I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, Dorfles ci fa ‘ri-scoprire’ i classici

di Alessandro Melia

“C’è un piacere più intenso per chi ama i libri antichi, che acquistarli? Sì. E’ sfogliarne un catalogo. Niente uguaglia la gioia di cercare i titoli bramati”. Giuseppe Pontiggia, ne ‘Le sabbie mobili’, sintetizza bene uno dei piaceri-vizi del lettore (forte). Spesso, infatti, colui che legge è anche una persona che prende appunti, cataloga, colleziona, disegna itinerari di lettura per cercare nuove strade di felicità. Non sorprende che gli articoli più cliccati e condivisi sui siti specializzati siano proprio classifiche di lettura, elenchi di scrittori, liste di titoli da non perdere. Se poi a compilare queste liste sono scrittori (come ad esempio Alessandro Baricco con ‘Una certa idea di mondo’), critici (Guido Davico Bonino con ‘Novecento italiano’, Filippo La Porta con ‘La nuova narrativa italiana’, per non parlare dei moltissimi testi di Roberto Calasso o Pietro Citati) e librai (Romano Montroni con ‘I libri ti cambiano la vita’) il riscontro positivo è quasi assicurato. In questi giorni è uscito il libro del giornalista Piero Dorfles, ‘I cento libri che rendono più ricca la nostra vita’ (Garzanti).

Si tratta di un elenco dei cento capolavori che meglio rappresentano il nostro immaginario letterario condiviso, opere ormai consacrate come dei classici. Rispetto a operazioni editoriali simili, questo volume ha alcuni meriti evidenti. Merito n. 1: non si tratta di una classifica, di un canone personale o di un catalogo definitivo. Merito n. 2: i libri sono raggruppati in dieci grandi temi letterari, così da poter scegliere l’itinerario che più ci appassiona. Si va da ‘L’utopia negata’con Orwell, Bradbury, Sciascia a ‘Vivere la storia’ con Bassani, Levi, Vittorini, Fenoglio. C’è‘L’avventura e la fuga’ di Stevenson, Conrad e Twain e ‘La frammentazione dell’io’ di Melville, Cechov, Pirandello, Svevo. Ci sono i ‘Percorsi sociali’ di Dostojevskij, Balzac, Hugo, Mann, i‘Romanzi-mondo’ di Proust, Musil, Garcia Marquez, ‘Le Radici oscure del desiderio’ di Goethe, Austen, Flaubert, Nabokov. Fino ad arrivare ai ‘Riti di passaggio’ di Stendhal, London, Calvino, Salinger e alla ‘Solitudine della vita contemporanea’ con Borges, Canetti, Beckett, Buzzati, Turgenev. Merito n. 3: per la prima volta in mezzo a decine di romanzi compare un racconto. Anzi, il racconto per eccellenza: ‘La Metamorfosi’ di Kafka, a cui è dedicato un apposito capitolo intitolato ‘Lo scarafaggio e il destino dell’uomo’. Che io ricordi è una delle rarissime volte (purtroppo) in cui la forma del racconto finisce all’interno di elenchi di questo tipo. Sarebbe cosa gradita se qualcuno pubblicasse un libro dedicato soltanto a liste di racconti, divise per generi. Merito n. 4: Dorfles ha volutamente omesso quasi tutti quei libri che si leggono a scuola (Promessi Sposi, Iliade, Malavoglia, Don Chisciotte) e che, dunque, fanno già parte di un patrimonio letterario da tutti riconosciuto. Merito n. 5: nella nota bibliografica finale sono riportati in ordine alfabetico autori, titoli e edizioni consultate. Merito n. 6: l’obiettivo dichiarato di questo libro, che è un inno d’amore alla lettura, è quello di creare un “sapere condiviso che permetta di vivere, se non in sintonia, almeno in compagnia degli altri. Non ne ho la certezza– scrive Dorfles- ma, in definitiva, spero almeno che quante più persone leggono e capiscono Kafka, tanto più difficile sarà che siano insensibili ai problemi degli altri. E al destino dell’uomo”.

novatiLeggere il libro di Dorfles mi ha ricordato quando molti anni fa acquistai in una libreria dell’usato ‘Il centoromanzi dell’Ottocento’ (Rizzoli) di Laura Novati, purtroppo da anni fuori catalogo. Un volume poderoso (630 pagine) che riassume in modo completo la trama, la biografia di ogni singolo autore e i dati più recenti delle acquisizioni della critica. Un libro originale, capace di dimostrare la presenza dei capolavori come modelli, come onde che si propagano nello spazio e nel tempo per arrivare fino ai giorni nostri. L’auspicio è che libri di questo tipo stimolino soprattutto la curiosità di coloro che leggono di meno. I classici non hanno tempo, possono essere letti a qualsiasi età. Siamo noi che, ogni volta che li riprendiamo in mano, siamo cambiati. D’altronde, ci ricorda sempre Pontiggia, “c’è qualcosa di più folle della bibliomania ovvero della follia di avere libri: ed è la follia di non averne. Nessun oggetto è perfetto come il libro, che è insieme effetto e causa di tante esperienze. Nessuno vuole negare ad altri mezzi il potere di offrire informazioni. Ma c’è una cosa che l’informazione non può sostituire: la formazione. E la formazione, cioè un processo senza fine di arricchimento e di piacere, passa per i libri. Perciò la domanda che vorrei fare è questa. Chi è il folle? Chi brama di possedere sempre più libri o chi ne tiene la casa vuota come la propria testa?”.

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