Storia breve di lui e di lei

Quella mattina, prima di tentare il suicidio, decise di fare colazione nel caffè dell’hotel. Scelse un tavolo in fondo alla sala e ordinò pane e marmellata di visciole. Dalla cucina uscì una ragazza. Capelli ricci. Occhi verdi. Pelle lattea. Indossava una maglia di cotone bianca con un fiocco nero sulla spalla e una gonna a pois. Da come si muoveva a da certe espressioni del viso che giudicò di inconsapevole sensualità, capì che avrebbe rimandato il suo piano di morte.

La mattina dopo si ripresentò nella sala caffè. Ordinò il pane e la marmellata di visciole e si concentrò sui fogli bianchi. Da quando sua moglie lo aveva abbandonato non era più stato in grado di disegnare, ma ora sentiva che quella ragazza rappresentava un’ultima occasione. Restò a spiarla mentre sparecchiava i tavoli. Un paio d’ore dopo terminò la bozza di un ritratto.

Il terzo giorno disegnò senza sosta. Lo strano bagliore che emanava il viso della ragazza lo stimolava a non fermarsi. Ogni tanto alzava gli occhi e la sorprendeva a sbirciarlo. Avrebbe potuto parlarle, ma non voleva rompere quel legame silenzioso. Le doveva la vita.

Il quarto giorno la porta a vetri del caffè era chiusa e le luci erano spente. Provò a bussare. Comparve una donna corpulenta con una scopa in mano. “Siamo chiusi. La ragazza non è arrivata”. Provò un senso di sconforto. Uscì fuori e si accasciò su una panchina a osservare il mare. Le raffiche di vento lo avevano fatto ingrossare, le onde spumeggiavano contro gli scogli. Restò così finché qualcosa di liscio gli sfiorò la mano. Si voltò di scatto.

– Ciao.

– Ciao.

– Mi sono accorta che avevi finito i fogli così ti ho comprato un album nuovo.

– Grazie.

– A cosa stavi pensando?

– A cose di tanto tempo fa. Ma ora smetto.

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I colori della vita

casa-custode

Il professore se ne stava seduto sulla poltroncina verde dello studio e indugiava di fronte ai libri. Fuori era calato il buio e non si udivano rumori provenire dai giardini dietro la casa. D’estate capitava che brusii e latrati interrompessero il sonnellino pomeridiano, ma nella stagione fredda il silenzio era tombale. La lampada illuminava a malapena la stanza mentre nell’aria aleggiava un odore di muffa e umidità.

L’arredamento – composto da cinque librerie, un tavolo di legno scuro, uno scrittoio, una credenza, un baule, un letto a baldacchino, un ritratto della bisnonna con l’arpa e decine di cianfrusaglie disseminate tra gli scaffali – conferiva alla casa un aspetto lugubre. “Sembra uscita da un racconto di Poe” gli aveva detto, molti anni prima, uno dei pochi studenti a cui il professore aveva concesso ripetizioni di filosofia.

Quando compì ottantasette anni, un’età che giudicava eccessiva, pensò che l’unica cosa rimasta da fare fosse quella di uccidersi. Così una domenica, soldi in tasca, aveva acquistato da un tipo losco una rivoltella, che ora giaceva nel primo cassetto del comodino. Prima di farla finita, infatti, doveva liberarsi dei libri. Con rammarico aveva scoperto che gli era impossibile spararsi di fronte a tutti quei volumi, compagni fedeli di un’esistenza isolata. Era un pensiero bizzarro, se ne rendeva conto, eppure così stavano le cose. Passò alcuni giorni alla ricerca di una soluzione. Pensò che avrebbe potuto sgomberare una stanza, ma quell’idea svanì quasi subito: da solo non ce l’avrebbe mai fatta a spostare tutto quel peso. Potrei uccidermi nei giardini, si era detto, ma il timore che qualcuno potesse vederlo lo fece desistere. Non voleva assolutamente condividere quel fatto privato e sapere che dentro casa c’erano ancora i libri, come fossero in attesa del suo ritorno, lo irritava. Alla fine chiamò una ditta di traslochi e prese appuntamento per la vigilia di Natale. Quel giorno, però, alla porta si presentò una ragazza. Indossava un maglione rosso di lana d’angora e una gonna bianca a frange, di quelle svolazzanti.

“Salve, mi chiamo Agata. Verrò ad abitare nell’appartamento di sotto e sono venuta per conoscerla e augurarle buon Natale”.

Il professore restò immobile a osservarla, con sguardo sofferente. Prese tempo, cercando una risposta che faticava a elaborare. Sperava di sentire in lontananza il rumore del camion dei traslochi.

La ragazza ne approfittò per gettare un’occhiata dietro di lui.

“Quanti libri! E’ uno scrittore?”.

“No”.

“Un libraio?”.

