Una cometa a Roma: Sergio Corazzini

In una notte di primavera del maggio 1905, mentre Roma era avvolta dall’oscurità e i lampioni faticavano a illuminare i vicoli polverosi e sudici, un giovane si aggirava con passo leggero. Aveva la testa piegata verso destra, in un atteggiamento di contemplazione, e osservava le stelle: non gli parevano così distanti. Intorno regnava il silenzio. Di giorno, per le strade, riecheggiavano grida, strepiti, strascicamenti. C’era un gran via vai di carretti trainati da asinelli, greggi di pecore, venditori di ogni tipo di merce: tappezzieri con stoffe dai colori sgargianti, macellai che vendevano carne sanguinolenta, maniscalchi, carpentieri, fruttivendoli, vinai, droghieri. Nell’aria si respirava un forte odore di frittura e di pesce sotto sale. Di notte, invece, la città sprofondava in un sonno profondo. Le luci si consumavano lentamente lasciando alla luna il compito di rischiarare il profilo dei palazzi, delle chiese e delle rovine. Il giovane attendeva trepidante le ore notturne perché nel silenzio delle vie addormentate aveva la sensazione che il tempo gli concedesse una pausa, e la vita fosse consacrata all’immortalità. Così, non appena sentiva la mente ardere e i versi farsi strada, salutava gli amici riuniti al Caffè Sartoris per bere Pernod, fumare sigarette Capstain e atteggiarsi a bohemien, e partiva alla ricerca di qualche chiesa abbandonata. Un’incantevole gioia di vivere lo stava chiamando e lui gli correva incontro, a braccia aperte.

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E’ così che immagino una notte di Sergio Corazzini, il poeta fanciullo, lo spirito nobile, la creatura fragile e sensibile che pur sapendo di morire ha saputo illuminare la vita. La sua breve esistenza, testimoniata da un centinaio di poesie, si può riassumere in un colloquio costante con la morte. Morte letteraria e morte della carne.

Sergio Corazzini nacque il 6 febbraio 1886 e morì, a ventuno anni, il 17 giugno 1907. Un giorno scrisse: “La mia vita sarà, senza dubbio, di assai breve durata”. Era già malato di tubercolosi, come Novalis, come Keats. Ma Corazzini non voleva morire. Fu costretto a morire, di quel ‘mal sottile’ che sterminò anche suo fratello Gualtiero e sua madre Carolina. Solo il padre, Enrico, che lo costrinse a lasciare gli studi e a cercarsi un lavoro a causa delle sue sciagurate speculazioni di Borsa, ne rimase immune. Ancora a pochi giorni dalla morte, Corazzini era proteso verso la vita. Si era commosso al passaggio delle prime rondini e scriveva nuovi versi a letto. Il morbo non aveva intaccato né la forza né la fiducia, che facevano parte della sua anima.

Nell’unico ritratto a nostra disposizione, la figura di Corazzini ci appare come quella di un giovane dal volto pallido, con i capelli bruni adagiati sulla fronte larga come un’onda morbida. Le labbra sono carnose, le guance paffute, gli occhi grandi e pieni di vita. C’è timidezza infantile nello sguardo, ma anche un certo orgoglio. La posa è da poète maudit, come il Rimbaud adolescente. In entrambi i poeti – ma solo in questo caso – si ha la sensazione di osservare la vita che sboccia e che prende forma. Se in Rimbaud è la vivacità e la sfrontatezza a prevalere, in Corazzini è la bontà e la profondità dello sguardo. E’ una creatura delicata ed è così che lo descrivono anche gli amici, con quella faccia un po’ reclina, la voce calda e soave, l’andatura incerta come il volo dell’allodola. Aveva la smania dell’eleganza: indossava ampi cappotti, camicie dal colletto alto, cravatta a papillon; a volte si presentava con il bastone e il garofano all’occhiello. E’ per quell’aria da dandy che l’amico Fausto Maria Martini lo ribattezzerà il semidio.

