La rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Ma voi non smettete di leggere

DSC_0802 bndi Alessandro Melia

Dopo quindici mesi e trenta uscite, la rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Esigenze di lavoro non mi consentono più di avere il tempo necessario per leggere attentamente i libri scelti, trovare i collegamenti con altri testi e far emergere, tramite la scrittura, i temi che mi interessano. Tempo, concentrazione e un impegno pari almeno a chi su quelle opere ha faticato, sono per me principi inderogabili per cercare di fare un buon lavoro.

Scrivere ‘Libri nella folla’ mi ha dato grandi soddisfazioni. Avere la possibilità di leggere e tradurre, in parole e pensieri, una passione, è qualcosa che ti arricchisce, oltre ad essere un privilegio. Poter parlare liberamente di temi come il piacere della lettura, il potere dell’immaginazione, l’importanza dei saperi umanistici, la riconfigurazione del dolore, o scrivere di vite di scrittori, di storie nascoste, di mappe e lettere riservate, ha un effetto benefico (almeno su di me). Ogni volta ho sentito nascere quel circuito fantastico di cui parlava Giulio Einaudi, originato dalla lettura di una frase, di una parola, che mi ha riportato ad altre immagini o ricordi. E ogni volta ho provato forte il desiderio di volerlo trasmettere a qualcun altro. Credo sia il senso ultimo di chi scrive, a prescindere che sia alle prese con un romanzo, un saggio, un servizio giornalistico o una rubrica. L’auspicio, semmai, è di aver raccontato, nel modo più onesto possibile, le sensazioni scaturite dalla lettura dei libri. Anche se parlare di onestà nella lettura, come sosteneva Manganelli, è una contraddizione in termini.

Per scrivere quest’ultimo pezzo, la prima cosa che ho fatto è stato rileggere tutti gli articoli, uno dietro l’altro. Ero partito con l’idea di ricordare quali erano stati i temi che mi avevano maggiormente coinvolto ed elencare una serie di opere e scrittori. Ad esempio, mi ha reso felice poter scrivere di Montaigne, Rousseau o Nietzsche, mi ha divertito raccontare Franzen e Zweig, è stato un piacere immergermi nei testi di Citati e Macchia, rileggere Pontiggia, ricordare la figura del flaneur, leggere biografie, epistolari, ma anche parlare dell’arte del racconto, viaggiare in Provenza sulle tracce di Van Gogh, lasciarmi cullare dalle poesie della Szymborska. Leggendo, però, mi sono reso conto che accanto a tutto questo, il vero filo conduttore ero io e che scrivere una rubrica assomiglia a scrivere un testo di non fiction.

La rubrica, per definizione, è uno spazio di commento e chi ci scrive ha discrezionalità di scelta su ciò che intende esprimere. Però, mi ha fatto notare uno scrittore che stimo, “se la rubrica ha un filo, se l’hai costruita come un unico ragionamento continuo che fai sui libri” allora definirlo un testo di non fiction non è errato. In effetti così è. Il primo articolo lo considero il manifesto della rubrica, con un David Foster Wallace annoiato di fronte alla mole di scrittori monotoni che cercano soltanto di catturare la realtà in maniera tecnicamente impeccabile. In un mercato editoriale che punta sulla quantità a discapito della qualità, iniziare con Foster Wallace mi era sembrato perfetto per evidenziare il mio intento: dare spazio a scrittori e opere di cui si è parlato di meno, allargare lo sguardo a tutti i generi letterari, cercare di riconoscere i nostri gusti, riscoprire la passione per la critica e la filosofia e, soprattutto, puntare alla bellezza (concetto su cui sono tornato più volte), l’unica cosa che ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana.

Ho quindi attraversato i Livelli di vita di Julian Barnes, mi sono perso nelle decine di storie di Florian Illies, nelle ossessioni amorose di Oskar Kokoschka per Alma Mahler, ho assistitito ai tentativi di rivolta contro l’esistenza di Albert Camus e Max Frisch, ai sogni inquieti di John Williams, sono rimasto ipnotizzato dai ghirigori di Nabokov, sono sceso nelle profondità dell’animo con Menendez Salmon e Murakami e ho superato, infine, sensi di colpa e narcisismi con Cristiano De Majo. Ogni articolo ha rappresentato una tappa della mia rubrica. Ma ogni tappa ha rappresentato un momento preciso della mia vita. Perchè ho scelto di occuparmi di quel libro o di quell’autore, proprio in quel momento, lo so soltanto io. Come so che se in questo mese avessi continuare a scrivere la rubrica, mi sarei dedicato a La morte del padre di Karl Ove Knausgard, aSpillover di David Quammen e, probabilmente, a Il liuto e le cicatrici di Danilo Kis. Perchè leggere è un atto passionale, influenzato dai nostri stati d’animo, ma il filo che unisce tutti gli articoli è unico.

Ringrazio, infine, chi mi ha dato la possibilità di scrivere ‘Libri nella folla’ e tutte le persone che hanno seguito in questi mesi la rubrica. In molti mi avete manifestato il vostro piacere nel leggerla e questa è senza dubbio la cosa che mi ha gratificato di più. Ciò che conta, però, è non smettere di acquistare e leggere libri. Così stanno le cose. Quindi, vi prego, non smettete.

La non fiction è ricerca della bellezza, come dimostra ‘Guarigione’ di Cristiano De Majo

di Alessandro Melia

coppiaballa1In un articolo uscito non molto tempo fa, Pietro Citati si chiedeva dove i biografi del futuro, in mancanza di epistolari, troveranno il materiale per scrivere le loro Vite. Un tempo gli scrittori affidavano pensieri, riflessioni e umori alle lettere, dichiarando i loro sentimenti e gli stati d’animo. Erano corrispondenze straordinarie quelle di Leopardi, Pirandello, Kafka, Woolf, Cvetaeva, Rilke. Lettere appassionate, strazianti, deliranti, gioiose, angoscianti. Accanto agli epistolari, poi, i biografi potevano contare su saggi (Montaigne), pensieri (Pascal), diari (Kierkegaard), ricordi (Stendhal), taccuini (James, Camus) o riflessioni esistenziali come Le fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau. Una montagna di informazioni che in mano a scrittori e critici di ogni tempo, da Plutarco a Saint Beuve, da Zweig a Troyat, da Macchia allo stesso Citati, sono diventate opere di riconosciuto valore mondiale. Ma se oggi qualcuno volesse raccogliere informazioni su un determinato scrittore o personaggio letterario per scrivere una biografia, a quali fonti potrebbe attingere? Probabilmente a interviste, recensioni, reportage, forse anche dialoghi sui social network. Nulla di così intimo come lettere o diari, però, e quindi non sufficienti per poter scendere nelle profondità dell’animo umano, condizione necessaria se si vuole raccontare la vita di qualcuno.

Per fortuna, nonostante l’invasione del romanzo e dei suoi derivati, fiction e autofiction per così dire, esistono ancora scrittori che trovano la vita, così com’è, più interessante. I loro scritti non seguono canoni prestabiliti, ma vanno a caccia di itinerari inesplorati, cercano i giusti sbocchi per raccontare quella storia. La loro storia. E’ la non fiction narrativa. Un insieme di biografie, memorie, reportage, saggi personali. “E’ la possibilità del realismo che si dispiega davanti ai tuoi occhi. Mi succede una cosa e quindi ho tutte le carte in regola sul piano emotivo per riuscire a descriverla. E la descrivo per comunicarla ad altre persone” per dirla con le parole di Cristiano De Majo, autore di ‘Guarigione’ (Ponte alle Grazie). Il libro è un diario di non fiction scritto in modo esemplare, con spietata sincerità. Ogni pagina è un concentrato di esperienze e sensazioni capaci di lasciarci disarmati di fronte all’esplosione della vita in tutte le sue forme. Contiene: l’esperienza della nascita di due gemelli e la paura che uno dei due sia affetto per sempre da una malattia che rende la pelle fragile al punto che subisce lesioni, ferite o formazioni di bolle in seguito a traumi anche lievissimi; la responsabilità di provvedere al loro mantenimento e la stanchezza che ne deriva; il tumore giovanile di Cristiano; una storia d’amore (dagli esordi alla formazione di una famiglia) con le gioie, i litigi, le ansie, le contraddizioni, le paure, le forme del sesso (tutto è allo scoperto, davanti ai nostri occhi); il suicidio di un amico; il lavoro in un campo di profughi africani; i viaggi e le guide turistiche; la California; Roma, Napoli, Milano; suggerimenti per recensire un libro; suggerimenti per scrivere un libro; appunti, aneddoti, divagazioni mentali; riferimenti letterari, in particolar modo a quei testi che sono un punto di riferimento stilistico ed esistenziale per l’autore: Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, Malattia come metafora di Susan Sontag, Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest.

