La rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Ma voi non smettete di leggere

DSC_0802 bndi Alessandro Melia

Dopo quindici mesi e trenta uscite, la rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Esigenze di lavoro non mi consentono più di avere il tempo necessario per leggere attentamente i libri scelti, trovare i collegamenti con altri testi e far emergere, tramite la scrittura, i temi che mi interessano. Tempo, concentrazione e un impegno pari almeno a chi su quelle opere ha faticato, sono per me principi inderogabili per cercare di fare un buon lavoro.

Scrivere ‘Libri nella folla’ mi ha dato grandi soddisfazioni. Avere la possibilità di leggere e tradurre, in parole e pensieri, una passione, è qualcosa che ti arricchisce, oltre ad essere un privilegio. Poter parlare liberamente di temi come il piacere della lettura, il potere dell’immaginazione, l’importanza dei saperi umanistici, la riconfigurazione del dolore, o scrivere di vite di scrittori, di storie nascoste, di mappe e lettere riservate, ha un effetto benefico (almeno su di me). Ogni volta ho sentito nascere quel circuito fantastico di cui parlava Giulio Einaudi, originato dalla lettura di una frase, di una parola, che mi ha riportato ad altre immagini o ricordi. E ogni volta ho provato forte il desiderio di volerlo trasmettere a qualcun altro. Credo sia il senso ultimo di chi scrive, a prescindere che sia alle prese con un romanzo, un saggio, un servizio giornalistico o una rubrica. L’auspicio, semmai, è di aver raccontato, nel modo più onesto possibile, le sensazioni scaturite dalla lettura dei libri. Anche se parlare di onestà nella lettura, come sosteneva Manganelli, è una contraddizione in termini.

Per scrivere quest’ultimo pezzo, la prima cosa che ho fatto è stato rileggere tutti gli articoli, uno dietro l’altro. Ero partito con l’idea di ricordare quali erano stati i temi che mi avevano maggiormente coinvolto ed elencare una serie di opere e scrittori. Ad esempio, mi ha reso felice poter scrivere di Montaigne, Rousseau o Nietzsche, mi ha divertito raccontare Franzen e Zweig, è stato un piacere immergermi nei testi di Citati e Macchia, rileggere Pontiggia, ricordare la figura del flaneur, leggere biografie, epistolari, ma anche parlare dell’arte del racconto, viaggiare in Provenza sulle tracce di Van Gogh, lasciarmi cullare dalle poesie della Szymborska. Leggendo, però, mi sono reso conto che accanto a tutto questo, il vero filo conduttore ero io e che scrivere una rubrica assomiglia a scrivere un testo di non fiction.

La rubrica, per definizione, è uno spazio di commento e chi ci scrive ha discrezionalità di scelta su ciò che intende esprimere. Però, mi ha fatto notare uno scrittore che stimo, “se la rubrica ha un filo, se l’hai costruita come un unico ragionamento continuo che fai sui libri” allora definirlo un testo di non fiction non è errato. In effetti così è. Il primo articolo lo considero il manifesto della rubrica, con un David Foster Wallace annoiato di fronte alla mole di scrittori monotoni che cercano soltanto di catturare la realtà in maniera tecnicamente impeccabile. In un mercato editoriale che punta sulla quantità a discapito della qualità, iniziare con Foster Wallace mi era sembrato perfetto per evidenziare il mio intento: dare spazio a scrittori e opere di cui si è parlato di meno, allargare lo sguardo a tutti i generi letterari, cercare di riconoscere i nostri gusti, riscoprire la passione per la critica e la filosofia e, soprattutto, puntare alla bellezza (concetto su cui sono tornato più volte), l’unica cosa che ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana.

Ho quindi attraversato i Livelli di vita di Julian Barnes, mi sono perso nelle decine di storie di Florian Illies, nelle ossessioni amorose di Oskar Kokoschka per Alma Mahler, ho assistitito ai tentativi di rivolta contro l’esistenza di Albert Camus e Max Frisch, ai sogni inquieti di John Williams, sono rimasto ipnotizzato dai ghirigori di Nabokov, sono sceso nelle profondità dell’animo con Menendez Salmon e Murakami e ho superato, infine, sensi di colpa e narcisismi con Cristiano De Majo. Ogni articolo ha rappresentato una tappa della mia rubrica. Ma ogni tappa ha rappresentato un momento preciso della mia vita. Perchè ho scelto di occuparmi di quel libro o di quell’autore, proprio in quel momento, lo so soltanto io. Come so che se in questo mese avessi continuare a scrivere la rubrica, mi sarei dedicato a La morte del padre di Karl Ove Knausgard, aSpillover di David Quammen e, probabilmente, a Il liuto e le cicatrici di Danilo Kis. Perchè leggere è un atto passionale, influenzato dai nostri stati d’animo, ma il filo che unisce tutti gli articoli è unico.