*

Sergio Corazzini visse con la famiglia in una casa in via dei Sediari 24, a pochi passi da Piazza Navona. L’edificio non esiste più, fu demolito negli Anni Trenta per realizzare Corso del Rinascimento. Di Corazzini oggi non resta più nulla di tangibile. Altri luoghi di Roma che hanno fatto parte della sua vita sono stati la scuola elementare di via della Palombella, dietro il Pantheon; la tabaccheria gestita dal padre in via del Corso, tra il Caffè Sartoris e la gioielleria Suscipi; il Caffè Aragno in via del Corso 180 (che serviva birra di Vienna e buffet alla francese); l’ufficio della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’ dove fu assunto come impiegato, al quarto piano di un palazzo di Via del Corso (di fronte a dove oggi sorge la Casa di Goethe); infine le chiese abbandonate o le cappelle private che Corazzini amava visitare: San Saba, Sant’Urbano, Santa Prassede, San Luca, la Ferratella a San Giovanni.

Nel 1901 Roma contava 422.411 abitanti. Era una città ancora piccola, divisa tra la zona antica, rossastra, dove risplendeva il fascino delle rovine al sole, e quella di nuova costruzione, con i palazzi nudi e le strade vuote, dove si camminava tra la terra e l’erba fino alla campagna. Ogni inverno il Tevere esondava allagando non solo le abitazioni costruite a ridosso del fiume, ma anche il centro. “E’ una città che trasuda umidità e odore da caverna”, annoterà Emile Zola nel suo diario alla fine dell’Ottocento, “ma all’interno dei palazzi si sente l’immensità”.

Come nella migliore tradizione della Belle époque, da Parigi a Vienna, da Praga a Berlino, sono i Caffè storici il centro della cultura. A Roma i giovani scrittori si ritrovavano al Caffè Sartoris e al Caffè Aragno, dando vita a veri e propri cenacoli letterari. In quei saloni fumosi passavano ore e ore a discutere di poesia e letteratura; leggevano le gazzette dell’epoca: ‘Marforio’, ‘Trasteverino’, ‘Fracassa’, ‘Rugantino’, ‘Gran Mondo’, ‘Vita letteraria’, ‘Rivista di Roma’ e ne fondavano di nuove, come le ‘Cronache latine’. Mai una generazione aveva avuto così cieca fiducia nel progresso. Il tenore di vita delle famiglie era in costante ascesa, i giovani guardavano con favore alle arti e alle scienze e, in generale, il mondo sembrava girare intorno alla massima vivi e lascia vivere. Stefan Zweig lo definirà “il mondo della sicurezza”, dove “nessuno credeva a guerre, rivoluzioni e sconvolgimenti e la vita era veramente degna di essere vissuta. Si credeva nel progresso più che nella Bibbia”.

Corazzini amava sua madre. Da lei aveva ereditato la bontà, l’umiltà francescana, l’educazione religiosa e una certa malinconia. Più di una volta l’aveva difesa o consolata quando il padre – ricordato nelle testimonianze dell’epoca come un uomo dall’aspetto volgare, sanguigno e grossolano – tornava a casa disperato per avere perso i soldi e la incolpava di aver portato in casa la tubercolosi. La signora Lina era una donna esile, pudica, malaticcia; vide morire due dei suoi tre figli e infine si arrese anche lei, nel 1924. Solo il padre sopravvisse, ma dopo aver sperperato tutti i soldi che aveva agonizzò di stenti e finì in un Ospizio di mendicità. Eppure solo pochi anni prima la famiglia Corazzini aveva un alto tenore di vita, che consentiva a Sergio e a suo fratello Gualtiero di frequentare il collegio a Spoleto. Il padre, oltre alla pensione di ex impiegato alla Dataria pontificia, era amministratore delle tenute di casa Del Drago e gestiva la tabaccheria di via del Corso. Quando cominciarono le difficoltà finanziarie, ritirò i figli dagli studi e impose a Sergio non solo di lavorare, ma di versare a lui metà dello stipendio da impiegato della compagnia di assicurazioni ‘La Prussiana’, che ammontava ad appena 90 lire al mese.