Il titolo del libro, Guarigione, fa riferimento non soltanto alla guarigione fisica di De Majo dal tumore giovanile e di quella di suo figlio dall’epidermolisi bollosa, ma anche al superamento di sensi di colpa, narcisisimi e comportamenti che temiamo influenzino per sempre la nostra vita e di chi ci sta vicino. Una guarigione dell’anima che conduce alla maturità, la quale, ci dice De Majo, non è altro che “la possibilità di far convivere sullo stesso piano nostalgia per il passato, consapevolezza del presente e speranza nel futuro”.

Quando abbiamo finito di leggere il libro siamo invasi da un senso di leggerezza e abbiamo la sensazione che le nostre ansie personali, anche per un solo istante, si siano placate. Come mai? Perchè De Majo, tramite la scrittura, fa l’unica cosa di cui ha bisogno l’essere umano: ricercare la bellezza. E la bellezza si cela dietro i nostri tentativi di vivere la vita come meglio possiamo. ‘Guarigione’ non dà risposte, ma ci consegna qualcosa di più prezioso. E’ questo il ‘miracolo’ della non fiction. Così potremmo dire che gli scrittori che hanno deciso di raccontare l’esperienza umana sono i biografi del futuro. Penso a Sebald, Carrère, Foster Wallace, Didion, Cole, Hemon. E’ anche alle loro pagine che dovremo rivolgerci se tra venti, trenta o cinquant’anni, avremo bisogno di ricordare come vivevamo.

A pesca di racconti con Cognetti, in un’Italia invasa di romanzi

cognettidi Alessandro Melia

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare”. Inizia così, come un racconto, ‘A pesca nelle pozze più profonde’ (Minimum Fax), il nuovo libro di Paolo Cognetti.Autore di documentari e inchieste sulla narrativa americana, di diari, guide e raccolte, Cognetti è uno scrittore quasi unico nel panorama letterario italiano perchè da sempre fedele al suo primo amore: il racconto. Anche ‘Sofia si veste sempre di nero‘, opera finalista al premio Strega 2013, non è altro che un romanzo composto da dieci racconti autonomi, legati da un filo conduttore che è la vita della protagonista. Con ‘A pesca nelle pozze più profonde‘, invece, Cognetti fa due cose, di cui una necessaria: colma un vuoto (riunendo in un unico testo gli insegnamenti e i segreti dei più grandi scrittori americani – tra i quali Nathaniel Hawthorne, Alice Munro, J.D. Salinger, Raymond Carver, Grace Paley, Ernest Hemingway, Andre Dubus, John Cheever, Flannery O’Connor) ma soprattutto invoglia il lettore, sia il profano che l’appassionato, a leggere racconti. Più andiamo avanti e più proviamo l’impulso di rileggere i capolavori del genere. D’altronde è difficile restare insensibili di fronte a incipit di questo tipo: “In autunno c’era ancora la guerra, però noi non ci andavamo più”, oppure “Di mattina lei mi versa il whisky sulla pancia e se lo lecca tutto, di pomeriggio cerca di buttarsi dalla finestra”, o ancora “Mio marito mi regalò una scopa per Natale. Non era giusto. Nessuno può convincermi che fosse un pensiero gentile”.

Annunciando l’uscita del libro in un post pubblicato sul suo blog, Paolo Cognetti ha scritto: “Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa; piuttosto è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti”. Già, le librerie sono piene di romanzi corposi, ridondanti, ombelicali. Libri dal formato extralarge, che pesano solo a guardarli. “Quando prendo in mano un libro così – diceva Carver – mi sento davvero venir meno il coraggio”. Invece leggere un buon racconto, anche di dieci, sette o tre pagine, è di gran lunga più soddisfacente. Perchè, ci ricorda Cognetti, “sono storie in cui si viene catapultati dentro nel giro di una riga o due. C’è una speciale attenzione verso i gesti, i volti, gli oggetti, il paesaggio, tutto ciò che può essere catturato con gli occhi. Il racconto comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo di storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro”. E’ something glimpsed, qualcosa d’intravisto, per dirla alla Carver.

In Italia di racconti non se ne parla quasi più. Una volta eravamo il Paese di Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Goffredo Parise, Luigi Pirandello, Mario Soldati. Oggi di quel bagaglio di esperienze e sensazioni non c’è rimasto (quasi) più niente. Le case editrici respingono i racconti, a meno che non si tratti di raccolte di scrittori già affermati, come nel caso di Niccolò Ammaniti. Del resto, come ha fatto notare nei giorni scorsi Bruno Arpaia, sono pochissimi gli scrittori che riescono a vivere di letteratura. E quelli che ci riescono, potrei aggiungere, non scrivono racconti. Va un po’ meglio con gli stranieri, ma siamo sempre nell’ambito della nicchia. Glispecializzati italiani, quindi, sono una specie in via di estinzione. Oltre a Cognetti, ci sono Giorgio Falco, Gianni Celati, Michele Mari, Rossella Milone e Luca Ricci. Quest’ultimo è l’autore di una delle raccolte di racconti più originali uscite in Italia, eppure il suo ‘L’amore e altre forme d’odio’ non si trova più come libro di carta. Non sarebbe male se Einaudi lo riproponesse in formato tascabile. Ventuno racconti che mettono a fuoco il momento esatto in cui qualcosa si inceppa nella vita di una coppia o di una famiglia, e dietro l’apparente tranquillità si cela un’aggressività pronta a esplodere. Un senso costante di attesa pervade il libro di Ricci e si impossessa di noi che lo leggiamo. A cominciare dall’incipit del primo racconto: “Si avvicinava il giorno dei morti, e un fantasma gonfiabile attirò la mia attenzione da una vetrina. Presi anche un quaderno”.

La lanterna magica di Molotov è un libro-scrigno. Mappe e storie: quanti tesori

di Alessandro Melia

lanternamolotovCi sono libri che agiscono come uno scrigno o un forziere antico. Noi ci avviciniamo a loro convinti di sapere cosa contengono. Invece, non appena ne apriamo uno e iniziamo a leggerlo, perdiamo l’orientamento e veniamo invasi da una leggera euforia, perché sentiamo di aver scovato qualcosa di prezioso tale è la ricchezza e la quantità di materiale presente. Subito una curiosità irrefrenabile ci spinge a scendere in profondità. Gli occhi si muovono veloci, le mani perlustrano ogni angolo, vogliamo aprire tutti i cassetti e non perderci nulla. La brama di sapere si è impossessata di noi. Ma cos’è che ci ha colpito tanto? Perchè non riusciamo più ad allontanarci da quel libro, a cui sembriamo legati da una calamita? Di solito, sono due i motivi. Il primo riguarda l’uso delle parole e la forza della storia che ci viene consegnata. Se leggiamo Nabokov, o Bernhard, o Bolano, o Perec, cadiamo irretiti, e lasciamo che la loro prosa ci risucchi in una vertigine dolcissima. Il secondo motivo, invece, ha a che fare con la mole di informazioni, curiosità e aneddoti di cui entriamo in possesso. Si tratta di testi che ci permettono di visitare luoghi a noi inaccessibili o hanno la capacità, tramite centinaia di piccole storie, di ricostruire un’epoca, un periodo storico o un personaggio. Penso a Il mondo di ieri di Stefan Zweig, a I passages di Parigi di Walter Benjamin, ai saggi di Winfried Sebald, o, per citare un’opera più attuale e rielaborata, aLimonov di Emmanuel Carrère.