Ringrazio, infine, chi mi ha dato la possibilità di scrivere ‘Libri nella folla’ e tutte le persone che hanno seguito in questi mesi la rubrica. In molti mi avete manifestato il vostro piacere nel leggerla e questa è senza dubbio la cosa che mi ha gratificato di più. Ciò che conta, però, è non smettere di acquistare e leggere libri. Così stanno le cose. Quindi, vi prego, non smettete.

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La non fiction è ricerca della bellezza, come dimostra ‘Guarigione’ di Cristiano De Majo

di Alessandro Melia

coppiaballa1In un articolo uscito non molto tempo fa, Pietro Citati si chiedeva dove i biografi del futuro, in mancanza di epistolari, troveranno il materiale per scrivere le loro Vite. Un tempo gli scrittori affidavano pensieri, riflessioni e umori alle lettere, dichiarando i loro sentimenti e gli stati d’animo. Erano corrispondenze straordinarie quelle di Leopardi, Pirandello, Kafka, Woolf, Cvetaeva, Rilke. Lettere appassionate, strazianti, deliranti, gioiose, angoscianti. Accanto agli epistolari, poi, i biografi potevano contare su saggi (Montaigne), pensieri (Pascal), diari (Kierkegaard), ricordi (Stendhal), taccuini (James, Camus) o riflessioni esistenziali come Le fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau. Una montagna di informazioni che in mano a scrittori e critici di ogni tempo, da Plutarco a Saint Beuve, da Zweig a Troyat, da Macchia allo stesso Citati, sono diventate opere di riconosciuto valore mondiale. Ma se oggi qualcuno volesse raccogliere informazioni su un determinato scrittore o personaggio letterario per scrivere una biografia, a quali fonti potrebbe attingere? Probabilmente a interviste, recensioni, reportage, forse anche dialoghi sui social network. Nulla di così intimo come lettere o diari, però, e quindi non sufficienti per poter scendere nelle profondità dell’animo umano, condizione necessaria se si vuole raccontare la vita di qualcuno.

Per fortuna, nonostante l’invasione del romanzo e dei suoi derivati, fiction e autofiction per così dire, esistono ancora scrittori che trovano la vita, così com’è, più interessante. I loro scritti non seguono canoni prestabiliti, ma vanno a caccia di itinerari inesplorati, cercano i giusti sbocchi per raccontare quella storia. La loro storia. E’ la non fiction narrativa. Un insieme di biografie, memorie, reportage, saggi personali. “E’ la possibilità del realismo che si dispiega davanti ai tuoi occhi. Mi succede una cosa e quindi ho tutte le carte in regola sul piano emotivo per riuscire a descriverla. E la descrivo per comunicarla ad altre persone” per dirla con le parole di Cristiano De Majo, autore di ‘Guarigione’ (Ponte alle Grazie). Il libro è un diario di non fiction scritto in modo esemplare, con spietata sincerità. Ogni pagina è un concentrato di esperienze e sensazioni capaci di lasciarci disarmati di fronte all’esplosione della vita in tutte le sue forme. Contiene: l’esperienza della nascita di due gemelli e la paura che uno dei due sia affetto per sempre da una malattia che rende la pelle fragile al punto che subisce lesioni, ferite o formazioni di bolle in seguito a traumi anche lievissimi; la responsabilità di provvedere al loro mantenimento e la stanchezza che ne deriva; il tumore giovanile di Cristiano; una storia d’amore (dagli esordi alla formazione di una famiglia) con le gioie, i litigi, le ansie, le contraddizioni, le paure, le forme del sesso (tutto è allo scoperto, davanti ai nostri occhi); il suicidio di un amico; il lavoro in un campo di profughi africani; i viaggi e le guide turistiche; la California; Roma, Napoli, Milano; suggerimenti per recensire un libro; suggerimenti per scrivere un libro; appunti, aneddoti, divagazioni mentali; riferimenti letterari, in particolar modo a quei testi che sono un punto di riferimento stilistico ed esistenziale per l’autore: Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, Malattia come metafora di Susan Sontag, Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest.

Il titolo del libro, Guarigione, fa riferimento non soltanto alla guarigione fisica di De Majo dal tumore giovanile e di quella di suo figlio dall’epidermolisi bollosa, ma anche al superamento di sensi di colpa, narcisisimi e comportamenti che temiamo influenzino per sempre la nostra vita e di chi ci sta vicino. Una guarigione dell’anima che conduce alla maturità, la quale, ci dice De Majo, non è altro che “la possibilità di far convivere sullo stesso piano nostalgia per il passato, consapevolezza del presente e speranza nel futuro”.