Come Kafka, costretto a dividersi tra l’ufficio all’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori per il regno di Boemia e la casa borghese dove viveva con la famiglia – l’altro suo carcere, lo definirà Pietro Citati – così Sergio Corazzini trascorreva le giornate tra la “cella triste” di Via del Corso e “l’altra prigione” di Via dei Sediari. A differenza di Kafka, però, che attendeva le ore notturne per liberare i suoi fantasmi e scrivere senza sosta tutta la notte, Corazzini nascondeva tra le pratiche i foglietti con i versi scritti nella giornata, “il passaporto dalla miseria della vita del giorno”. L’ufficio era una stanzetta buia e tetra nell’ammezzato di un vecchio edificio. Per accedervi bisognava salire per una scaletta a chiocciola aperta in fondo alla portineria. E’ il quel luogo triste e squallido che nasceranno alcuni versi dei Soliloqui di un pazzo. Ma è anche in quell’ufficio che Corazzini sarà costretto a nascondere i suoi libri, acquistati alla libreria Bocca di Piazza Colonna, temendo che il padre potesse sequestrarli. Leggeva Pascoli e D’Annunzio, i poeti francesi Samain, Jammes, Maeterlinck, Rodenbach, Guérin, Laforgue, Klingsor, ma anche Baudelaire, Gide, Maupassant e Balzac. In una lettera del 31 agosto 1906 scrive: “Oggi, come dice Maupassant, ho veramente l’impressione dello spuntar delle ali alle spalle”.

Un giorno il capoufficio quasi lo sorprende scrivere versi. Corazzini fa appena in tempo a nascondere il foglio nel copialettere. Su quel foglio, che la sera leggerà agli amici – attoniti nell’ascoltarlo mentre passeggiano su una strada campestre – c’è  il suo colloquio con la Morte.

Desolazione del povero poeta sentimentale

I.

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange

Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

II.

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

III.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tremare d’amore e d’angoscia;

solamente, perché, io sono, oramai

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:

sono solo un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV.

Oh, non meravigliarti della mia tristezza!

E non domandarmi;

io non saprei dirti che parole così vane,

Dio mio, così vane,

che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.

Le mie lagrime avrebbero l’aria

di sgranare un rosario di tristezza

davanti alla mia anima sette volte dolente,

ma io non sarei un poeta;

sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo

cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.

E i sacerdoti del silenzio sono i romori,

poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli esseri umani,

povera tenera preda del primo venuto;

e desiderai di essere venduto,

di essere battuto

di essere costretto a digiunare

per potermi mettere a piangere tutto solo,

disperatamente triste,

in un angolo oscuro.

VII.

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

VIII.

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per esser detto: poeta, conviene

vivere ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen.

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La poesia è viva. Evviva la poesia

Alcune sere fa sono andato al teatro di Villa Torlonia per ascoltare Giancarlo Pontiggia. Avevo finito di leggere Il moto delle cose, la sua terza raccolta di poesie, ed ero entusiasta di poterlo ammirare dal vivo. Pontiggia era uno dei poeti scelti da Elio Pecora per il suo ciclo di otto incontri ‘Le ragioni della poesia’. Sul palco erano previste anche letture di Silvia Bre, Luca Baldoni e Luca Archibugi. Mentre camminavo lungo il sentiero che da via Spallanzani si inoltra nei giardini di Villa Torlonia, mi chiedevo se in platea avrei trovato il solito nugolo di critici e scrittori che a Roma si spostano da una presentazione all’altra. In realtà ne ero quasi certo. Invece i giovani, in coppia o soli, erano più dei soliti noti. Anzi, superavano gli over sessanta, che spesso rappresentano la maggioranza del pubblico. La serata è trascorsa piacevolmente, tra i poeti che declamavano i propri versi e gli intermezzi musicali di un giovane pianista.

Un paio di giorni dopo, in uno dei circoli letterari che a Roma cercano di sopperire alla mancanza di un luogo istituzionale capace di raccogliere le risorse letterarie della città, la stessa scena si è ripetuta per un dialogo sull’intelligenza della poesia tra Guido Mazzoni e Nanni Balestrini. Gli organizzatori si sono ritrovati a dover gestire una fila di persone che, non avendo prenotato e nonostante il vento freddo, attendevano di capire se sarebbero riusciti a entrare.