Questo tipo di libri sono sempre più rari e, dunque, più preziosi. Vivono di lettori forti ed è un peccato, perchè sono i libri maggiormente in grado di appassionare. Per nostra fortuna, nonostante siano opere difficili da promuovere e catalogare, ci sono ancora case editrici disposte a pubblicarle, come Adelphi, che ha da poco mandato in libreria ‘La lanterna magica di Molotov’ diRachel Polonsky. Il libro, apparso per la prima volta nel 2010 con il sottotitolo esplicativoScoprendo la storia segreta della Russia, è un viaggio a tappe (da Mosca al Volga alla Siberia) attraverso il tempo e lo spazio. Polonsky ci prende per mano e ci conduce nella vita pre e post-sovietica, mettendo in evidenza le trasformazioni urbanistiche e sociali. Le immagini sfocate della lanterna magica trovata a casa di Molotov, il compagno più fidato di Stalin, sono la scintilla nell’immaginazione della Polonksky, che decide di riportare alla luce luoghi, personaggi, momenti storici dell’Urss, utilizzando un tono a metà tra il diario e il reportage. Come un forziere antico pieno di preziosi da conquistare, così il libro contiene centinaia di piccole storie di valore che attendono di essere svelate. Pensiamo a Nikolaj Fedorov, custode della biblioteca Lenin, conosciuto come il ‘Socrate russo’. Si diceva che conoscesse il contenuto di tutti i libri raccolti. Tolstoj e Dostojevskij lo consideravano un filosofo di genio. “Un aneddoto sull’ampiezza encicolopedica del suo sapere narra che un gruppo di ingegneri impegnati nella costruzione della Transiberiana si recò in visita a Mosca, per mostrargli le carte del tracciato attraverso la steppa. Fedorov, che in vita sua non aveva mai messo piede in Siberia, fu in grado di correggere i calcoli relativi all’altitudine di alcune colline. Federov riteneva – pressoché letteralmente – che i libri fossero essere animati, poiché esprimono il pensiero e l’anima dei loro autori”.

herzenPolonsky poi ha il merito di recuperare la figura di Alexander Herzen (“il più sorprendente e affascinante tra gli scrittori politici russi dell’Ottocento” lo definì Isaiah Berlin, uno dei massimi teorici del pensiero liberale), arrestato ed esiliato dal regime zarista con l’accusa di essere un libero pensatore molto pericoloso. Amato dai giovani per il carisma, l’umorismo e la fervente immaginazione, Herzen nei suoi scritti denunciò la dottrina predicata all’epoca che pretendeva che ogni individuo offrisse se stesso sull’altare di qualche grande causa morale o politica. Nell’autobiografia Il passato e i pensieri (considerata in patria un’opera importante quanto Guerra e Pace) ma soprattutto nel saggio Dall’altra sponda, Herzen afferma che l’uomo è libero e ognuno si crea la propria morale, che l’individuo è responsabile delle sue scelte e non può invocare l’alibi della storia se non compie neppure il tentativo di realizzare ciò che ritiene giusto o vero. Rileggere oggi Herzen è come respirare a pieni polmoni.

Ma La lanterna magica di Molotov è anche un viaggio dentro la letteratura russa. Davanti ai nostri occhi scorrono le vicende della migliore generazione di poeti che il mondo abbia mai visto: Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’stam, Isaak Babel, Iosif Brodskij, Aleksandr Puskin, Boris Pasternak. Ogni pagina è un cassetto che si apre. Si sfoglia un verso, una lettera, il passaggio di un diario, una frase, un pensiero. Ci sono spostamenti su vie impervie e ghiacciate, amori tenuti nascosti, figli scomparsi. Il testo è così ricco di situazioni e vicende umane che la fine del libro non coincide con la fine della nostra voglia di sapere. D’altronde, come sosteneva il fisico e bibliofilo Sergej Vavilov (fratello del grande biologo Nikolaj), “il libro è la cosa più alta che esista al mondo, perché è quasi una persona e certe volte anche qualcosa di più, come nel caso di Puskin o Gauss”.

Se mancano romanzi ‘utili’, guardiamo alla critica. Il piacere di leggere aumenterà

di Alessandro Melia

giuseppe-pontiggiaI grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori”. Questa fulminante citazione diGiuseppe Pontiggia, uomo di profonda ironia, mi è tornata in mente in questi giorni leggendo alcuni articoli sulle pagine culturali dei quotidiani. Pontiggia la inserì tra i quasi duecento testi che compongono Prima persona, un libro originale, a metà tra racconto e saggio, uscito nel 2002, un anno prima della sua morte. Con quell’aforisma Pontiggia era riuscito a descrivere, in un colpo solo, lo stato della letteratura in Italia e la difficoltà, implicita, dei lettori a trovare qualcosa di interessante, o per meglio dire, di utile. “Io mi aspetto qualcosa di utile da un autore: non una prova della sua bravura, ma un frutto di cui possa appropriarmi, facendolo mio“. Sono passati dodici anni da quella battuta, ma il panorama letterario it aliano sembra essere rimasto lo stesso, se non e’ peggiorato (*vedi nota). A questo punto è lecito chiederci: quanti scrittori oggi riescono a consegnarci qualcosa di utile? Ci sono romanzi utili? Qualcuno c’è, ma sono sempre di meno.

Dagli articoli che ho letto in questi giorni, invece, emerge un terzo aspetto: la mancanza di ricezione del lettore, per scarso interesse o per difficoltà di apprendimento. Secondo Aldo Busi, ad esempio, “il romanzo in quanto opera di letteratura, non intenzionalmente ai fini commerciali, è morto nella sua creazione perchè ne è morta la ricezione. Chi lo scrivesse non può ignorare che qualsiasi simile opera non dura più di un tweet e sarà infinitamente meno letto di un hashtag“. Il critico e scrittore Emanuele Trevi, interpretando un ammonimento di Pietro Citati (“Leggere un testo è un’arte che abbiamo dimenticato“), ha sottolineato come “oggi non esistono più poeti come Paul Valery o Ezra Pound perchè quel tipo di scrittura oggi sarebbe fatica sprecata. Nessuno o quasi sarebbe capace di afferrare il valore dell’implicito, della citazione nascosta o rivelatrice. E per un elementare principio di economia, ben presto  si smette di fare ciò che il nostro prossimo ne’ capisce ne’ apprezza“. Di fronte a questa situazione appare difficile immaginare un avvenire. Forse, citando sempre Pontiggia, “in futuro ci sarà soltanto una nicchia di autori e ospiterà i lettori superstiti. Ma saranno i migliori“.

C’è qualcosa, però, che ogni tipo di lettore (l’ottimista, il rassegnato, l’infastidito) può fare da subito, ed è quella di prestare più attenzione allo scaffale di critica letteraria. E’ sorprendente scoprire quanta letteratura di qualità si nasconda lì dentro. Vite, dialoghi, lettere, confessioni, diari, mappe, itinerari, ritratti, cataloghi: un’infinita possibilità di arricchimento, scoperta, piacere letterario. Vale la pena ricordare cosa diceva Giorgio Manganelli, che oltre ad essere stato un grande scrittore, fu un attento osservatore dell’arte di scrivere e leggere. “E’ mia personale convinzione che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura: è una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro, di una lettera, di una poesia. Non ci si dovrà stupire se un recensore si rivelerà un grande scrittore“. La possibilità di leggere un buon libro, dunque, non si ferma davanti allo scaffale  delle novità. Se i romanzi esposti non ci soddisfano, o addirittura ci disgustano, potremo sempre abitare con Kafka, passeggiare in compagnia di Walser, immergerci nelle lettere appassionate tra Rilke e Lou Salome’, seguire vite tumultuose o il pensiero rivoluzionario di storici e filosofi, scoprire i primi passi degli scrittori, le loro lezioni, analizzare canoni, sonetti, interpretare testi. Così facendo il piacere di leggere inizierà a dilatarsi, la realtà si animerà d’improvviso e saremo avvolti da una gioiosa euforia. Non sentiremo più la mancanza di trame o intrecci, perchè quel vibrare continuo dei sentimenti e delle cose ci avrà condotto in un luogo più interessante. Tutti i testi e gli autori archiviati sotto la parola ‘critica’, non sono altro che letteratura.