Quando abbiamo finito di leggere il libro siamo invasi da un senso di leggerezza e abbiamo la sensazione che le nostre ansie personali, anche per un solo istante, si siano placate. Come mai? Perchè De Majo, tramite la scrittura, fa l’unica cosa di cui ha bisogno l’essere umano: ricercare la bellezza. E la bellezza si cela dietro i nostri tentativi di vivere la vita come meglio possiamo. ‘Guarigione’ non dà risposte, ma ci consegna qualcosa di più prezioso. E’ questo il ‘miracolo’ della non fiction. Così potremmo dire che gli scrittori che hanno deciso di raccontare l’esperienza umana sono i biografi del futuro. Penso a Sebald, Carrère, Foster Wallace, Didion, Cole, Hemon. E’ anche alle loro pagine che dovremo rivolgerci se tra venti, trenta o cinquant’anni, avremo bisogno di ricordare come vivevamo.

A pesca di racconti con Cognetti, in un’Italia invasa di romanzi

cognettidi Alessandro Melia

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare”. Inizia così, come un racconto, ‘A pesca nelle pozze più profonde’ (Minimum Fax), il nuovo libro di Paolo Cognetti.Autore di documentari e inchieste sulla narrativa americana, di diari, guide e raccolte, Cognetti è uno scrittore quasi unico nel panorama letterario italiano perchè da sempre fedele al suo primo amore: il racconto. Anche ‘Sofia si veste sempre di nero‘, opera finalista al premio Strega 2013, non è altro che un romanzo composto da dieci racconti autonomi, legati da un filo conduttore che è la vita della protagonista. Con ‘A pesca nelle pozze più profonde‘, invece, Cognetti fa due cose, di cui una necessaria: colma un vuoto (riunendo in un unico testo gli insegnamenti e i segreti dei più grandi scrittori americani – tra i quali Nathaniel Hawthorne, Alice Munro, J.D. Salinger, Raymond Carver, Grace Paley, Ernest Hemingway, Andre Dubus, John Cheever, Flannery O’Connor) ma soprattutto invoglia il lettore, sia il profano che l’appassionato, a leggere racconti. Più andiamo avanti e più proviamo l’impulso di rileggere i capolavori del genere. D’altronde è difficile restare insensibili di fronte a incipit di questo tipo: “In autunno c’era ancora la guerra, però noi non ci andavamo più”, oppure “Di mattina lei mi versa il whisky sulla pancia e se lo lecca tutto, di pomeriggio cerca di buttarsi dalla finestra”, o ancora “Mio marito mi regalò una scopa per Natale. Non era giusto. Nessuno può convincermi che fosse un pensiero gentile”.

Annunciando l’uscita del libro in un post pubblicato sul suo blog, Paolo Cognetti ha scritto: “Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa; piuttosto è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti”. Già, le librerie sono piene di romanzi corposi, ridondanti, ombelicali. Libri dal formato extralarge, che pesano solo a guardarli. “Quando prendo in mano un libro così – diceva Carver – mi sento davvero venir meno il coraggio”. Invece leggere un buon racconto, anche di dieci, sette o tre pagine, è di gran lunga più soddisfacente. Perchè, ci ricorda Cognetti, “sono storie in cui si viene catapultati dentro nel giro di una riga o due. C’è una speciale attenzione verso i gesti, i volti, gli oggetti, il paesaggio, tutto ciò che può essere catturato con gli occhi. Il racconto comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo di storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro”. E’ something glimpsed, qualcosa d’intravisto, per dirla alla Carver.

In Italia di racconti non se ne parla quasi più. Una volta eravamo il Paese di Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Goffredo Parise, Luigi Pirandello, Mario Soldati. Oggi di quel bagaglio di esperienze e sensazioni non c’è rimasto (quasi) più niente. Le case editrici respingono i racconti, a meno che non si tratti di raccolte di scrittori già affermati, come nel caso di Niccolò Ammaniti. Del resto, come ha fatto notare nei giorni scorsi Bruno Arpaia, sono pochissimi gli scrittori che riescono a vivere di letteratura. E quelli che ci riescono, potrei aggiungere, non scrivono racconti. Va un po’ meglio con gli stranieri, ma siamo sempre nell’ambito della nicchia. Glispecializzati italiani, quindi, sono una specie in via di estinzione. Oltre a Cognetti, ci sono Giorgio Falco, Gianni Celati, Michele Mari, Rossella Milone e Luca Ricci. Quest’ultimo è l’autore di una delle raccolte di racconti più originali uscite in Italia, eppure il suo ‘L’amore e altre forme d’odio’ non si trova più come libro di carta. Non sarebbe male se Einaudi lo riproponesse in formato tascabile. Ventuno racconti che mettono a fuoco il momento esatto in cui qualcosa si inceppa nella vita di una coppia o di una famiglia, e dietro l’apparente tranquillità si cela un’aggressività pronta a esplodere. Un senso costante di attesa pervade il libro di Ricci e si impossessa di noi che lo leggiamo. A cominciare dall’incipit del primo racconto: “Si avvicinava il giorno dei morti, e un fantasma gonfiabile attirò la mia attenzione da una vetrina. Presi anche un quaderno”.

