La rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Ma voi non smettete di leggere

DSC_0802 bndi Alessandro Melia

Dopo quindici mesi e trenta uscite, la rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Esigenze di lavoro non mi consentono più di avere il tempo necessario per leggere attentamente i libri scelti, trovare i collegamenti con altri testi e far emergere, tramite la scrittura, i temi che mi interessano. Tempo, concentrazione e un impegno pari almeno a chi su quelle opere ha faticato, sono per me principi inderogabili per cercare di fare un buon lavoro.

Scrivere ‘Libri nella folla’ mi ha dato grandi soddisfazioni. Avere la possibilità di leggere e tradurre, in parole e pensieri, una passione, è qualcosa che ti arricchisce, oltre ad essere un privilegio. Poter parlare liberamente di temi come il piacere della lettura, il potere dell’immaginazione, l’importanza dei saperi umanistici, la riconfigurazione del dolore, o scrivere di vite di scrittori, di storie nascoste, di mappe e lettere riservate, ha un effetto benefico (almeno su di me). Ogni volta ho sentito nascere quel circuito fantastico di cui parlava Giulio Einaudi, originato dalla lettura di una frase, di una parola, che mi ha riportato ad altre immagini o ricordi. E ogni volta ho provato forte il desiderio di volerlo trasmettere a qualcun altro. Credo sia il senso ultimo di chi scrive, a prescindere che sia alle prese con un romanzo, un saggio, un servizio giornalistico o una rubrica. L’auspicio, semmai, è di aver raccontato, nel modo più onesto possibile, le sensazioni scaturite dalla lettura dei libri. Anche se parlare di onestà nella lettura, come sosteneva Manganelli, è una contraddizione in termini.

Per scrivere quest’ultimo pezzo, la prima cosa che ho fatto è stato rileggere tutti gli articoli, uno dietro l’altro. Ero partito con l’idea di ricordare quali erano stati i temi che mi avevano maggiormente coinvolto ed elencare una serie di opere e scrittori. Ad esempio, mi ha reso felice poter scrivere di Montaigne, Rousseau o Nietzsche, mi ha divertito raccontare Franzen e Zweig, è stato un piacere immergermi nei testi di Citati e Macchia, rileggere Pontiggia, ricordare la figura del flaneur, leggere biografie, epistolari, ma anche parlare dell’arte del racconto, viaggiare in Provenza sulle tracce di Van Gogh, lasciarmi cullare dalle poesie della Szymborska. Leggendo, però, mi sono reso conto che accanto a tutto questo, il vero filo conduttore ero io e che scrivere una rubrica assomiglia a scrivere un testo di non fiction.

La rubrica, per definizione, è uno spazio di commento e chi ci scrive ha discrezionalità di scelta su ciò che intende esprimere. Però, mi ha fatto notare uno scrittore che stimo, “se la rubrica ha un filo, se l’hai costruita come un unico ragionamento continuo che fai sui libri” allora definirlo un testo di non fiction non è errato. In effetti così è. Il primo articolo lo considero il manifesto della rubrica, con un David Foster Wallace annoiato di fronte alla mole di scrittori monotoni che cercano soltanto di catturare la realtà in maniera tecnicamente impeccabile. In un mercato editoriale che punta sulla quantità a discapito della qualità, iniziare con Foster Wallace mi era sembrato perfetto per evidenziare il mio intento: dare spazio a scrittori e opere di cui si è parlato di meno, allargare lo sguardo a tutti i generi letterari, cercare di riconoscere i nostri gusti, riscoprire la passione per la critica e la filosofia e, soprattutto, puntare alla bellezza (concetto su cui sono tornato più volte), l’unica cosa che ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana.

Ho quindi attraversato i Livelli di vita di Julian Barnes, mi sono perso nelle decine di storie di Florian Illies, nelle ossessioni amorose di Oskar Kokoschka per Alma Mahler, ho assistitito ai tentativi di rivolta contro l’esistenza di Albert Camus e Max Frisch, ai sogni inquieti di John Williams, sono rimasto ipnotizzato dai ghirigori di Nabokov, sono sceso nelle profondità dell’animo con Menendez Salmon e Murakami e ho superato, infine, sensi di colpa e narcisismi con Cristiano De Majo. Ogni articolo ha rappresentato una tappa della mia rubrica. Ma ogni tappa ha rappresentato un momento preciso della mia vita. Perchè ho scelto di occuparmi di quel libro o di quell’autore, proprio in quel momento, lo so soltanto io. Come so che se in questo mese avessi continuare a scrivere la rubrica, mi sarei dedicato a La morte del padre di Karl Ove Knausgard, aSpillover di David Quammen e, probabilmente, a Il liuto e le cicatrici di Danilo Kis. Perchè leggere è un atto passionale, influenzato dai nostri stati d’animo, ma il filo che unisce tutti gli articoli è unico.