Adelphi ha recentemente ripubblicato ‘Il rumore sottile della prosa’ di Manganelli, un concentrato di sapienza, sospiri, giochi e umorismo, dove la verità si manifesta in ogni pagina. Manganelli non amava i libri con una ‘storia’, gli interessavano i temi piuttosto che le trame. Romanzi come quelli di Henry James, Thomas Bernhard, Dostoevskij o Tolstoj hanno esigue storie ma sono intensamente scritti. “Posso dimenticare i nomi dei protagonisti –diceva Manganelli – ma mi restera’ in mente il rumore sottile della prosa“. Ecco un criterio valido per scegliere un libro. Puntare all’essenza, non ai semplici fatti. Se le case editrici usassero questo metro di paragone, avremmo molti meno libri, ma non si perderebbero lettori.

(*) Marsilio ha pubblicato da poco un libro-intervista a Fabio Franceschi, proprietario di Grafica Veneta, la più importante azienda produttrice di libri in Italia. Parlando della situazione editoriale, Franceschi dice: “Ogni giorno in Italia escono 170 nuovi libri, il 35-40 per cento dei quali non venderà neppure una copia, segno che persino i parenti più stretti sono disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire. Nello stesso giorno, 109 libri vengono ritirati dal commercio dopo una permanenza media sugli scaffali di un paio di mesi, e nessuno ne parlerà più o se li ricorderà”.

Recalcati accende il desiderio di sapere, ma il modello resta l’Emilio di Rousseau

di Alessandro Melia

L’essenziale dell’insegnamento consiste nel mobilitare il desiderio di sapere, nel rendere corpo erotico l’oggetto teorico, si tratti di una poesia di Pascoli o della successione di Fibonacci. Ecco il miracolo della lezione. Trasportare il desiderio“. Leggendo queste parole di Massimo Recalcati contenute nel suo ultimo libro‘L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento’ (Einaudi), un saggio profondamente intelligente che andrebbe diffuso nelle scuole italiane, in cui ci viene svelato come un bravo insegnante sia colui che sa rendere il sapere degno di interesse per i suoi allievi (“a renderlo un oggetto capace di causare il desiderio“), ho pensato a quell’anima inquieta di Jean-Jacques Rousseau, autore dell’Emilio, il più importante romanzo pedagogico che sia mai stato scritto. Perfino Kant, che detestava il Romanticismo e mal tollerava ogni tipo di bizzarria e stravaganza, influenzato dalla lettura dell’Emilio (racconta Isaiah Berlin, uno dei maggiori storici della cultura novecentesca) si convinse che ogni uomo – e non solo una minoranza di illuminati – era capace di rispondere alla domanda: “Come debbo comportarmi?”. Kant lo ammirava a tal punto che l’unica immagine sopra la sua scrivania era proprio un ritratto di Rousseau.

rousseauTutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo”: questa la celebre frase con cui si apre l’Emilio, in cui il filosofo ginevrino riversa la sua dottrina descrivendo le tappe della formazione intellettuale e morale di un fanciullo che deve vivere nella società, ma vuole sfuggire alla sua influenza corruttrice. Rousseau, spirito critico, colto e sensibile, cantore della natura consolatrice contro i mali della società, lettore appassionato di Plutarco e Montaigne, primo uomo a mettere in atto una protesta romantica in pieno Illuminismo, scrisse l’Emilio tra il 1759 e il 1762, periodo in cui soggiornò nel piccolo castello di Montmorency, a pochi chilometri da Parigi, ospite del maresciallo di Luxembourg. Lì, in quella dimora incantevole dal mobilio bianco e azzurro, tra boschi, acque e profumi di fiori d’arancio, in una profonda e deliziosa solitudine, compose l’Emilio con slancio febbrile. Adibì il torrione del castello a suo gabinetto di lavoro, disponendo sul tavolo le bozze e i fogli, e diede vita al suo fanciullo, fornito di un’intelligenza normale, di buona salute, nobile e ricco. Poiché per Rousseau la verità non risiede nel pensiero, ma nelle sensazioni che l’uomo prova immerso nella natura, lo scopo dell’educazione sarà quello di evitare qualsiasi costrizione, lasciando libero Emilio di imparare attraverso le sue stesse esperienze. Il maestro non dovrà fare altro che facilitarne l’accesso predisponendo un contesto adeguato, ma soprattutto il suo compito sarà quello di suscitare nel fanciullo il desiderio di apprendere e agire. “Tutti si affaticano a ricercare i metodi migliori per insegnare a leggere, dimenticando il mezzo più sicuro di tutti: il desiderio di apprendere. Suscitate nel fanciullo questo desiderio e poi fate pure a meno di tavole e dadi: ogni metodo sarà buono per lui”. E’ il desiderio la chiave di tutto. Lo stesso desiderio di cui parla Recalcati.

Secondo lo psicanalista lacaniano il desiderio è una forza capace di aprire mondi e un bravo insegnante, durante l’ora di lezione, ha la possibilità di farlo, non trasmettendo contenuti, ma facendo nascere nello studente delle passioni, trasformando quindi il sapere in qualcosa di erotico. Ogni insegnante dispone di un’arma potente: la parola. “Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia. Le parole non sono solo il veicolo dell’informazione, ma sono corpo, carne, vita, desiderio. Cos’è allora un’ora di lezione? E’ un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento, anche quando i suoi oggetti sono formule chimiche o equazioni. Un’ora di lezione può cambiare una vita, imprimere al destino un’altra direzione”.

Il teorema di Recalcati, dunque, richiama l’insegnamento di Rousseau: il maestro muove il desiderio del viaggio. Proprio come fanno certi libri. Recalcati ne cita due: La strada di Cormac McCarthy e Stoner di John Williams. Il padre sopravvissuto del libro di McCarthy è l’esempio di colui che sa portare il fuoco, come dovrebbe fare ogni bravo insegnante: non istruire lo studente secondo schemi o mappature cognitive, ma “dare la parola, coltivare la possibilità di stare insieme, valorizzare le differenze animando la curiosità di ciascuno”. Ancora una volta viene in mente Rousseau. Nel Libro quarto dell’Emilio ammonisce: “Non ricorrete mai coi giovani ad aridi ragionamenti. Rivestite di un corpo la ragione, se volete renderla loro sensibile”. La parola che diventa un corpo. Il libro che diventa un corpo. In questa sublimazione, ci dice Recalcati “i libri danzano, diventano corpi in movimento, corpi erotici. Qualcosa si muove e ci trasporta. Ecco perchè la lettura può diventare a sua volta una pratica capace di soddisfare la pulsione”.

A spasso per Arles con Van Gogh. Ma il vero viaggio è leggere Dyer

di Alessandro Melia

vincentVincent Van Gogh arrivò ad Arles un giorno di febbraio del 1888. Nella piccola cittadina francese affacciata sul Rodano, che delimita i confini tra Provenza e Camargue, Van Gogh si lasciò attrarre come un magnete dallo splendore degli elementi naturali: la luce, il vento, i campi di grano. Lì, dove la natura ha i colori dell’oro, del bronzo e del rame, Van Gogh ci vedeva il mare. “Quei campi sconfinati fino all’orizzonte somigliano al mare. Questo paesaggio è come un mare senza niente”. Cominciò allora un periodo di lavoro intenso e appassionato alla luce del mezzogiorno. Il soggiorno ad Arles è, nella vita del pittore, l’epoca più produttiva in tele e disegni: oltre 300 opere in quindici mesi. Ma Van Gogh fu prolifico anche nella scrittura. Per diciotto anni scrisse ininterrottamente al fratello Theo, il solo a cui confidò i pensieri più privati, i momenti di estasi pittorica e quelli, tragici, in cui la sua mente si affollava di paure innominabili. Queste lettere sono la testimonianza dell’esigenza che aveva Van Gogh di parlare della vita. Mai ci fu artista capace di intrecciare in modo così indissolubile pittura, scrittura e vita.