La lanterna magica di Molotov è un libro-scrigno. Mappe e storie: quanti tesori

di Alessandro Melia

lanternamolotovCi sono libri che agiscono come uno scrigno o un forziere antico. Noi ci avviciniamo a loro convinti di sapere cosa contengono. Invece, non appena ne apriamo uno e iniziamo a leggerlo, perdiamo l’orientamento e veniamo invasi da una leggera euforia, perché sentiamo di aver scovato qualcosa di prezioso tale è la ricchezza e la quantità di materiale presente. Subito una curiosità irrefrenabile ci spinge a scendere in profondità. Gli occhi si muovono veloci, le mani perlustrano ogni angolo, vogliamo aprire tutti i cassetti e non perderci nulla. La brama di sapere si è impossessata di noi. Ma cos’è che ci ha colpito tanto? Perchè non riusciamo più ad allontanarci da quel libro, a cui sembriamo legati da una calamita? Di solito, sono due i motivi. Il primo riguarda l’uso delle parole e la forza della storia che ci viene consegnata. Se leggiamo Nabokov, o Bernhard, o Bolano, o Perec, cadiamo irretiti, e lasciamo che la loro prosa ci risucchi in una vertigine dolcissima. Il secondo motivo, invece, ha a che fare con la mole di informazioni, curiosità e aneddoti di cui entriamo in possesso. Si tratta di testi che ci permettono di visitare luoghi a noi inaccessibili o hanno la capacità, tramite centinaia di piccole storie, di ricostruire un’epoca, un periodo storico o un personaggio. Penso a Il mondo di ieri di Stefan Zweig, a I passages di Parigi di Walter Benjamin, ai saggi di Winfried Sebald, o, per citare un’opera più attuale e rielaborata, aLimonov di Emmanuel Carrère.

Questo tipo di libri sono sempre più rari e, dunque, più preziosi. Vivono di lettori forti ed è un peccato, perchè sono i libri maggiormente in grado di appassionare. Per nostra fortuna, nonostante siano opere difficili da promuovere e catalogare, ci sono ancora case editrici disposte a pubblicarle, come Adelphi, che ha da poco mandato in libreria ‘La lanterna magica di Molotov’ diRachel Polonsky. Il libro, apparso per la prima volta nel 2010 con il sottotitolo esplicativoScoprendo la storia segreta della Russia, è un viaggio a tappe (da Mosca al Volga alla Siberia) attraverso il tempo e lo spazio. Polonsky ci prende per mano e ci conduce nella vita pre e post-sovietica, mettendo in evidenza le trasformazioni urbanistiche e sociali. Le immagini sfocate della lanterna magica trovata a casa di Molotov, il compagno più fidato di Stalin, sono la scintilla nell’immaginazione della Polonksky, che decide di riportare alla luce luoghi, personaggi, momenti storici dell’Urss, utilizzando un tono a metà tra il diario e il reportage. Come un forziere antico pieno di preziosi da conquistare, così il libro contiene centinaia di piccole storie di valore che attendono di essere svelate. Pensiamo a Nikolaj Fedorov, custode della biblioteca Lenin, conosciuto come il ‘Socrate russo’. Si diceva che conoscesse il contenuto di tutti i libri raccolti. Tolstoj e Dostojevskij lo consideravano un filosofo di genio. “Un aneddoto sull’ampiezza encicolopedica del suo sapere narra che un gruppo di ingegneri impegnati nella costruzione della Transiberiana si recò in visita a Mosca, per mostrargli le carte del tracciato attraverso la steppa. Fedorov, che in vita sua non aveva mai messo piede in Siberia, fu in grado di correggere i calcoli relativi all’altitudine di alcune colline. Federov riteneva – pressoché letteralmente – che i libri fossero essere animati, poiché esprimono il pensiero e l’anima dei loro autori”.