Infine giovedì scorso sono andato alla Fondazione Primoli per un incontro con Patrizia Cavalli. Anche in questo caso ad ascoltare il poeta (non scrivo la poetessa perché la Cavalli si è espressamente lamentata di questa definizione) c’erano trenta-quarantenni e, sorpresa, anche qualche ventenne. Così ho pensato: ma se questi incontri in giro per la città sono sempre affollati, se ci sono scuole di scrittura che organizzano corsi di poesia – e non soltanto di narrativa – se le letture pubbliche di poeti italiani del Novecento riscuotono successo (tutto esaurito per le due serate dedicate a Alda Merini allo Spazio Veneziano), se tutto questo accade, allora non è vero che non è più tempo di parlare di poesia, di scrivere poesia, di leggere poesia.

Che le vendite siano poche e le case editrici abbiano sensibilmente diminuito le pubblicazioni, è cosa nota, ma se oggi per poter dire che un romanzo è andato bene bastano mille copie vendute, allora questi ragionamenti contano poco. Conta che la poesia non smetta di essere nutrimento per l’anima dell’uomo. Conta il rapporto che si instaura tra chi scrive e chi legge, tra chi cerca la poesia per esprimere ragione e sentimento e chi, leggendo, percepisce un suono che lo fa vibrare; la parola che si trasforma in un diapason. La poesia è chiamare una certa cosa con il suo nome. E’ creare un’immagine, legata a un tempo passato, che attende di propagarsi nel mondo di qualcun altro.

 

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.

 Che siano limpidi – per guardare il cielo

alto –

 e severi, se così è il tuo animo.

 (Giancarlo Pontiggia)

Un itinerario personale: i migliori libri del 2017 fuori dai ‘migliori’

Quest’anno, un anno complicato e doloroso, mi sarebbe più facile scrivere la lista dei migliori libri che non ho letto e di cui tutti parlano: ‘La ferrovia sotterranea’ di Colson Whitehead, ‘Exit’ di Moshin Hamid, ‘Il ritorno’ di Hisham Matar, ‘Lincoln nel Bardo’ di George Saunders, ‘4 3 2 1’ di Paul Auster, ‘Swing time’ di Zadie Smith. Voglio comunque segnalare quali sono state le letture per me più interessanti, senza commentare ogni singola scelta, nella maggior parte dei casi dettata più dagli umori del momento e dalla necessità di trarre conforto e distrazione.

1. POESIA

Comincio dalla poesia, dove mi sembra ci siano le cose migliori, a partire dai delicati versi di ‘Cedi la strada agli alberi’ di Franco Arminio (Chiarelettere). Ho amato moltissimo ‘Promemoria’ di Andrea Bajani (Einaudi) e ‘Il moto delle cose’ di Giancarlo Pontiggia (Mondadori) che continuo a rileggere per ascoltare come un eco il suono delle parole. Mi hanno colpito anche ‘La pura superficie’ di Guido Mazzoni (Donzelli) e ‘Tutte le poesie’ di Milo De Angelis (Mondadori). Per chi non l’avesse mai letto, consiglio di acquistare ‘Elogio dell’ombra’ di Josè Luis Borges (Adelphi).

2. NARRATIVA

Se dovessi indicare un solo autore da ricordare, farei il nome di Sarah Manguso. Ho letto con piacere e commozione ‘Il Salto’ e ‘Andanza’ (NN editore), due libri diversi tra loro ma che mi hanno conquistato dalla prima parola. Il vincitore del Premio Strega, Paolo Cognetti, con ‘Le otto montagne’ (Einaudi) fa sicuramente parte delle segnalazioni, così come ‘I difetti fondamentali‘ (Rizzoli) di Luca Ricci, Kent Haruf con ‘Le nostre anime di notte’ (NN editore), ‘Manuale d’esilio’ di Velibor Colic (Bompiani) e ‘L’alcol e la nostalgia’ di Mathias Enard (E/O). Ad agosto ricordo di aver divorato ‘Le stelle fredde’ di Guido Piovene (Bompiani).