“Neanche”.

La ragazza chinò la testa.

“Mi scusi, forse sono arrivata in un momento sbagliato”.

“Sto aspettando la ditta di traslochi”.

“Si trasferisce?”.

“E’ quello che vorrei”.

“Peccato. Mia nonna Rosina mi aveva detto che avrei potuto contare su di lei”.

“Sua nonna si chiama Rosina? Rosina come?”

“Rosina Pannunzi”.

Il professore fece un balzo. Erano sessant’anni che non la sentiva nominare. Ai tempi del liceo, lontano dagli occhi dei compagni, le aveva fatto la corte senza successo. Una sola volta era riuscito a darle un bacio di sfuggita, di quelli che fanno vibrare l’innamorato ma che per l’altra persona non significano nulla. Sapeva di non essere corrisposto, eppure il pensiero di lei non lo abbandonava mai; gli teneva compagnia anche di notte, durante i giorni di festa e le vacanze estive. Una dolce agonia che terminò con la fine della scuola, quando Rosina si trasferì con i genitori in un’altra città. Qualche anno dopo venne a sapere da un ex compagno di classe che si era sposata e aveva avuto un bambino. Da allora aveva deciso di non chiedere più sue notizie.

“Rosina le ha parlato di me?” chiese il professore.

“Sì. Ci teneva che mi trasferissi nell’appartamento vicino al suo per frequentare l’università”.

“Non sapevo che Rosina…sua nonna si ricordasse di me”.

La ragazza serrò le labbra. “Purtroppo il mese scorso è morta”.

Il professore spalancò la porta.

“Mi dispiace. Se posso aiutarla in qualche modo, chieda pure”.

“E’ gentile. In realtà una richiesta ce l’avrei: potrei vedere la sua collezione di libri?”.

“Prego, entri”.

La ragazza si guardò intorno stupita. Passò in rassegna i libri di storia, impilati nel corridoio. Poi quelli di filosofia, che occupavano gran parte del soggiorno. I volumi si susseguivano secondo un ordine cronologico: Socrate, Platone, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche. Un intero scaffale era dedicato a Isaiah Berlin. La ragazza gli chiese chi fosse. “E’ stato il più importante pensatore del Novecento. Si ricordi di leggerlo, mi raccomando”. I volumi d’arte circondavano le finestre dello studio, mentre la letteratura si snodava lungo il corridoio e raggiungeva la camera da letto. I romanzi erano divisi per temi: c’erano quelli storici, quelli d’avventura, quelli romantici, quelli di formazione, quelli fantastici. La ragazza osservava incantata e di tanto in tanto, chiedendo il permesso, estraeva un libro per sfogliarlo. La maggior parte erano prime edizioni: Moby Dick di Melville, L’Isola del Tesoro di Stevenson, Don Chisciotte di Cervantes, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, Lord Jim di Conrad.

“Ma lei li ha letti tutti?”

“Assolutamente no”.

“Allora come mai ne ha così tanti?”

“Perché sono un ex professore e ho passato la vita sui libri. Ma le confido un segreto: chi possiede libri si è costruito una macchina del tempo”.

“Che intende?”.

“Solo i libri hanno la capacità di catapultarci in epoche diverse, consentendoci di viaggiare tra civiltà nate secoli prima o nelle profondità marine, al fianco di un re o negli scantinati di una città del Settecento”.

“Allora anche i dipinti sono una macchina del tempo”, osservò la ragazza.

“Sì, ha ragione, ma credo che i libri abbiano una forza superiore perché nel viaggio a ritroso, mentre ci fanno incontrare e conoscere uomini e donne del passato, coinvolgono anche noi stessi. Alla fine del viaggio può succedere che qualcosa di noi sia cambiato”.

La ragazza guardò il professore dritto negli occhi.

“Le piacciono i colori?”

“I colori?”

“Sì. Io credo che ogni persona porti con sé un colore. Il mio è il rosso. E il suo?”.

Il professore ci pensò un attimo. Gli venne in mente il blu del mare, quello visto da bambino durante una vacanza in barca in Toscana. Una mattina, sul presto, il mare era insolitamente calmo. Tuffati, gli aveva detto suo padre. Il professore aveva guardato il mare come si guarda un pozzo di cui non si vede il fondo. Tuffati, gli aveva ripetuto. Così si era tuffato con gli occhi aperti. Vide tutto blu: le mani, le gambe, i piedi fluttuavano nel blu. Si spaventò a tal punto che risalì di corsa sulla barca.

“Forse il blu”, disse.

“Ne ero certa. E’ il colore delle persone profonde e generose”.

Il professore alzò le spalle. “Non credo di essere mai stato come lei mi descrive”.