herzenPolonsky poi ha il merito di recuperare la figura di Alexander Herzen (“il più sorprendente e affascinante tra gli scrittori politici russi dell’Ottocento” lo definì Isaiah Berlin, uno dei massimi teorici del pensiero liberale), arrestato ed esiliato dal regime zarista con l’accusa di essere un libero pensatore molto pericoloso. Amato dai giovani per il carisma, l’umorismo e la fervente immaginazione, Herzen nei suoi scritti denunciò la dottrina predicata all’epoca che pretendeva che ogni individuo offrisse se stesso sull’altare di qualche grande causa morale o politica. Nell’autobiografia Il passato e i pensieri (considerata in patria un’opera importante quanto Guerra e Pace) ma soprattutto nel saggio Dall’altra sponda, Herzen afferma che l’uomo è libero e ognuno si crea la propria morale, che l’individuo è responsabile delle sue scelte e non può invocare l’alibi della storia se non compie neppure il tentativo di realizzare ciò che ritiene giusto o vero. Rileggere oggi Herzen è come respirare a pieni polmoni.

Ma La lanterna magica di Molotov è anche un viaggio dentro la letteratura russa. Davanti ai nostri occhi scorrono le vicende della migliore generazione di poeti che il mondo abbia mai visto: Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’stam, Isaak Babel, Iosif Brodskij, Aleksandr Puskin, Boris Pasternak. Ogni pagina è un cassetto che si apre. Si sfoglia un verso, una lettera, il passaggio di un diario, una frase, un pensiero. Ci sono spostamenti su vie impervie e ghiacciate, amori tenuti nascosti, figli scomparsi. Il testo è così ricco di situazioni e vicende umane che la fine del libro non coincide con la fine della nostra voglia di sapere. D’altronde, come sosteneva il fisico e bibliofilo Sergej Vavilov (fratello del grande biologo Nikolaj), “il libro è la cosa più alta che esista al mondo, perché è quasi una persona e certe volte anche qualcosa di più, come nel caso di Puskin o Gauss”.

Se mancano romanzi ‘utili’, guardiamo alla critica. Il piacere di leggere aumenterà

di Alessandro Melia

giuseppe-pontiggiaI grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori”. Questa fulminante citazione diGiuseppe Pontiggia, uomo di profonda ironia, mi è tornata in mente in questi giorni leggendo alcuni articoli sulle pagine culturali dei quotidiani. Pontiggia la inserì tra i quasi duecento testi che compongono Prima persona, un libro originale, a metà tra racconto e saggio, uscito nel 2002, un anno prima della sua morte. Con quell’aforisma Pontiggia era riuscito a descrivere, in un colpo solo, lo stato della letteratura in Italia e la difficoltà, implicita, dei lettori a trovare qualcosa di interessante, o per meglio dire, di utile. “Io mi aspetto qualcosa di utile da un autore: non una prova della sua bravura, ma un frutto di cui possa appropriarmi, facendolo mio“. Sono passati dodici anni da quella battuta, ma il panorama letterario it aliano sembra essere rimasto lo stesso, se non e’ peggiorato (*vedi nota). A questo punto è lecito chiederci: quanti scrittori oggi riescono a consegnarci qualcosa di utile? Ci sono romanzi utili? Qualcuno c’è, ma sono sempre di meno.

Dagli articoli che ho letto in questi giorni, invece, emerge un terzo aspetto: la mancanza di ricezione del lettore, per scarso interesse o per difficoltà di apprendimento. Secondo Aldo Busi, ad esempio, “il romanzo in quanto opera di letteratura, non intenzionalmente ai fini commerciali, è morto nella sua creazione perchè ne è morta la ricezione. Chi lo scrivesse non può ignorare che qualsiasi simile opera non dura più di un tweet e sarà infinitamente meno letto di un hashtag“. Il critico e scrittore Emanuele Trevi, interpretando un ammonimento di Pietro Citati (“Leggere un testo è un’arte che abbiamo dimenticato“), ha sottolineato come “oggi non esistono più poeti come Paul Valery o Ezra Pound perchè quel tipo di scrittura oggi sarebbe fatica sprecata. Nessuno o quasi sarebbe capace di afferrare il valore dell’implicito, della citazione nascosta o rivelatrice. E per un elementare principio di economia, ben presto  si smette di fare ciò che il nostro prossimo ne’ capisce ne’ apprezza“. Di fronte a questa situazione appare difficile immaginare un avvenire. Forse, citando sempre Pontiggia, “in futuro ci sarà soltanto una nicchia di autori e ospiterà i lettori superstiti. Ma saranno i migliori“.