3. SAGGISTICA

E’ il settore che pratico di più, quello da cui attingo come nutrimento per la mente. Prima di fare le dovute distinzioni, non posso non citare il testo che maggiormente ho consultato, sì direi che consultato è il termine esatto: ‘Il libro contro la morte’ di Elias Canetti (Adelphi).

Diari, biografie, memoir: ‘Oltre i sogni’ di Colin Wilson (Atlantide), ‘L’ultimo rifugio’ di Imre Kertész (Bompiani), ‘Tra loro’ di Richard Ford (Feltrinelli) e ‘Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste’ di Cristina Battocletti.

Culture, critica letteraria: ‘Troppe cose a cui pensare’ di Saul Bellow (Sur), ‘L’arte di narrare’ di James Salter (Guanda), ‘L’arte della fuga’ di Fredrik Sjoberg (Iperborea), ‘Scritti a mano’ di Matteo Motolese (Garzanti), ‘Il mistero della creazione artistica’ di Stefan Zweig (Pagine d’arte).

Viaggi e dintorni: ‘Bagliori da San Pietroburgo’ di Jan Brokken (Iperborea), ‘Il disordine del mondo’ di Stefano Scanu (Ediciclo), ‘Galizia’ di Martin Pollack (keller), ‘In viaggio verso Jheronimus Bosch’ di Cees Noteboom (Jaca Book).

Infine ‘Il bisogno di pensare’ di Vito Mancuso (Garzanti), ‘Autoritratto nello studio’ di Giorgio Agamben (Nottetempo) e ‘Confabulazioni’ di John Berger (Neri Pozza).

Discorsi da una libreria antiquaria romana /12

“Hai sentito Kim?”. “Chi?”. “Kim, er ciccione coreano. Ha detto che vole fa espolde na bomba all’idrogeno”. “Quello è matto fracico”. “Ha chiamato Trump cane rabbioso”. “Bè su questo c’ha ragione. Pure quell’altro ma lo senti che dice? Stamo in mano a due pazzi”. “Trump me ricorda Charlie Chaplin quando prendeva per culo Hitler”. “Seee ammazza quanto sei delicatino…Trump è na specie de Grillo sadico”. “Me sa che faremo tutti na brutta fine”. “Ma secondo te Kim e Trump li leggono i libri?”. “Aò ma allora sei scemo. Ma manco sanno che è un libro”. “Secondo me invece Trump se legge quelle storie de guerra e massacri e sangue con la saliva alla bocca. Oppure le riviste porno”. “Ecco già è più probabile. Mo te dico na cosa: per salvà sto mondo ce vorrebbe uno come Albert Camus. Uno che tutti leggono e ascoltano, un gigante che apre le menti dei giovani, uno che va al Premio Nobel e dice…”. “Che dice?”. “Aspè che te leggo…ecco dice: ‘Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga’.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /11

“Finalmente sei tornato! Era ora che aprissi”. “Aò, lo sai che le ferie so’ sacre”. “Sì ma ‘n s’è mai visto un libraio che se fa un mese di vacanza”. “A parte che ad agosto non entra n’anima, ma perché tu non sei partito?”. “So annato a Ladispoli la settimana de feragosto, poi so stato a Roma”. “Io so stato un mese in un paesino della Sardegna, stavo così bene, so pure riuscito a legge in santa pace”. “Che te sei letto?”. “La storia del Grand Tour”. “La corsa di ciclismo?”. “Macché ciclismo, senti questo! Il Grand Tour era il viaggio che nel Seicento i giovani inglesi, francesi e tedeschi facevano verso l’Italia”. “E che venivano a fa?”. “Per il clima, le antichità, le corti, le forme di governo, le università”. “Capirai…oggi invece vengono per fasse le foto, magnà a imbuto e sentisse padroni delle città. Ce sta Venezia che tra ‘n po’ affonda”. “Sì ma so pure na massa de ignoranti”. “C’hai ragione, ad agosto so annato in centro, stavano tutti a mollo nelle fontane”. “Non è quello. Col caldo che faceva lo posso pure capì, ma ce fosse stato uno co un libro in mano. Cioè stai a Roma…voi mette legge coi piedi nella fontana der Bernini invece che ner bidè de casa?”.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /10