A ricordarcelo è la disegnatrice olandese Barbara Stok, che su richiesta del Van Gogh Museum di Amsterdam, ha realizzato una biografia a fumetti – ‘Vincent‘ (Bao Publishing) – incentrata sul periodo in cui l’artista visse ad Arles. Ho letto questa graphic novel di ritorno da un viaggio in Provenza, dove ho visitato i luoghi di Van Gogh: Arles e Saint-Remy de Provence, sede dell’antico monastero di Saint Paul de Mausole, diventato ospedale psichiatrico, in cui l’artista si fece ricoverare per un anno dopo essersi tagliato un pezzo d’orecchio. Ad Arles, invece, Van Gogh prese in affitto l’ala destra di una casetta in Place Lamartine 2 (nota come ‘La casa gialla’), trasformandola in una maison d’artiste. Aveva un sogno: lavorare con altri pittori e creare una casa di artisti per sé e i suoi amici, con il sostegno economico di Theo. Un desiderio andato in frantumi a causa dei disturbi mentali (ospitò per un certo tempo Paul Gauguin “con il quale si trovò in uno stato di inferiorità di fronte alla sua fredda logica”, raccontò Johanna Bonger, moglie di Theo). Passeggiando per le vie di Arles ci si imbatte nei pannelli che rappresentano alcuni dei suoi quadri più celebri: ‘La casa gialla‘, ‘Notte stellata‘, ‘I giardini della casa di cura‘ (nelle foto qui sotto). Fa una certa impressione sedersi al Cafè la Nuit, che Van Gogh dipinse in ‘Esterno di caffè di notte‘, o visitare il vecchio ospedale di Arles, dove spicca la rigogliosa bellezza dei giardini. Ma sono le lettere tra Vincent e Theo, profonde e piene d’amore, la ‘mappa’ per arrivare a comprendere la vita di Van Gogh. E’ da quelle parole che Barbara Stok ha ricostruito gli ultimi anni di vita dell’artista, che non furono soltanto disperati. Intorno a lui la potenza dei colori, il senso di pace che gli procurava la natura sconfinata, l’ardente desiderio di racchiudere la vita in un quadro, il sostegno e l’affetto incondizionato di Theo, che morirà appena sei mesi dopo Vincent. Il loro fu un rapporto simbiotico, che il russo Ossip Zadkine ha rappresentato con una scultura che raffigura due uomini seduti, uno con il braccio intorno alle spalle dell’altro, e le teste che si sfiorano. Geoff Dyer, nel saggio ‘Blues per Vincent’ del 1989, inserito nella raccolta ‘Il sesso nelle camere d’albergo’ (Einaudi) uscita in questi giorni, scrive: “Non si capisce subito quale delle figure di Zadkine sia Vincent e quale Theo. Come tutti coloro che alleviano la sofferenza degli altri, Theo – in un processo che è l’esatto contrario della trasfusione sanguigna – ha assunto su di sé parte della sofferenza di Vincent. Ben presto, però, diventa chiaro che nonostante il cielo prema schiacciante su tutt’e due le figure, una, Vincent, sente la gravità come una forza così terribile da trascinare gli uomini sottoterra. Da lì in poi sei in preda del pathos e della bellezza. Una figura dice: ‘Non mi riprenderò mai’, l’altra: ‘Ti tengo stretto finchè non ti riprendi‘”.

Leggere Dyer significa lasciare che la nostra mente segua percorsi diversi, sia fluida, libera di essere contaminata da storie, aneddoti, racconti sui temi più diversi: fotografia, cinema, letteratura, musica, quadri, esperienze personali. “Sono stati l’argomento e l’umore a dettare sempre la forma e lo stile di questi pezzi. Se succede qualcosa che mi commuove nel profondo, io per istinto la esprimo e l’analizzo in un saggio” dice Dyer nell’introduzione. Così è possibile che uno stesso articolo cominci parlando di scultura, continui con la filosofia e la fotografia, e finisca con la poesia. Esplorando i saggi di Dyer incontriamo personaggi del calibro di Richard Avedon, Auguste Rodin, Friedrich Nietzsche, Susan Sontag, John Cheever, Winfried Sebald, Albert Camus. In queste passeggiate Dyer ci prende per mano e ci conduce nel suo mondo, ricordandoci che una cosa che ci interessa può portarci a scoprirne un’altra altrettanto interessante e che, magari, il punto da cui eravamo partiti non ci interessa più. L’importante nella vita è restare sempre curiosi.

Al mare, in città o sui monti: 10 percorsi di lettura per l’estate

di Alessandro Melia

Un-mare-di-libriDieci percorsi letterari per l’estate. A ognuno il suo. Dai migliori romanzi usciti nei primi sei mesi del 2014 a quelli da scoprire sotto l’ombrellone, dai libri dedicati al centenario della Grande Guerra ai saggi sul modo di viaggiare ed esplorare il mondo. Ma anche diari ed epistolari, raccolte di racconti e poesie, approfondimenti filosofici, passeggiate stile ‘flaneur’ e critica letteraria. Dieci tragitti diversi per trascorrere le vacanze in compagnia dell’oggetto che più amiamo: il libro. D’altronde è da lì che comincia ogni nostro viaggio. Come scrisse Pietro Citati: “Penso che il vero viaggiatore sia il sedentario. L’uomo nascosto in una stanza con un libro in mano: egli sostiene che tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le voluttà vaste, cangianti e sconosciute, sono racchiuse nei libri. In quel riflesso di carta, scorge città e paesaggi mai immaginati, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti che nessun altro, prima di lui, aveva scorto. Gli sembra di acquistare una penetrazione meravigliosa”.

I ROMANZI MIGLIORI (percorso narrativa / 1)

cardellinoIl romanzo imperdibile di quest’anno èIl Cardellino’ di Donna Tartt (Rizzoli). Un’opera magnifica sotto tutti i punti di vista, con echi ottocenteschi. La scrittura è accurata, precisa. Non c’è cosa più piacevole che lasciarsi cullare dalle descrizioni dei luoghi, dai ritratti delle persone, dagli stati d’animo dei personaggi, a partire dal protagonista Theo Decker, il tredicenne che si ritrova solo dopo aver perso la madre in un attentato terroristico. Ogni relazione è analizzata, ogni pensiero è allo scoperto, ogni emozione affiora senza freni. Così come avviene, anche, in ‘Nulla, solo la notte’ di John Williams (Fazi), l’autore del più noto ‘Stoner’. Questa volta Williams sceglie di raccontare la giornata del giovane Arthur Maxley, disseminata di pensieri, visioni, ricordi e bevute. Il dialogo con il padre è la parte migliore del romanzo, in cui Williams fa emergere la vulnerabilità, l’essere nudi, fragili di fronte a chi ci ha dato la vita ma non ci conosce. Fino alla scoperta di essere simili, ossessionati dagli stessi sentimenti e dagli stessi ricordi. Proprio il passato è al centro de‘L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio’, l’ultimo romanzo diHaruki Murakami. Lo scrittore giapponese ci conduce in un viaggio doloroso, ma necessario, alla ricerca di noi stessi. Comprendere chi siamo e cosa cerchiamo è sempre stato il leitmotiv di Murakami e anche questa volta il lettore non resterà deluso.

