Divagare fa bene al cervello. Il dolore ce lo spiega Julian Barnes

di Alessandro Melia

Ogni tanto bisognerebbe mettere da parte romanzi, memoir, saggi, e lasciare che la nostra mente segua dei percorsi diversi, si faccia attrarre da aneddoti, mappe, personaggi che non conosciamo, storie che sembrano minori e che invece hanno la capacità di aprire squarci improvvisi. Una sorta di ‘passeggiata’ letteraria che ci aiuti a smaltire le tossine prodotte da letture passate, predisponendoci per quelle nuove. Due libri diversi, ma che ci riescono benissimo, sono: ‘Capitomboli’ di Luca Ragagnin (Miraggi edizioni) e ‘Carte False’ di Valeria Luiselli (La Nuova Frontiera).

Il libro di Ragagnin ci avverte già dal sottotitolo in quale territorio ci stiamo per addentrare (‘Divagazione in dissolvenza su tutto’). Ragagnin, come un “viandante del pensiero” divaga tra opere, personaggi storici, letterari. “Tutto ciò che è umano condivide lo stesso destino: finire fuori catalogo. Per recuperare ciò che è perduto, la memoria deve sapersi dissolvere nella ricerca”. Ragagnin ricorda Perec, Walser, Sebald, Kafka, artisti come Rotkho o Duchamp. Racconta la storia del signor Joseph Ferdinand Cheval e della sua insospettabile trasformazione nel Postino Cheval. L’uomo tutti i giorni fa avanti e indietro nei paesi per consegnare lettere. Un giorno inciampa in un sasso, lo prende, lo osserva e la sua vita cambia. Dalla forma di quella pietra nasce l’idea di costruire un palazzo fiabesco. La sua opera incomincia nel 1879, a quarantré anni, e proseguirà per i trentatré anni successivi. Lavora giorno e notte, instancabilmente. Costruirà il Palais idéal, considerato un mirabile esempio di di arte naȉve. Ecco, storie così non dovrebbero dissolversi.

La messicana Valeria Luiselli, invece, con ‘Carte False’ ci introduce nel regno della mappe e dei luoghi reali e immaginari. Dalla ricerca della tomba di Iosif Brodskij nel cimitero di San Michele a Venezia, alla cartoteca di Città del Messico, Luiselli, con il suo particolare modo di scrivere, ci fa riflettere su ciò che ci circonda, a partire dagli spazi, che “sopravvivono al passare del tempo allo stesso modo in cui una persona sopravvive alla sua morte: in quell’alleanza stretta tra la memoria e l’immaginazione”. Per Luiselli “i luoghi esistono finché continuiamo a pensare a essi; finché li ricordiamo, ci ricordiamo in essi”. Lo stesso, penso io, vale per le persone. E’ per questo che Julian Barnes non si è ucciso. Lo scrittore inglese, vincitore lo scorso anno del Man Booker Prize con ‘Il senso di una fine’, ce lo dice a pagina 91 di ‘Livelli di vita’ (Einaudi) uscito in questi giorni. Barnes, rimasto vedovo pochi anni fa, racconta la sua vita senza la moglie Pat Kavanagh. Lo fa nella terza parte del libro, che ho trovato la migliore. Nelle prime due, infatti, scrive di leggendari pionieri ottocenteschi accomunati dalla passione per il volo, metafora di felicità. Volo che può elevarci o farci precipitare. Così conosciamo Fred Burnaby, colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese, l’attrice Sarah Bernhardt e Felix Tournachon, celebre fotografo ritrattista noto come Nadar. (Piccola digressione: mentre leggevo ‘Livelli di vita’ mi è venuto in mente ‘In questa luce’, il libro autoritratto di Daniele Del Giudice, tra i migliori scrittori italiani. Anche Del Giudice cita Nadar, ma chiarisce presto che “il volo migliore è quello della mente”). Nella terza parte, invece, Barnes fa una cosa che pochi scrittori hanno fatto (sanno fare). Parlare di ciò che capita ad una persona che vive un lutto. “Mi sono reso conto di come il dolore selezioni e riposizioni le persone che circondano il dolente, di come metta alla prova gli amici. Alcuni sono spaventati, ti evitano come temessero il contagio. Altri, senza saperlo, quasi si aspettano che sia tu a sobbarcarti anche il loro cordoglio. Altri ancora sfoderano uno smagliante senso pratico: ‘Allora, che intenzioni hai?”. Barnes distrugge la massima nietzshiana del ‘quello che non mi uccide mi fortifica’. “Ci sono tantissime cose che non ci uccidono, ma ci indeboliscono una volta per tutte– scrive-. Guardatevi intorno. Il dolore riconfigura il tempo, alterandone durata, consistenza e funzione”. Ma anche in queste condizioni, andare avanti senza la persona che abbiamo amato è possibile. “Ci è voluto un po’, ma mi resi conto che la misura del suo essere viva era affidata al mio ricordo di lei. Non potevo uccidermi, perchè avrei ucciso anche lei”. A quel punto la questione su come vivere è risolta: “Devo vivere come avrebbe voluto lei”. In fondo, dice in ultimo Barnes, “è soltanto l’universo che fa il suo mestiere, nient’altro”.

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