I saggi di Ordine e Bodei ci dicono che leggiamo per essere migliori e immaginare altre vite

di Alessandro Melia

Pochi giorni fa la rivista scientifica americana ‘Science’ ha pubblicato una ricerca secondo cui la fiction letteraria aumenta la nostre capacità emotive e ci aiuta a capire meglio le altre persone. Gli autori, David Comer Kidd ed Emanuele Castano, tramite cinque test specifici, hanno dimostrato che le persone che leggono romanzi o racconti riescono a comprendere meglio la mente altrui rispetto a chi legge saggi o non legge per niente. I due ricercatori sperano che questo dato aiuti a promuovere le materie umanistiche negli Stati Uniti, sempre più emarginate. E’ lo stesso terreno su cui si muove il saggio di Nuccio Ordine ‘L’utilità dell’inutile’ (Bompiani). In tanti anni di insegnamento come professore di Letteratura, Ordine ha raccolto aneddoti, citazioni e pensieri di grandi filosofi (Platone, Aristotele, Kant, Montaigne) e di scrittori (Borges, Calvino, Cervantes, Ionesco, Leopardi) per farci rendere conto che “esistono saperi fini a se stessi che, proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e della crescita dell’umanità. Considero utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori”. In un’epoca in cui ogni cosa la si fa per profitto, dove i governi tagliano sull’istruzione e i giovani abbandonano le facoltà umanistiche alla ricerca di qualunque cosa frutti un ritorno economico, Ordine ci ricorda che “la letteratura e i saperi umanistici, la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità possono svilupparsi”. Altrimenti il rischio è di finire come i pesci della storiella raccontata nel 2005 dallo scrittore David Foster Wallace ai suoi studenti: (“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?”). Secondo Nuccio Ordine “non ci rendiamo conto di cosa sia veramente l’acqua nella quale viviamo. Nell’universo dell’utilitarismo un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro: perché è facile capire l’efficacia dell’utensile mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la letteratura o l’arte”. 

A chi invece è consapevole dell’utilità dell’inutile e cerca, tramite la letteratura, di sfuggire alla ristrettezza della vita, per renderla più vivace, interessante, colorata, consiglio di leggere l’ultimo saggio di Remo Bodei ‘Immaginare altre vite’ (Feltrinelli). Tutto ruota intorno all’immaginazione “grazie alla quale – dice Bodei – ciascuno può vivere altre vite, alimentate non solo dal confronto con persone reali, ma anche da modelli veicolati da testi letterari”. Per Bodei “siamo Odisseo, Antigone, Madame Bovary, Anna Karenina, Hans Castorp. Le fiabe, i romanzi, le poesie ci stanano dalla chiusura in noi stessi, la lettura o il teatro spalancano nuovi mondi, inoculano idee, passioni, sensazioni che altrimenti ci sarebbero precluse”. Ma così facendo non c’è il rischio di smarrirci come Don Chisciotte, che attraverso la lettura di libri di cavalleria, diventa egli stesso cavaliere errante? No, ci spiega Bodei, perché “l’identità non è qualcosa contenuto in noi fin dalla nascita, come un nocciolo che cresce e si sviluppa, in parte in maniera spontanea, in parte, per effetto dell’educazione. E’ un cantiere aperto, il frutto di un paziente lavoro di taglio, tessitura e ritocco che si nutre di modelli che vengono non solo da singole persone, ma da diverse agenzie di socializzazione (Stato, Chiesa, scuola, esercito, partiti, associazioni) e che vengono rielaborati sotto la spinta di variabili ideali del’Io”. Rispetto al passato, con il diffondersi dei media – pensiamo ad esempio al peso di facebook e twitter – il catalogo delle vite parallele accessibili all’immaginazione coinvolge miliardi di persone. Come dei Don Chisciotte, quindi, cerchiamo la versione di noi stessi che ci sembra più appropriata. Così, se un giorno ci fermasse un giornalista e ci chiedesse chi avremmo voluto diventare, potremmo sempre rispondere come Francois Mauriac: “Me stesso, ma riuscito”.

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