“I colori non mentono”, rispose la ragazza. “Da piccola disegnavo le persone che incontravo e a ognuna associavo un colore. Non sapevo perché lo facessi, mi veniva naturale, fino a quando ho capito che erano loro stessi, con le parole e i gesti, a rivelarmelo. Lei ha tutte le caratteristiche del blu: contemplazione, comprensione, gentilezza. Mia nonna Rosina, invece, era il colore della nebbia, della sensibilità e della distinzione: il grigio. Credo che ogni persona porti con sé un colore e che gli esseri umani siano tutti collegati, come i colori, anche se negano di esserlo o non se ne rendono conto”.

“Una riflessione interessante” disse il professore.

“Mi dispiace che se ne va”.

“Oh, il mio tempo qui è scaduto”.

La ragazza si avviò verso l’uscita. “In ogni caso”, disse, “sono contenta di averla conosciuta”.

“Anche per me Agata. Buona fortuna”.

Quando restò solo le gambe gli tremarono. Si appoggiò alla poltroncina verde e chiuse gli occhi. Suonò di nuovo il citofono.

“Chi è?”.

“Traslochi”.

“Tornate domani”.

“Come domani? E’ Natale!”.

“Oggi non posso. Non posso più”.

Il professore passò la notte a scegliere i libri. Prese i Saggi di Montaigne, Il rosso e il nero di Stendhal, La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, i Racconti di Cechov, Le lettere a Theo di Van Gogh, La metamorfosi di Kafka, I racconti di Buzzati, i Sillabari di Parise, I Canti di Leopardi, I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke, le Fiabe di Andersen, Il mondo di ieri di Zweig e la Recherche di Proust. Quando ebbe finito li sistemò con cura dentro il baule che usava da bambino per riporre i giocattoli. Lo aveva tenuto con sé perché gli ricordava sua madre e i giochi di magia che facevano quando stavano insieme. Subito dopo prese un foglio e scrisse:

Per Agata. Ti dono i colori della vita.

La mattina di Natale era sfinito. Alle dieci in punto telefonò a Zanzini, un notaio conosciuto anni prima, e dettò il suo testamento. Diede precise istruzioni sui libri, l’appartamento e i pochi soldi sul conto. Infine disse di chiamare un’ambulanza per avvisare della sua morte. Il notaio, balbettando, provò a replicare, ma il professore aveva già lasciato cadere la cornetta e si era diretto verso il comodino della camera da letto.

Un faro rosso

 

1.

Vidi mio fratello dal terrazzo. Si stava facendo spalmare la crema solare da una donna. La spiaggia era quasi vuota, nonostante la giornata calda. Sul mare piatto si rifrangeva la luce del sole mentre il bagnino sotto l’ombrellone teneva le braccia incrociate. Cercai di capire chi fosse la donna, non mi sembrava di conoscerla, ma ero troppo distante. Tornai in casa, mi tolsi la maglietta, presi un paio di vecchie ciabatte, mi bagnai la testa, misi in tasca il mio mazzo di chiavi e scesi. All’entrata dello stabilimento feci un cenno di saluto al proprietario e mi diressi verso la riva. Mio fratello era sdraiato su un lettino mentre la donna gli stava massaggiando la schiena. Indossava un bikini nero, la pancia era piatta, si intravedevano gli addominali. Notai come le unghie delle mani fossero colorate di un verde smeraldo.

“Ciao Enrico”, dissi.
“E tu che ci fai qui?”
“Oggi è il mio turno.”
“Ti sbagli. Questa domenica tocca a me”, disse, tirandosi su con
il corpo.
“E la settimana scorsa pure?”
“Era un mese che non venivo.”
“Ho bisogno di riposarmi”, dissi.
“Bene, prenditi un lettino e rilassati. Ma la casa mi serve, non
lo vedi?”
La donna mi guardò. Adesso era passata a massaggiare le cosce. Girai la testa e osservai il faro che si vedeva in lontananza. Avevo programmato mezz’ora di camminata per arrivarci. Poi avrei fatto una nuotata e il pomeriggio sarei rimasto in casa a dormire. Ora avrei dovuto cambiare i miei piani.
In quell’istante mi suonò il cellulare. Era Sara, la moglie di mio fratello. Disse che aveva le contrazioni e che non riusciva a parlare con Enrico. Disse che così aveva chiamato un’ambulanza che sarebbe arrivata a breve. Disse di cercare quel bastardo di mio fratello, che spariva sempre nei momenti più importanti. Disse che l’avrebbe richiamato appena avesse saputo in quale ospedale la ricoveravano.

2.