C’è qualcosa, però, che ogni tipo di lettore (l’ottimista, il rassegnato, l’infastidito) può fare da subito, ed è quella di prestare più attenzione allo scaffale di critica letteraria. E’ sorprendente scoprire quanta letteratura di qualità si nasconda lì dentro. Vite, dialoghi, lettere, confessioni, diari, mappe, itinerari, ritratti, cataloghi: un’infinita possibilità di arricchimento, scoperta, piacere letterario. Vale la pena ricordare cosa diceva Giorgio Manganelli, che oltre ad essere stato un grande scrittore, fu un attento osservatore dell’arte di scrivere e leggere. “E’ mia personale convinzione che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura: è una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro, di una lettera, di una poesia. Non ci si dovrà stupire se un recensore si rivelerà un grande scrittore“. La possibilità di leggere un buon libro, dunque, non si ferma davanti allo scaffale  delle novità. Se i romanzi esposti non ci soddisfano, o addirittura ci disgustano, potremo sempre abitare con Kafka, passeggiare in compagnia di Walser, immergerci nelle lettere appassionate tra Rilke e Lou Salome’, seguire vite tumultuose o il pensiero rivoluzionario di storici e filosofi, scoprire i primi passi degli scrittori, le loro lezioni, analizzare canoni, sonetti, interpretare testi. Così facendo il piacere di leggere inizierà a dilatarsi, la realtà si animerà d’improvviso e saremo avvolti da una gioiosa euforia. Non sentiremo più la mancanza di trame o intrecci, perchè quel vibrare continuo dei sentimenti e delle cose ci avrà condotto in un luogo più interessante. Tutti i testi e gli autori archiviati sotto la parola ‘critica’, non sono altro che letteratura.

Adelphi ha recentemente ripubblicato ‘Il rumore sottile della prosa’ di Manganelli, un concentrato di sapienza, sospiri, giochi e umorismo, dove la verità si manifesta in ogni pagina. Manganelli non amava i libri con una ‘storia’, gli interessavano i temi piuttosto che le trame. Romanzi come quelli di Henry James, Thomas Bernhard, Dostoevskij o Tolstoj hanno esigue storie ma sono intensamente scritti. “Posso dimenticare i nomi dei protagonisti –diceva Manganelli – ma mi restera’ in mente il rumore sottile della prosa“. Ecco un criterio valido per scegliere un libro. Puntare all’essenza, non ai semplici fatti. Se le case editrici usassero questo metro di paragone, avremmo molti meno libri, ma non si perderebbero lettori.

(*) Marsilio ha pubblicato da poco un libro-intervista a Fabio Franceschi, proprietario di Grafica Veneta, la più importante azienda produttrice di libri in Italia. Parlando della situazione editoriale, Franceschi dice: “Ogni giorno in Italia escono 170 nuovi libri, il 35-40 per cento dei quali non venderà neppure una copia, segno che persino i parenti più stretti sono disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire. Nello stesso giorno, 109 libri vengono ritirati dal commercio dopo una permanenza media sugli scaffali di un paio di mesi, e nessuno ne parlerà più o se li ricorderà”.

Recalcati accende il desiderio di sapere, ma il modello resta l’Emilio di Rousseau

di Alessandro Melia

L’essenziale dell’insegnamento consiste nel mobilitare il desiderio di sapere, nel rendere corpo erotico l’oggetto teorico, si tratti di una poesia di Pascoli o della successione di Fibonacci. Ecco il miracolo della lezione. Trasportare il desiderio“. Leggendo queste parole di Massimo Recalcati contenute nel suo ultimo libro‘L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento’ (Einaudi), un saggio profondamente intelligente che andrebbe diffuso nelle scuole italiane, in cui ci viene svelato come un bravo insegnante sia colui che sa rendere il sapere degno di interesse per i suoi allievi (“a renderlo un oggetto capace di causare il desiderio“), ho pensato a quell’anima inquieta di Jean-Jacques Rousseau, autore dell’Emilio, il più importante romanzo pedagogico che sia mai stato scritto. Perfino Kant, che detestava il Romanticismo e mal tollerava ogni tipo di bizzarria e stravaganza, influenzato dalla lettura dell’Emilio (racconta Isaiah Berlin, uno dei maggiori storici della cultura novecentesca) si convinse che ogni uomo – e non solo una minoranza di illuminati – era capace di rispondere alla domanda: “Come debbo comportarmi?”. Kant lo ammirava a tal punto che l’unica immagine sopra la sua scrivania era proprio un ritratto di Rousseau.

rousseauTutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo”: questa la celebre frase con cui si apre l’Emilio, in cui il filosofo ginevrino riversa la sua dottrina descrivendo le tappe della formazione intellettuale e morale di un fanciullo che deve vivere nella società, ma vuole sfuggire alla sua influenza corruttrice. Rousseau, spirito critico, colto e sensibile, cantore della natura consolatrice contro i mali della società, lettore appassionato di Plutarco e Montaigne, primo uomo a mettere in atto una protesta romantica in pieno Illuminismo, scrisse l’Emilio tra il 1759 e il 1762, periodo in cui soggiornò nel piccolo castello di Montmorency, a pochi chilometri da Parigi, ospite del maresciallo di Luxembourg. Lì, in quella dimora incantevole dal mobilio bianco e azzurro, tra boschi, acque e profumi di fiori d’arancio, in una profonda e deliziosa solitudine, compose l’Emilio con slancio febbrile. Adibì il torrione del castello a suo gabinetto di lavoro, disponendo sul tavolo le bozze e i fogli, e diede vita al suo fanciullo, fornito di un’intelligenza normale, di buona salute, nobile e ricco. Poiché per Rousseau la verità non risiede nel pensiero, ma nelle sensazioni che l’uomo prova immerso nella natura, lo scopo dell’educazione sarà quello di evitare qualsiasi costrizione, lasciando libero Emilio di imparare attraverso le sue stesse esperienze. Il maestro non dovrà fare altro che facilitarne l’accesso predisponendo un contesto adeguato, ma soprattutto il suo compito sarà quello di suscitare nel fanciullo il desiderio di apprendere e agire. “Tutti si affaticano a ricercare i metodi migliori per insegnare a leggere, dimenticando il mezzo più sicuro di tutti: il desiderio di apprendere. Suscitate nel fanciullo questo desiderio e poi fate pure a meno di tavole e dadi: ogni metodo sarà buono per lui”. E’ il desiderio la chiave di tutto. Lo stesso desiderio di cui parla Recalcati.

Secondo lo psicanalista lacaniano il desiderio è una forza capace di aprire mondi e un bravo insegnante, durante l’ora di lezione, ha la possibilità di farlo, non trasmettendo contenuti, ma facendo nascere nello studente delle passioni, trasformando quindi il sapere in qualcosa di erotico. Ogni insegnante dispone di un’arma potente: la parola. “Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia. Le parole non sono solo il veicolo dell’informazione, ma sono corpo, carne, vita, desiderio. Cos’è allora un’ora di lezione? E’ un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento, anche quando i suoi oggetti sono formule chimiche o equazioni. Un’ora di lezione può cambiare una vita, imprimere al destino un’altra direzione”.

Il teorema di Recalcati, dunque, richiama l’insegnamento di Rousseau: il maestro muove il desiderio del viaggio. Proprio come fanno certi libri. Recalcati ne cita due: La strada di Cormac McCarthy e Stoner di John Williams. Il padre sopravvissuto del libro di McCarthy è l’esempio di colui che sa portare il fuoco, come dovrebbe fare ogni bravo insegnante: non istruire lo studente secondo schemi o mappature cognitive, ma “dare la parola, coltivare la possibilità di stare insieme, valorizzare le differenze animando la curiosità di ciascuno”. Ancora una volta viene in mente Rousseau. Nel Libro quarto dell’Emilio ammonisce: “Non ricorrete mai coi giovani ad aridi ragionamenti. Rivestite di un corpo la ragione, se volete renderla loro sensibile”. La parola che diventa un corpo. Il libro che diventa un corpo. In questa sublimazione, ci dice Recalcati “i libri danzano, diventano corpi in movimento, corpi erotici. Qualcosa si muove e ci trasporta. Ecco perchè la lettura può diventare a sua volta una pratica capace di soddisfare la pulsione”.

A spasso per Arles con Van Gogh. Ma il vero viaggio è leggere Dyer

di Alessandro Melia

vincentVincent Van Gogh arrivò ad Arles un giorno di febbraio del 1888. Nella piccola cittadina francese affacciata sul Rodano, che delimita i confini tra Provenza e Camargue, Van Gogh si lasciò attrarre come un magnete dallo splendore degli elementi naturali: la luce, il vento, i campi di grano. Lì, dove la natura ha i colori dell’oro, del bronzo e del rame, Van Gogh ci vedeva il mare. “Quei campi sconfinati fino all’orizzonte somigliano al mare. Questo paesaggio è come un mare senza niente”. Cominciò allora un periodo di lavoro intenso e appassionato alla luce del mezzogiorno. Il soggiorno ad Arles è, nella vita del pittore, l’epoca più produttiva in tele e disegni: oltre 300 opere in quindici mesi. Ma Van Gogh fu prolifico anche nella scrittura. Per diciotto anni scrisse ininterrottamente al fratello Theo, il solo a cui confidò i pensieri più privati, i momenti di estasi pittorica e quelli, tragici, in cui la sua mente si affollava di paure innominabili. Queste lettere sono la testimonianza dell’esigenza che aveva Van Gogh di parlare della vita. Mai ci fu artista capace di intrecciare in modo così indissolubile pittura, scrittura e vita.

