casa delle Letterature

A Roma si mangia, non si legge. Ecco perché sarà il Giubileo dei non lettori

IMG_20150806_111935Roma. Un chilometro e settecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Venezia da Piazza del Popolo. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Due. Milano. Un chilometro e cinquecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza San Babila da Largo Cairoli. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Dieci. Torino. Un chilometro e cento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Carlo Felice da Piazza Castello. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Quattordici. Si obietterà: ma il centro di Roma è molto più grande, almeno il triplo di Milano e Torino. Sì, è vero. Ma se allarghiamo lo sguardo a tutto il centro storico della Capitale, le librerie che hanno chiuso in questi anni sono molte di più di quelle rimaste. A Milano alcune di quelle storiche sono state ristrutturate (Rizzoli, Feltrinelli) e ne sono arrivate di nuove (come Open, 1.000 metri quadri dove poter leggere, studiare e navigare gratuitamente, con servizio di ristorazione). Pochi giorni fa, a Brera, ha aperto Laboratorio Formentini, uno spazio messo a disposizione dal Comune per promuovere l’editoria libraria. Inoltre resiste a due passi dal Duomo la manifestazione ‘Vecchi libri in piazza’, che richiama una domenica al mese migliaia di appassionati di libri antichi, rari e fuori catalogo.

A Roma le librerie continuano a morire nell’indifferenza delle istituzioni. Pochi giorni fa ha chiuso uno dei luoghi più amati dai cittadini: Palazzo Incontro, in via dei Prefetti. Uno spazio polifunzionale che comprendeva la libreria Fandango, la caffetteria con sala per il brunch e il museo dedicato alle mostre di fotografia e fumetti. L’edificio è tornato in mano a Bnp Paribas, la banca che gestisce il fondo in cui sono confluiti gli immobili della Provincia di Roma. Comune e Regione sono intervenute? No. Il mantra è sempre lo stesso: “mancano i soldi”. Piccole o grandi, tutte non hanno avuto scampo: Amore e Psiche, Bibli, Croce, Flexi, Herder, Red Feltrinelli, Feltrinelli di via del Babuino, Messaggerie, Mondadori Trevi, Remainders, Arion Veneto, Giunti a piazza Santi Apostoli. I numeri sono impietosi: cinquanta chiusure negli ultimi quattro anni; oltre cento in dieci anni. Il Comune di Roma è stato uno spettatore complice, anche nel caso di ‘Pagine romane’, la fiera del libro usato e d’occasione andata in scena per due domeniche nel 2013 all’Esquilino e poi chiusa per sempre.

A Roma si mangia, non si legge. Lo stesso trattamento è stato riservato alle botteghe storiche, se consideriamo che ad esempio via dei Coronari, un tempo regno degli antiquari, conta oggi 72 locali su 120 di ristorazione. Le gelaterie, i fast food, i negozi di strada aumentano a dismisura. Ma Roma ha una peculiarità: è una città che partecipa. Quando si dà la possibilità ai romani di essere protagonisti della vita cittadina, la risposta è sempre positiva. Lo dimostrano i numeri del Festival delle Letterature a Massenzio (400 mila presenze dal 2002), della Fiera della piccola e media editoria (circa 55 mila presenze l’anno), di ‘Libri come’ (circa 30 mila presenze l’anno) e delle decine di manifestazioni più piccole che, con fatica, vengono organizzate in periferia.

Sarà quindi il Giubileo dei non lettori, ed è un peccato perchè le strutture ci sono. La Casa delle Letterature, a piazza dell’Orologio, è forse il luogo meno sfruttato della Capitale. Ogni tanto qualche presentazione, ogni tanto qualche mostra. Stop. Possibile? Un luogo così dovrebbe avere una programmazione quotidiana di alto livello, come avviene a Milano o a Torino con il Circolo dei Lettori, fatta anche di corsi, incontri con gli autori, gruppi di lettura, tecnologie, ristorazione. Le biblioteche sono lasciate ammuffire, a partire da quella Nazionale a Castro Pretorio che dispone di un anfiteatro all’aperto poco utilizzato. L’impressione è che manchi la volontà di aprirsi alle centinaia di realtà letterarie presenti nella Capitale, per mettere a disposizione degli spazi che i cittadini (e quest’anno anche i pellegrini) possano usufruire.

 

* L’articolo è stato pubblicato dall’agenzia Dire e fa parte di un’inchiesta divisa in due parti sullo stato culturale di Roma.

http://www.dire.it/25-09-2015/18156-e-realmente-possibile-oggi-parlare-bene-di-roma-2/

Dopo la prima parte dedicata alle librerie di Roma, l’analisi del panorama culturale della Capitale continua con i cinema, i teatri e i musei.

