Perché leggere la poesia.

Abituati a camminare con la testa bassa sul cellulare, non ci fermiamo più a guardare il cielo. Abbiamo dimenticato com’è fatto e le sensazioni che trasmette. Allo stesso tempo abbiamo smesso – per la verità da decenni – di leggere la poesia. La consideriamo difficile, noiosa, superata. Guardare il cielo e leggere la poesia hanno in comune molte cose. Sono azioni per lo più solitarie che chiamano in causa i nostri sensi, generano emozioni, suscitano riflessioni, ci fanno penetrare in uno spazio non più soltanto fisico. A questo pensavo mentre leggevo tre libri molto diversi: Fuggire da sé di David Le Breton (Cortina editore), L’epilogo della tempesta di Zbigniew Herbert (Adelphi) e Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italosvevo).

Il primo è un saggio che indaga “il biancore”, uno stato di assenza che può impadronirsi di noi quando ci sentiamo schiacciati dal peso della società contemporanea, che esige un’affermazione permanente. Secondo Le Breton “per chiunque, anche per chi conosce il piacere di vivere, in qualche misura il biancore si impone, giorno dopo giorno, come una necessità”. Una fuga dal quotidiano, dunque, per riprendere fiato e recuperare le forze. Il secondo libro è una raccolta di poesie di uno dei più grandi poeti polacchi del Novecento. Sono versi intimi, quasi una confessione, nei quali Herbert parla della memoria, del tempo, della stoica accettazione della fatica di vivere. Il terzo, infine, è un breve discorso sulla poesia che Caproni tenne il 16 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma di fronte a un pubblico composto da amici, lettori e ammiratori.

caproni

La lettura di questi libri mi ha portato a fare una considerazione, che ha le sembianze di un invito: rifugiamoci nella poesia. Colmiamo “il biancore” con le parole. Lasciamo che siano loro a trasportarci, come nuvole in transito, verso il nostro angolo di vitalità quotidiano. Se lo faremo potremo godere di infinite meraviglie perché la poesia è volo dell’anima e del corpo. E’ pienezza della vita. Il mio invito muove dalle parole di Caproni: “I tentativi di porgere alla gente la poesia vanno incoraggiati, non rifiutati in blocco”. Già nel 1982 Caproni sosteneva: “La poesia non riesce più ad avere posizione o funzione di privilegio come quando, almeno fino a Gozzano, entrava in quasi tutte le case bene. Gozzano lo leggevano tutti, l’avvocato, la sartina, entrava in casa come l’acqua del rubinetto. Ma la fila davanti le librerie, diciamo la verità, nemmeno ai tempi di Leopardi”. Oggi i dati di vendita della poesia sono impietosi, eppure continuano a essere pubblicate raccolte di straordinaria bellezza, come l’ultima di Zbigniew Herbert, ideale trampolino di lancio per immergersi nel mondo dei versi.

Ne L’epilogo della tempesta sono raccolte le ultime poesie di Herbert, scritte dopo la caduta del muro di Berlino. Fino ad allora il poeta si era dedicato alla Polonia, al tragico avvenire della nazione, alla difesa della libertà di pensiero, elaborando “un determinato stile di scrittura per aggirare i divieti dei censori”. Sono poesie “serie”, “tragiche”, come si evince dalla raccolta precedente Rapporto sulla città assediata. Dopo il 1989, invece, i versi di Herbert diventano confessioni intime. Nella postfazione Francesca Fornari scrive: “Nell’ultima fase della sua scrittura Herbert compone testamenti spirituali: finito il tempo dell’emergenza storica, per la prima volta infrange la propria regola poetica dell’oggettività, che imponeva il riserbo nell’esprimere emozioni, e dice semplicemente: ‘la mia anima è triste’”. Una di queste poesie, ‘Le nuvole su Ferrara’, rappresenta il perfetto connubio tra cielo e creazione artistica.

 
Bianche
oblunghe come navi greche
tronche al di sotto

senza vele
senza remi

la prima volta
che le vidi in un dipinto del Ghirlandaio
le credetti
un frutto dell’immaginazione
una fantasia di artista

e invece esistono

Il poeta polacco, durante uno dei suoi spostamenti da cui ha tratto ispirazione, si ferma a Ferrara. Alza la testa e osserva le nuvole che (scorrono \ molto lentamente \ sono quasi immobili). E’ in questo infinito movimento che si nasconde il destino dell’uomo. Lui, che non ha potuto scegliere (niente nella vita \ secondo il mio volere) e che non ha trovato (un rifugio nella storia), scopre il segreto delle nuvole.

 
scorrono lente
ma sicure verso rive
sconosciute

 
è in loro
non negli astri
che si decide
il destino

 
herbertLa poesia di Herbert è la dimostrazione di quanto sosteneva un altro grande poeta americano, Robert Frost: “Una poesia comincia in gioia e finisce in saggezza”. La gioia di Herbert è quella di fermarsi a guardare il cielo e scoprire la forma e la bellezza delle nuvole, che non sono frutto dell’immaginazione o fantasia dell’artista. La saggezza è la scoperta che loro sono sempre lì, a nostra disposizione, per ricordare all’uomo qual è la propria sorte. Dobbiamo solo alzare la testa per vederle. Nuvole come “guardiani del mondo”, così le definiva il suo connazionale Czeslaw Milosz.

In questo incoraggiamento a rifugiarsi nella poesia – che è sempre danza dell’immaginazione – mi piace ricordare cosa diceva un altro grande poeta del Novecento, Iosif Brodskij. “L’unico modo per sviluppare gusti sani in letteratura è leggere la poesia. Più si legge poesia, meno si tollera ogni eccesso di verbosità”. Un ottimo consiglio, valido per chi legge e per chi scrive, se pensiamo alla quantità di libri che oggi vengono pubblicati, davanti ai quali dobbiamo scegliere se acquistarli o lasciarli sullo scaffale. La poesia, sotto questo aspetto, è quasi imbattibile perché avendo il carattere dell’universalità, aggiunge sempre qualcosa alla possibilità dell’essere umano di capire la propria esistenza.

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