A ricordarcelo è la disegnatrice olandese Barbara Stok, che su richiesta del Van Gogh Museum di Amsterdam, ha realizzato una biografia a fumetti – ‘Vincent‘ (Bao Publishing) – incentrata sul periodo in cui l’artista visse ad Arles. Ho letto questa graphic novel di ritorno da un viaggio in Provenza, dove ho visitato i luoghi di Van Gogh: Arles e Saint-Remy de Provence, sede dell’antico monastero di Saint Paul de Mausole, diventato ospedale psichiatrico, in cui l’artista si fece ricoverare per un anno dopo essersi tagliato un pezzo d’orecchio. Ad Arles, invece, Van Gogh prese in affitto l’ala destra di una casetta in Place Lamartine 2 (nota come ‘La casa gialla’), trasformandola in una maison d’artiste. Aveva un sogno: lavorare con altri pittori e creare una casa di artisti per sé e i suoi amici, con il sostegno economico di Theo. Un desiderio andato in frantumi a causa dei disturbi mentali (ospitò per un certo tempo Paul Gauguin “con il quale si trovò in uno stato di inferiorità di fronte alla sua fredda logica”, raccontò Johanna Bonger, moglie di Theo). Passeggiando per le vie di Arles ci si imbatte nei pannelli che rappresentano alcuni dei suoi quadri più celebri: ‘La casa gialla‘, ‘Notte stellata‘, ‘I giardini della casa di cura‘ (nelle foto qui sotto). Fa una certa impressione sedersi al Cafè la Nuit, che Van Gogh dipinse in ‘Esterno di caffè di notte‘, o visitare il vecchio ospedale di Arles, dove spicca la rigogliosa bellezza dei giardini. Ma sono le lettere tra Vincent e Theo, profonde e piene d’amore, la ‘mappa’ per arrivare a comprendere la vita di Van Gogh. E’ da quelle parole che Barbara Stok ha ricostruito gli ultimi anni di vita dell’artista, che non furono soltanto disperati. Intorno a lui la potenza dei colori, il senso di pace che gli procurava la natura sconfinata, l’ardente desiderio di racchiudere la vita in un quadro, il sostegno e l’affetto incondizionato di Theo, che morirà appena sei mesi dopo Vincent. Il loro fu un rapporto simbiotico, che il russo Ossip Zadkine ha rappresentato con una scultura che raffigura due uomini seduti, uno con il braccio intorno alle spalle dell’altro, e le teste che si sfiorano. Geoff Dyer, nel saggio ‘Blues per Vincent’ del 1989, inserito nella raccolta ‘Il sesso nelle camere d’albergo’ (Einaudi) uscita in questi giorni, scrive: “Non si capisce subito quale delle figure di Zadkine sia Vincent e quale Theo. Come tutti coloro che alleviano la sofferenza degli altri, Theo – in un processo che è l’esatto contrario della trasfusione sanguigna – ha assunto su di sé parte della sofferenza di Vincent. Ben presto, però, diventa chiaro che nonostante il cielo prema schiacciante su tutt’e due le figure, una, Vincent, sente la gravità come una forza così terribile da trascinare gli uomini sottoterra. Da lì in poi sei in preda del pathos e della bellezza. Una figura dice: ‘Non mi riprenderò mai’, l’altra: ‘Ti tengo stretto finchè non ti riprendi‘”.

Leggere Dyer significa lasciare che la nostra mente segua percorsi diversi, sia fluida, libera di essere contaminata da storie, aneddoti, racconti sui temi più diversi: fotografia, cinema, letteratura, musica, quadri, esperienze personali. “Sono stati l’argomento e l’umore a dettare sempre la forma e lo stile di questi pezzi. Se succede qualcosa che mi commuove nel profondo, io per istinto la esprimo e l’analizzo in un saggio” dice Dyer nell’introduzione. Così è possibile che uno stesso articolo cominci parlando di scultura, continui con la filosofia e la fotografia, e finisca con la poesia. Esplorando i saggi di Dyer incontriamo personaggi del calibro di Richard Avedon, Auguste Rodin, Friedrich Nietzsche, Susan Sontag, John Cheever, Winfried Sebald, Albert Camus. In queste passeggiate Dyer ci prende per mano e ci conduce nel suo mondo, ricordandoci che una cosa che ci interessa può portarci a scoprirne un’altra altrettanto interessante e che, magari, il punto da cui eravamo partiti non ci interessa più. L’importante nella vita è restare sempre curiosi.