Ringrazio, infine, chi mi ha dato la possibilità di scrivere ‘Libri nella folla’ e tutte le persone che hanno seguito in questi mesi la rubrica. In molti mi avete manifestato il vostro piacere nel leggerla e questa è senza dubbio la cosa che mi ha gratificato di più. Ciò che conta, però, è non smettere di acquistare e leggere libri. Così stanno le cose. Quindi, vi prego, non smettete.

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I saggi di Ordine e Bodei ci dicono che leggiamo per essere migliori e immaginare altre vite

di Alessandro Melia

Pochi giorni fa la rivista scientifica americana ‘Science’ ha pubblicato una ricerca secondo cui la fiction letteraria aumenta la nostre capacità emotive e ci aiuta a capire meglio le altre persone. Gli autori, David Comer Kidd ed Emanuele Castano, tramite cinque test specifici, hanno dimostrato che le persone che leggono romanzi o racconti riescono a comprendere meglio la mente altrui rispetto a chi legge saggi o non legge per niente. I due ricercatori sperano che questo dato aiuti a promuovere le materie umanistiche negli Stati Uniti, sempre più emarginate. E’ lo stesso terreno su cui si muove il saggio di Nuccio Ordine ‘L’utilità dell’inutile’ (Bompiani). In tanti anni di insegnamento come professore di Letteratura, Ordine ha raccolto aneddoti, citazioni e pensieri di grandi filosofi (Platone, Aristotele, Kant, Montaigne) e di scrittori (Borges, Calvino, Cervantes, Ionesco, Leopardi) per farci rendere conto che “esistono saperi fini a se stessi che, proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e della crescita dell’umanità. Considero utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori”. In un’epoca in cui ogni cosa la si fa per profitto, dove i governi tagliano sull’istruzione e i giovani abbandonano le facoltà umanistiche alla ricerca di qualunque cosa frutti un ritorno economico, Ordine ci ricorda che “la letteratura e i saperi umanistici, la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità possono svilupparsi”. Altrimenti il rischio è di finire come i pesci della storiella raccontata nel 2005 dallo scrittore David Foster Wallace ai suoi studenti: (“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?”). Secondo Nuccio Ordine “non ci rendiamo conto di cosa sia veramente l’acqua nella quale viviamo. Nell’universo dell’utilitarismo un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro: perché è facile capire l’efficacia dell’utensile mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la letteratura o l’arte”. 

A chi invece è consapevole dell’utilità dell’inutile e cerca, tramite la letteratura, di sfuggire alla ristrettezza della vita, per renderla più vivace, interessante, colorata, consiglio di leggere l’ultimo saggio di Remo Bodei ‘Immaginare altre vite’ (Feltrinelli). Tutto ruota intorno all’immaginazione “grazie alla quale – dice Bodei – ciascuno può vivere altre vite, alimentate non solo dal confronto con persone reali, ma anche da modelli veicolati da testi letterari”. Per Bodei “siamo Odisseo, Antigone, Madame Bovary, Anna Karenina, Hans Castorp. Le fiabe, i romanzi, le poesie ci stanano dalla chiusura in noi stessi, la lettura o il teatro spalancano nuovi mondi, inoculano idee, passioni, sensazioni che altrimenti ci sarebbero precluse”. Ma così facendo non c’è il rischio di smarrirci come Don Chisciotte, che attraverso la lettura di libri di cavalleria, diventa egli stesso cavaliere errante? No, ci spiega Bodei, perché “l’identità non è qualcosa contenuto in noi fin dalla nascita, come un nocciolo che cresce e si sviluppa, in parte in maniera spontanea, in parte, per effetto dell’educazione. E’ un cantiere aperto, il frutto di un paziente lavoro di taglio, tessitura e ritocco che si nutre di modelli che vengono non solo da singole persone, ma da diverse agenzie di socializzazione (Stato, Chiesa, scuola, esercito, partiti, associazioni) e che vengono rielaborati sotto la spinta di variabili ideali del’Io”. Rispetto al passato, con il diffondersi dei media – pensiamo ad esempio al peso di facebook e twitter – il catalogo delle vite parallele accessibili all’immaginazione coinvolge miliardi di persone. Come dei Don Chisciotte, quindi, cerchiamo la versione di noi stessi che ci sembra più appropriata. Così, se un giorno ci fermasse un giornalista e ci chiedesse chi avremmo voluto diventare, potremmo sempre rispondere come Francois Mauriac: “Me stesso, ma riuscito”.