I ROMANZI DA SCOPRIRE (percorso narrativa / 2)

‘I Luminari’ di Eleanor Catton (Fandango) è senza dubbio il romanzo più intrigante di quest’estate. La 28enne neozelandese, vincitrice del Man Booker Prize 2013, ci porta sulla costa occidentale della Nuova Zelanda nel 1865. Uno scozzese, Walter Moody, arriva in un hotel interrompendo l’incontro tra dodici uomini arrivati in città in cerca dell’oro. Un benestante facoltoso è sparito senza lasciar traccia, una puttana ha provato a togliersi la vita, un’enorme somma di denaro è stata trovata nella topaia di un povero. Insomma, gli elementi per tenerci incollati lungo le 970 pagine ci sono tutti. L’amore è invece al centro de ‘Il cuore dell’uomo’ di Jon Kalman Stefansson (Iperborea) che conclude la trilogia iniziata con ‘Paradiso e inferno’ e ‘La tristezza degli angeli’. Protagonista è sempre il ‘Ragazzo’, un giovane orfano che intraprende un viaggio di formazione attraverso l’Islanda e l’universo dell’animo umano, scoprendo la realtà, il valore dei sogni e il potere creativo delle parole. Chi non conoscesse Stefansson avrà la possibilità di scoprire uno degli scrittori più talentuosi e poetici in circolazione. Come nelle opere precedenti Andrea Molesini sceglie un’ambientazione storica – siamo nel 1914 a Venezia, a pochi giorni dallo scoppio della Prima guerra mondiale – per il suo ultimo romanzo ‘Presagio‘ (Sellerio). Il commendatore Niccolò Spada vigila sui suoi ospiti all’Excelsior, dove risiede anche la marchesa Margarete Von Hayek, che nasconde un segreto terribile, inconfessabile.

I RACCONTI (percorso narrativa / 3)

A cent’anni dalla nascita di Julio Cortazar, Einaudi pubblica la raccolta completa dei ‘Racconti‘ dello scrittore argentino, una perfetta introduzione all’opera, un “bestiario” di ossessioni e figure immaginarie, ma soprattutto un tesoro per gli appassionati del genere. “Molto di quanto ho scritto si colloca sotto il segno dell’eccentricità– disse di sé Cortazar- dato che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una chiara differenza”. Di genere diverso, ma ugualmente imperdibili, i racconti di Alice Munro, vincitrice nel 2013 del Premio Nobel per la Letteratura, raccolti in‘Uscirne vivi‘ (Einaudi) dove compare anche un testo autobiografico. Munro ci mette di fronte ad un’evidenza: che il dolore e la sofferenza ci aiuta a conoscerci, a diventare più forti, creando uno spazio tra noi e gli altri. Infine lo scrittore-totale: Vladimir Nabokov. Adelphi lo scorso autunno ha ripubblicato la raccolta ‘Una bellezza russa’ che contiene cinquantacinque racconti, storie agrodolci senza messaggi da recapitare. Nabokov ci catapulta dentro lo scompartimento di un treno, o nella piovosa e umida Berlino, o in un palazzo sontuoso di San Pietroburgo in cui risuona musica da camera. Per il lettore il godimento è al massimo.

GLI STORICI (percorso narrativa-saggi / 4)

Quest’anno in libreria siamo stati invasi di libri dedicati al Centenario della Prima Guerra Mondiale e al periodo che caratterizzò l’Europa nei primi due decenni del Novecento. Tra questi spicca per originalità 1913 – L’anno prima della tempesta‘ di Florian Illies (Marsilio), un testo anomalo in cui Illies, invece di raccontarci la storia in modo didascalico, snocciola aneddoti che fanno risplendere i personaggi descritti (Kafka, Rilke, Kokoshka, Klimt, Woolf, Rodin). L’azione è più interessante della spiegazione. Leggiamo ‘1913’ come fosse un romanzo e al tempo stesso scopriamo storie che non conoscevamo. Un altro testo imprescindibile per avvicinarsi a quel mondo artistico, scientifico e letterario è ‘L’età dell’inconscio’ del premio Nobel Eric Kandel, che ci porta nei salotti viennesi dell’epoca in cui si discutevano le idee che avrebbero segnato una svolta e che portarono a progressi che ancora oggi esercitano la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando i desideri erotici inconsci, Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con il ricorso al monologo interiore. E poi il piacere, il desiderio e l’angoscia espressi dai pittori dell’Espressionismo. Un consiglio: se non lo conoscete o non l’avete mai letto, l’autore da cui dovreste partire è Stefan Zweig e il suo ‘Il mondo di ieri’ (Mondadori) che ha ispirato uno dei film più visti quest’anno: ‘Grand Budapest Hotel’ di Wes Anderson.

SUL VIAGGIO
(percorso saggi / 5)

Che cos’è il viaggio, chi è il viaggiatore? Ho sempre giudicato‘Filosofia del viaggio’ di Michel Onfray (Ponte alle Grazie) il miglior libro in circolazione sull’argomento. A partire dal sottotitolo: ‘Poetica della geografia’. Onfray mostra al lettore come sia possibile, senza aver programmato il come e il perchè, chiudere uno zaino, girare la chiave nella toppa e voltare le spalle alla porta di casa per lasciare spazio ai sensi ritrovati che, soli, liberi da guide e manuali, ci condurranno a scoprire i colori dell’altrove e gli odori dell’ignoto. Per tornare ricchi di diversità. “Se stessi, questa è la grande occasione del viaggio. Se stessi, e nient’altro”. E’ quello che ha sperimentato Sandro Veronesi nei suoi ‘Viaggi e viaggetti’ (Bompiani) in cui lo scrittore ci conduce dall’Italia ai paesi dell’Europa del nord, fino in America, raccontando sé stesso e restituendo a noi sensazioni conosciute o desiderate. Il libro si apre con una citazione di Kurt Vonnegut: “Le proposte di viaggi strani sono lezioni di danza di Dio. Fai attenzione e impara il ballo. Danza e gira e danza ancora, impara il ballo finchè il tuo cuore non è contento”. Infine Alain De Botton con ‘L’arte di viaggiare’ (Guanda) ci dimostra come scrittori, artisti e filosofi possono rivelarsi ottimi compagni di viaggio. Ad esempio la poesia di Baudelaire o i quadri di Hopper ci aiutano a cogliere la misteriorsa forza evocativa dei mezzi di trasporto e di anonimi luoghi di transito, mentre l’intenso cromatismo della Provenza di Van Gogh ci aiuta a riscoprire il paesaggio mediterraneo. Per De Botton conta una sola cosa: lo sguardo del viaggiatore, il suo desiderio di “vedere davvero”.

SULLA POESIA (percorso poesia / 6)

Uno degli eventi più attesi in autunno è l’uscita del film ‘Il giovane favoloso’ di Mario Martone, dedicato alla figura di Giacomo Leopardi. Da inizio anno sono già diciassette, tra saggi e nuove edizioni, i libri pubblicati che ricordano il poeta di Recanati. Vale sempre la pena rileggere i ‘Canti’ o lo ‘Zibaldone’, ma è interessante scoprire anche ‘Questa città non finisce mai. Lettere da Roma – 1822-32’ pubblicate da Utet, in cui Leopardi riversa il suo disagio nel vivere in una città “noiosa, dissipata, popolata di gente insulsa, rumorosa, innamorata solo del proprio antico splendore monumentale”. La Venezia di Iosif Brodskij,invece, è una città che fa bene all’anima, è “il grande amore dell’occhio. Il poeta russo dichiarò il suo amore per Venezia in‘Fondamenta degli incurabili’ (Adelphi), un libricino scritto oltre vent’anni fa che è un autentico gioiello incastonato nella bellezza della letteratura. Mi sorprende sempre scoprire quante poche persone lo conoscano. Per Brodskij parlare di Venezia significa parlare anche della memoria, del tempo, della forma. Tutti concetti al centro anche delle poesie raccolte in ‘La gioia di scrivere’(Adelphi) di Wislawa Szymborska. Per tutta la vita la poetessa polacca non ha fatto altro che insegnarci a osservare i dettagli che ci sfuggono e che rendono la nostra vita sopportabile, ma soprattutto a non prenderci troppo sul serio.

