Un uomo pieno di gioia – Cesare Garboli

La collana ‘Classics’ di Minimum Fax continua a regalare gioie ai suoi lettori. Dopo aver ripubblicato opere importanti di scrittori italiani caduti nel dimenticatoio come Carlo Cassola, Giovanni Arpino e Luciano Bianciardi, questa volta manda in libreria l’introduzione di Cesare Garboli ai ‘Diari’ di Antonio Delfini, che uscirono per Einaudi nel 1982. Il testo di Garboli – inserito poi nella raccolta ‘Scritti servili’, che Minimum Fax ha annunciato di voler ripubblicare – è tante cose insieme: ritratto letterario, saggio critico, lezione di scrittura, postura esistenziale. Chi ha superato da tempo il periodo della giovinezza ed è cresciuto leggendo, o per meglio dire studiando i testi dei cosiddetti “grandi critici” di un tempo come Cristina Campo, Pietro Citati, Giovanni Macchia e appunto Garboli, non può che provare gratitudine nel poter acquistare un libro che vale per tre. ‘Un uomo pieno di gioia’ contiene infatti tre figure di generazioni diverse legate tra loro: Delfini, Garboli ed Emanuele Trevi, autore di una prefazione che è anch’essa visione di un modo di fare letteratura. Trevi fu amico di Garboli, ammirava il modo in cui faceva sempre della critica ad alto livello (in ‘Sogni e favole’ c’è un capitolo dedicato al loro rapporto di amicizia). E in questa prefazione afferma: “Scrivere un grande racconto come questo di Garboli su Delfini significa avere colto il momento giusto per scriverlo, che equivale alla distanza ideale, all’aurea proporzione tra l’esperienza e la scrittura. E quando Garboli iniziò a scrivere, Delfini si presentò puntuale, in tutta la sua bellezza e originalità di essere umano”. Chi non conoscesse Delfini, vada a caccia dei suoi ‘Racconti’ (anche questi mai più ripubblicati, e non se ne capisce la ragione) ma inizi dal testo di Garboli, che è un distillato dell’uomo Antonio e dello scrittore Delfini. Troverà inoltre una delle migliori lezioni sul successo letterario (“se non è frutto di mafie, è un fatto misterioso”) e sulla scrittura diaristica (“chiama in causa un pubblico che ancora non c’è, con la certezza, e la gioia perversa, che esso non potrà fare a meno di presentarsi”).

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