CINEMA

Sono 40 le sale cinematografiche che a Roma hanno chiuso negli ultimi dieci anni. Alcune sono state occupate o gestite da movimenti, altre sono state trasformate in sale Bingo, altre ancora sono rimaste abbadonate. Fa una certa impressione metterle in fila una dietro l’altra: Academy Hall, Airone, America, Apollo, Archimede, Astor, Astra, Aureo, Augustus, Avorio, Belsito, Capitol, Capranichetta, Cinestar Cassia, Delle Arti, Diamante, Embassy, Empire, Excelsior, Gioiello, Gregory, Holiday, Horus, Impero, Metropolitan, Missouri, New York, Palazzo, Paris, Piccolo Apollo, Preneste, Puccini, Quirinale, Rialto, Ritz, Rivoli, Roma, Sala Troisi, Tristar e Ulisse. Da quasi un anno esiste una memoria di Giunta comunale in cui sono riportate le linee guida per riconvertire le sale abbandonate prima del 2013 in centri polifunzionali (artigianato, co-working, librerie, ludoteche) ma anche case per gli studenti o appartamenti da vendere o uffici da affittare. La nuova amministrazione dovrà decidere se proseguire su questa strada o sceglierne un’altra.

TEATRI

Se le librerie e i cinema si sono dovuti piegare a chiusure di massa, i teatri hanno retto meglio l’onda d’urto della crisi. Finora, però. Perché il 2014 è stato il peggiore degli ultimi cinque anni per riduzione del numero di spettacoli e riduzione di introiti al botteghino. Dopo i casi eclatanti del Teatro Valle, del Teatro dell’Opera e dell’Eliseo, riaperto da poco da Luca Barbareschi, adesso a rischio sono i teatri privati, quelli con meno di 150 posti. Una situazione difficile, che rischia di aggravarsi visto che il fondo unico per lo spettacolo 2015-2018 è passato dallo 0,8% allo 0,2% del Pil. Per non parlare del confronto con le altre città. Basti pensare che il Comune di Milano stanzia 4,3 milioni di euro per il Piccolo, il Comune di Torino ne dà 4 al suo Stabile, il Comune di Roma si ferma a 2,7 milioni per il Teatro di Roma (Argentina e India). L’unica nota positiva riguarda la qualità dell’offerta, fino a qualche anno fa votata alla ripetizione di testi di autori classici (Pirandello, Goldoni, Shakespeare, etc.) ma soprattutto all’intrattenimento (commedie e cabaret). Roma sembrava essere stata colpita da una sorta di sindrome del Bagaglino. Oggi il panorama è più eterogeneo, con una varietà di proposte che contaminano la musica, la letteratura, l’arte; in generale si riscontra una maggiore attenzione a tutti i tipi di pubblico e questo, in una città che sembra non avere più a cuore la cultura, è senz’altro un merito.

MUSEI

Sui musei è necessario operare delle distinzioni. Ci sono quelli civici, una ventina in tutto, che nonostante le risorse scarse sono riusciti a risalire nelle presenze (+5,9% tra il 2013 e il 2014, ma il 2015 potrebbe terminare in leggero calo) e a proporre delle mostre in linea con i gusti del pubblico. La decisione di rendere gratuiti i musei ogni prima domenica del mese ha permesso un incremento del 94,1% in un anno, mentre le domeniche gratuite per i residenti a Roma e nella città metropolitana hanno portato 90 mila persone nei musei. Le migliori performance le hanno segnate i Musei Capitolini (470.823 presenze) e l’Ara Pacis (307.668). Anche il Macro è tornato a crescere dopo il clamoroso -52% registrato due anni fa, mentre il Museo di Roma in Trastevere, per la sua struttura, ha potenzialità superiori ai circa 30 mila biglietti che stacca ogni anno. Oltre ai musei civici, a Roma c’è poi il Polo Museale del Lazio (competente su 45 siti tra cui il Vittoriano, Castel Sant’Angelo e il Museo Andersen), il Palaexpo e le Scuderie del Quirinale in dotazione alla presidenza della Repubblica, e una sterminata galassia di fondazioni e gallerie private. In generale la qualità dell’offerta si è abbassata, le ‘grandi mostre’ sono sempre di meno (una volta a Roma c’erano le code, ora è sempre più raro vederle) e la tendenza è quella di andare sul sicuro riproponendo ciò che già ha riscosso successo (l’Impressionismo non manca mai). Osare di più non guasterebbe, il pubblico romano ha dimostrato da tempo di essere affezionato e di saper ripagare gli sforzi, quando ne vale la pena.