LETTERE E DIARI (percorso epistolari / 7)

Mai come quest’anno la produzione di lettere e diari è stata così ricca. Buon segno, anche se i lettori del genere sono pochissimi. Ed è un peccato, perchè la vita che fluisce dentro questi scritti privati ci permette di riflettere su noi stessi, rigenerando lo spirito. Le corrispondenze più interessanti uscite di recente sono: le ‘Lettere‘ (Einaudi) di Vincent Van Gogh indirizzate al fratello Theo e agli amici, in cui il pittore riversa le sue riflessioni sulla vita e sull’arte; le missive di Nicola Chiaromonte, agnostico e critico nei confronti della Chiesa, a Melanie von Nagel Mussayassul, una monaca benedettina residente negli Stati uniti con la quale si scriveva in media tre volte a settimana, in ‘Fra me e te la verità. Lettere a Muska’ (Una Città); le lettere scritte daEleonora Duse a Gabriele D’Annunzio contenute nel volume‘Come il mare io ti parlo’ (Bompiani) e, infine, l’epistolario tra due poeti: Elisabeth Bishop e Robert Lowell in ‘Scrivere lettere è sempre pericoloso’ (Adelphi). Sono lettere allegre e atroci, piene di notizie, spunti, pettegolezzi. Tra i due scorre un amore impossibile: per le crisi maniacali di lui, per le tendenze sessuali di lei. Resta inteso che se non si è mai letto ‘Lettere a un giovane poeta’ di Rainer Maria Rilke (vale lo stesso discorso di Brodskij), è da lì che bisognerebbe partire.

IL FLANEUR (percorso narrativa-saggi / 8)

Protagonista di tanti classici della letteratura, in particolare dell’Ottocento, il flaneur è colui che vaga per la città, gironzolando, spinto dalla sete di conoscenza, “sperimentando al contempo un piacere fisico, carnale e intellettuale”, come lo definisce Alberto Castoldi ne ‘Il flaneur‘ (Bruno Mondadori), un saggio perfetto per chi avesse voglia di avvicinarsi all’argomento. Ripercorrendo il pensiero e le opere degli scrittori che meglio hanno rappresentato questo modo di vivere (da Rousseau con le‘Fantasticherie del passeggiatore solitario’ a Baudelaire, daWalter Benjamin a Emile Zola – cercate ‘I taccuini’ – fino a Robert Walser con ‘La passeggiata’), Castoldi esplora la solitudine del flaneur, il rapporto con la folla e la società, la tensione costante verso il nuovo. Da qui è poi possibile scegliere a quale autore dedicarsi, senza però dimenticare autori (purtroppo) meno battuti, come Winfried Sebald. Il suo libro più rappresentativo è‘Gli anelli di Saturno’ (Adelphi), un viaggio solitario a piedi fatto d’estate nel Suffolk, dove Sebald ci racconta gli incontri con amici, oggetti, ma anche vagabondaggi di personaggi noti.

SULLA FILOSOFIA (percorso saggi / 9)

‘Un’estate con Montaigne’ (Adelphi) non è soltanto il titolo del libro di Antoine Compagnon dedicato ai ‘Saggi‘ – quaranta brevi passi scritti con leggerezza e profondità in cui si discorre di amore, amicizia, morte, bellezza, malattia – ma sembra essere il suggerimento estivo delle librerie di catena, che hanno allestito interi scaffali dedicati al filosofo francese. Forse perchè in una società incivile e sempre più sconnessa dalla realtà, Montaigne ci rivela come vivere la nostra vita con equilibrio, trovando noi stessi dentro ogni cosa e respingendo ambizioni e turbamenti esterni. Ma l’estate è anche il momento giusto per avvicinarsi a Michel Onfray e alla sua Controstoria della filosofia, una ciclo di libri in cui uno dei più discussi pensatori francesi rielabora i filosofi materialisti e atei a partire dall’antichità, smascherando le influenze ebraico-cristiane che permeano la nostra società. Spazio agli ignorati o dimenticati, a partire da Democrito ed Epicuro, fino a Stuart Mill, Bakunin, Owen, Fourier, Stirner, Thoreau, Jean Marie Guyau, ma anche Schopenhauer e Nietzsche, a cui è dedicato l’ultimo libro appena uscito ‘Nietzsche e la costruzione del superuomo’ (Ponte alle Grazie).

DI CRITICA LETTERARIA (percorso saggi / 10)

Quest’ultimo itinerario è uno dei più vari (aforismi, biografie, linguistica, storia dell’editoria) ma anche uno dei più succulenti. Per dire: possiamo imbatterci nelle ‘Lezioni di letteratura’(Einaudi) di Julio Cortazar, che lo scrittore argentino tenne nel 1980 a Berkeley, università della California. Molti i temi trattati: le caratteristiche del racconto fantastico, la musicalità, lo humour, l’erotismo e il gioco in letteratura. C’è Henry Miller che ci attende con ‘I libri della mia vita’ (Adelphi), una guida che permette di riscoprire una vasta tribù di autori sconosciuti o presto dimenticati. I più noti, invece, sono tutti racchiusi nel poderoso volume ‘Maestri di finzione’ (Quodlibet) in cui la critica letteraria de Il Manifesto, Francesca Borrelli, ha raccolto le interviste con autori del calibro di Saramago, De Lillo, Pamuk, Marias, Wolff, Franzen, Foster Wallace, Yehoshua, Sontag, Cercas, Egan e tanti altri. Chi, invece, avesse voglia di scoprire l’editoria italiana tramite le collane che hanno espresso il meglio dell’offerta letteraria nel nostro Paese, potrà farlo leggendo ‘Storie di uomini e libri’ (Minimum Fax) di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi. I due studiosi ci accompagnano in un percorso affascinante, costellato di storiche collane come i ‘Gialli di Mondadori’, ‘I gettoni’ di Einaudi, ‘I Narratori’ di Feltrinelli, la ‘Biblioteca Adelphi’, la ‘Bur’ di Rizzoli e molti altri.

PERCORSO BONUS: se poi d’estate vi nutrite solo di gialli, noir o polizieschi, quello che dovete fare è semplice: posizionatevi davanti allo scaffale dei libri di Georges Simenon, allungate la mano e prendete quello che vi ispira di più. In ogni caso, sarà perfetto.

Menéndez Salmon ci ricorda cos’è la bellezza della vita tra arte, luce e amore

di Alessandro Melia

Prendete tre pittori, uno reale (Mark Rothko) e due sognati. Immaginate che un filo invisibile lungo oltre settecento anni unisca le loro vite, intrecciandole alla storia di un giovane scrittore (Bocanegra), che nel momento più tragico della sua vita decide di affidarsi alla parola, proponendosi di scrivere “un libro luminoso, che lo strappi dal sentiero oscuro in cui è caduto e lo riconcili con il suo dolore”. Un libro che è un inno alla pittura, che, proprio come fa la letteratura, ci conduce nella bellezza e ci consola, liberandoci “dalla tristezza di un mondo in cui la dignità umana viene crocifissa ogni giorno”. Perchè la bellezza è quell’esperienza che placa ogni nostra ansia e ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana. Questo il messaggio racchiuso ne ‘La luce è più antica dell’amore‘ (Marcos Y Marcos), l’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmon, uno degli scrittori spagnoli più amati in patria, ma poco conosciuto in Italia. Ed è un peccato, perchè leggere Menéndez Salmon significa entrare in contatto con il “sottosuolo” dell’essere umano, con quegli aspetti, anche filosofici, a cui spesso non pensiamo o che ci sembrano lontani, ma che permeano la nostra esistenza.