“Oh, finalmente sei arrivato”. “Che succede?”. “Non ce posso ancora crede”. “Ma cosa? Dimmi!”. “Qualcuno ci spia”. “Chi ci spia?”. “Non lo so”. “Allora che ne sai che ci spia? “. “Ascolta: oggi è venuta na cliente, na signora in pensione che passa i pomeriggi su internet, e m’ha detto che da un po’ di tempo je capita de legge certi ‘Dialoghi da una libreria antiquaria romana’ scritti da un tale che non sa chi sia. La signora me n’ha fatto legge uno…aò siamo noi…anzi sembriamo noi”. “Siamo o sembriamo?”. “Boh…mi pare che siamo noi”. “Ma chi è quello che li scrive?”. “Te sto a dì che non lo so…dev’esse uno che pensa de fasse bello con noi”. “E come fa a sapere quello che diciamo?”. “E’ questo che non me spiego”. “Ce sarà un registratore nascosto”. “Macchè…con tutti i libri che sposto ogni giorno me ne sarei accorto”. “E allora?”. “Ho pensato che…non t’offende eh…”. “Che hai pensato?”. “Ho pensato che gliele raccontassi tu le cose…”. “Ma sei matto?”. “Oh allora mica lo so come fa”.

(Voce di un uomo alle loro spalle): “Sono invenzioni”.

“Come?”. “Invenzioni?”.

“Li ho letti anch’io quei dialoghi. E’ fiction”.

“Ma certe cose io le ho dette….almeno mi pare…”.

“Signori, siamo in una libreria, dovreste sapere che una cosa inventata raccontata bene diventa vera. E’ il principio della letteratura”.

“Mi sta dicendo che siamo diventati i personaggi de na storia?”.

“Parrebbe di sì”.

“E adesso?”. “Già, e adesso che famo?”. “Dobbiamo scoprire chi è quello che scrive di noi. Tanto è uno che viene qua, so sicuro”. “Sarà un maniaco dei libri. Ndo scappa”.

(L’uomo si avvia verso l’uscita): “E’ stato un piacere signori, buona continuazione”.

Dialoghi da una libreria antiquaria /9

“Certo che a legge i giornali viè da piagne”. “Già”. “Guerre, epidemie, ammazzamenti, gente che se frega i sordi…”. “Er monno è impazzito, non se salva più niente ormai”. “Certe volte me verrebbe voglia di chiudermi dentro na torre”. “Come Montaigne!”. “Chi?”. “Montaigne, quello che ha scritto i Saggi”. “Ah, stava dentro na torre?”. “A ‘n certo punto della vita ha lasciato i suoi incarichi e s’è ritirato con un migliaio di libri“. “Ha fatto bene!”. “Dai libri ha estratto cinquantasette sentenze che fece iscrivere sulle travi del soffitto”. “Pensa te…e che ce stava scritto?”. “Soprattutto frasi di filosofi greci sul senso della vita, sulla storia, sugli uomini…”. “Tipo?”. “Mo te ne leggo qualcuna…aspè…ecco, ‘La vita più dolce sta nel non pensare a niente'”. “Vero”. “‘Il genere umano è troppo desideroso di frottole'”. “Vero”. “‘Godi in letizia del presente, le altre cose non dipendono da te'”. “Vero”. “‘Nessun uomo ha mai saputo nè saprà mai nulla di certo'”. “Vero. Aò, me piace sto Montaigne”. “Allora fai come lui e cercate na torre, i libri non te mancano”. “Quasi quasi…”. “E sur soffitto che ce fai scrive?”. “Passame il libro…mmm…ecco questo: ‘Ed anche sul più alto trono della terra non siamo seduti che sul nostro culo'”.