“Non ci posso credere. Riesce a rompere pure oggi che non lavoro.”
“Ha le contrazioni”, dissi.
“Non la conosci. Sara si lamenta e basta. Le piace fare la vittima.”
“Chiamala subito o vado da lei.”
“Così le dici pure che sto con una prostituta?”
La donna non disse una parola.
“Forza, chiamala”, dissi.
Enrico allungò la mano dentro lo zaino e prese il cellulare. Quindi si girò verso la donna portandosi l’indice al naso. Io guardai di nuovo il faro. Era bianco e rosso. Non ricordavo il rosso. Il bianco c’era sempre stato. Quello sì. Ma il rosso, doveva essere una novità. O forse non ci avevo mai fatto caso. Mi chiesi quand’era stata l’ultima volta che avevo guardato quel faro. In effetti era passato molto tempo. Un faro rosso.                                                                                                                                     “Va bene, arrivo.”

Enrico si alzò dal lettino. La donna restò seduta.
“Dove la stanno portando?”, chiesi.
“Al San Pietro. Il bambino potrebbe nascere a momenti.”
“Allora vengo anch’io.”
“No, ora resti qui. Volevi riposarti? E poi sei in buona compagnia. Lei si chiama Irina. Parla poco l’italiano ma capisce tutto. Le ho dato cinquecento euro.”
“Non è un problema mio”, dissi.
“Sì che lo è. Hai voluto che me ne andassi e ora qualcuno dovrà riportarla in città. E poi smettila di fare tante storie che ti può fare solo bene.”
Enrico raccolse lo zaino e prese Irina per un braccio.
“Mi raccomando, trattamelo bene.”
La donna fece un rumore secco con la bocca.
Non dissi nulla. Guardai mio fratello infilarsi la maglietta, raccogliere le scarpe e imboccare il vialetto verso l’uscita.

3.

“Cosa vuoi fare?”, mi chiese la donna.
L’idea di camminare con lei mi irritava.
“Facciamo un bagno e andiamo a casa”, dissi.
L’acqua del mare era fredda. La donna con veloci bracciate si allontanò dalla riva. Sembrava saper nuotare molto bene. In poco tempo raggiunse la boa che delimitava l’accesso delle imbarcazioni alla spiaggia. Nuotava un po’ a dorso e un po’ a rana. Restai a guardarla in un punto dove si toccava. Quando si avvicinò mi chiese se fossi sposato. Dissi di no.
“Hai una compagna?”
“No.”
“Tuo fratello avrà un figlio?”
“Sì. Andiamo via.”

La presenza di una prostituta nella casa in cui una volta abitavano mio padre e mia madre mi infastidiva. Cercai di non pensarci e andai in cucina per preparare qualcosa da mangiare. Il frigo era vuoto.                                            “Nella credenza c’è del tonno”, disse lei.                                                                        “E tu come lo sai?”                                                                                                                  “Sono già stata qui.”                                                                                                            Mi portai una mano alla bocca come per trattenere le parole. Andai verso la porta ma la donna mi sbarrò la strada. Fece scivolare lentamente la sua mano lungo il mio corpo. Sentii quelle unghie color smeraldo sfiorarmi la pelle. Fui scosso da un brivido. Provai a staccarmi, ma la donna mi strinse ancora più forte. La sua lingua iniziò a percorrermi il collo. Stava succedendo veramente.

4.

Solo molte ore dopo, mentre la donna si stava facendo la doccia, riuscii di nuovo a formulare dei pensieri. Restai sdraiato ad assaporarli uno ad uno. Prima di tutto mi sembrò di aver partecipato a qualcosa di cui tutti parlavano. Era molto diverso dall’idea che mi ero fatto in tutti quegli anni. In termini di piacere fisico, quello fu il punto più alto. Ero libero dalle tensioni e dai cerimoniali. Mi sentivo come un estraneo. Poi mi venne in mente mio fratello. Tradire Sara con una prostituta era una cosa da disprezzare,  ma ora che avevo provato anch’io quelle sensazioni, quasi ne capivo la debolezza. Fu proprio in quel momento che avvertii la vibrazione del cellulare. Era un messaggio di Enrico.

E’ nato. Pesa 3 chili.
Sara sta bene.
Scusa se non ti avevamo ancora detto il nome.
Sorpresa: si chiama come te.

Fuori era buio. Dalle persiane filtrava la luce del faro. Il fascio illuminava a intervalli regolari la parete di fronte al letto. Attaccata al muro c’era una vecchia foto in bianco e nero che ritraeva un uomo seduto in un bar intento a leggere. Da piccolo era affezionato a quell’immagine. L’aveva scattata mio padre durante un viaggio in Francia. Ricordavo di aver passato interi pomeriggi a fissarla. Quell’uomo lì, da solo, mi trasmetteva un senso di libertà. Ora, disteso sul letto, continuavo a guardarla mentre appariva e spariva.

 

* Questo racconto è stato scritto a gennaio 2013 ed è stato selezionato per la prima serata (che si è svolta il 18 febbraio 2014 al locale Le Mura di Roma) della sesta edizione del concorso letterario 8×8 di Oblique studio.