La-luce-è-più-antica-dellamoreTzvetan Todorov, in uno dei suoi saggi più noti, ‘La bellezza salverà il mondo’ (titolo che riprende la frase pronunciata dal principe Myskin nel romanzo ‘L’Idiota’ di Dostojevskij), prendendo ad esempio le vite di Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva, si interroga sul senso più profondo della loro esperienza per chiedersi in cosa consista davvero una vita bella. L’obiettivo dichiarato è scoprire il segreto dell’arte della vita. E qual è il segreto? “Mettere a frutto le capacità intellettuali di cui si dispone, dedicarsi agli altri, lavorare il proprio giardino, preparare la cena o giocare con un figlio.– scrive Todorov-Aspirare alla pienezza nella propria vita non significa dichiarare incurabilmente mediocre l’esistenza quotidiana e inventarne un’altra al suo posto, ma vuol dire imparare a illuminarla dall’interno, saperla rendere sia più netta sia più piena”. Esattamente ciò che dirà Bocanegra quando, a sessantanove anni, farà il suo discorso in occasione della vittoria del premio Nobel. Ma Todorov ci spiega anche che “la bellezza di un paesaggio, di un incontro, di un’opera d’arte non rinvia a qualcosa che si trova al di là di queste cose, ma consente di apprezzarle in quanto tali. E’ questa sensazione di abitare pienamente ed esclusivamente il presente che ci dimostra come la nostra esistenza non scorre invano, è diventata più bella e ricca di significato”. Ed è questo il concetto (di bellezza) che attraversa il romanzo di Menéndez Salmon. E’ ciò che sente Pierre Roger de Beaufort davanti al dipinto di una Vergine barbuta del pittore Adriano de Robertis. Siamo nell’anno 1350 e de Beaufort è stato spedito dal Papa per oscurare quel dipinto. De Robertis va in esilio, ma sotto quella macchia color calce nel castello di Sansepolcro pulserà la sua bellezza ribelle. Quando Mark Rotkho, secoli dopo, vede quella macchia da vicino, intuisce una censura abominevole. E’ il 1959 e Rothko scioglie un contratto milionario a New York, gridando l’indipendenza dell’artista contro i nuovi padroni. Un altro pittore, Vsevolod Semiasin, che da giovane aveva preso ordini da Stalin su cosa deve dipingere un artista, molti anni dopo nel castello di Sansepolcro, vede da una crepa nel muro l’ovale della Vergine barbuta. E’ un lampo, ma ha l’evidenza di una verità tradita.

Menéndez Salmon, inoltre, dissemina il romanzo di rimandi e citazioni, come già aveva fatto ne ‘Il correttore’, che insieme a ‘L’offesa‘ e ‘Derrumbe’ compone una particolare ‘trilogia del male’ esplicitato in tre sue manifestazioni: la guerra, la paura, la menzogna. L’influenza di Dostojevskij è evidente, così’ come le letture di Albert Camus, Franz Kafka, Thomas Bernhard (sono citati ‘Antichi Maestri‘ e ‘Il nipote di Wittgenstein) e Friedrich Nietzsche. Sullo sfondo, infine, ci sono la luce e l’amore. La luce, intangibile, indefinita, “nata prima che l’intelligenza dell’uomo potesse comprenderla, e che esiste indipendentemente dal fatto che esista un soggetto che la contempli”. E c’è l’amore, che semplicemente “accade, come il mare e le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è”.

‘L’incolore Tazaki Tsukuru’ di Murakami è un viaggio dentro noi stessi

di Alessandro Melia

23murakami1_span-articleLargeLa ricerca di se stessi come missione. Comprendere chi siamo e cosa cerchiamo. Questo conta. Il resto sono più o meno riempitivi di tempo. Nel panorama letterario mondiale non esiste uno scrittore più ostinato a portare alla luce ogni anfratto della condizione umana di Haruki Murakami. Da oltre trent’anni lo scrittore giapponese, che si impose nel 1982 con ‘Nel segno della pecora’, non ha fatto altro che scandagliare l’animo umano, indagare noi stessi, la solitudine dell’uomo e le relazioni con gli altri. In un certo senso Murakami ha rappresentato e continua a rappresentare il successore ideale di quella tradizione letteraria di scrittori interessati a raccontare storie esistenziali e spirituali che nel Novecento vide Hermann Hesse come massimo esponente. Esattamente come fece lo scrittore tedesco con ‘Demian’, ‘Siddharta’ o ‘Il lupo della steppa‘, Murakami parla al cuore delle persone, in particolare dei giovani, che lo seguono con una fedeltà quasi religiosa. Da ‘Norwegian Wood‘ a ‘Dance Dance Dance‘, da ‘La fine del mondo e il paese delle meraviglie’ a ‘L’uccello che girava le viti del mondo’, Murakami è andato alla ricerca della nostra identità. Per farlo ha inserito nelle sue opere una serie di elementi che si ripetono costantemente, come ha analizzato il professore dell’università Senshu di Tokyo, Tsuge Teruhiko, tra i maggiori esperti di letteratura nipponica: dialoghi agili e narrazione di facile comprensione, sviluppo di storie diverse, suicidio di un caro amico o morte di una donna, ricordi e sogni onirici, incontro con un essere soprannaturale che domina le relazioni umane, ma soprattutto ricerca di se stessi, fallimento e conseguente sentimento di perdita.

E’ così anche nell’ultimo romanzo: ‘L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio’ (Einaudi). Murakami narra la storia di Tsukuru, un uomo di 36 anni che conduce un’esistenza solitaria. La sua vita è scandita dal lavoro (costruisce stazioni ferroviarie) e da poche abitudini. Non ha amici, né una meta. Si sente “incolore”, anzi un contenitore vuoto. “Come recipiente, può darsi abbia una forma soddisfacente ma dentro non ho nulla che si possa definire un contenuto”. Eppure chi legge non ha questa sensazione. Tsukuru ha interessi, passioni, e sembra più forte di come si descrive. A cambiare il corso lineare della sua vita sarà l’amore per una donna, Sara, di due anni più grande, che intuisce la sua inquietudine nascosta e lo spinge ad affrontare i demoni del passato. Tsukuru sarà costretto a rivedere gli amici del liceo, due maschi (Aka, Ao) e due femmine (Shiro e Kuro) – i loro soprannomi significano rosso, blu, bianco e nero, quello di Tsukuru non ha colore – ai quali era stato legato da una stretta amicizia fino al giorno in cui, senza nessuna spiegazione, avevano decretato la sua espulsione dal gruppo. Il dolore per l’improvviso abbandono aveva convinto Tsukuru a chiudersi in casa per mesi e a desiderare solo una cosa: la morte. Finché, mutando nel corpo e nell’anima, tornerà alla vita, ma l’ombra di quel rifiuto lo accompagnerà sempre. Sara sa che Tsukuru non sarà libero di amare e di lasciarsi andare finchè non risolverà per sempre la ferita del passato. Cosa c’è dietro l’abbandono degli amici? Qual è il vero motivo? E’ da questo punto in poi che Murakami, con rara abilità, ci trascina dentro il mondo che ha costruito per noi, fatto di battute, sogni, metafore, scene di sesso spinto e citazioni musicali (la colonna sonora del libro è la bellissima ‘Le mal du pays‘ di Franz Liszt). Ogni personaggio ha una storia da raccontare. Ogni personaggio nasconde un segreto. Ma soprattutto ogni personaggio permetterà a Tsukuru di rendersi conto, anche tramite il giudizio che avevano gli altri nei suoi confronti, di non essere quella persona anonima e insulsa che per anni ha creduto di essere. (“Tu, nel nostro gruppo, avevi il ruolo del ragazzo carino che ispira simpatia. Eri un bel ragazzo e seguivi il tuo ritmo. Bastava che ci fossi tu per farci sentire a nostro agio, per farci sentire noi stessi. Non parlavi molto, ma stavi con i piedi per terra, saldo, e questo ci dava un quieto senso di sicurezza. Eri come l’ancora per una nave”). Addirittura scoprirà di essere stato amato profondamente. Ecco quindi che il viaggio dentro se stesso lo porterà a scoprirsi diverso, non più un contenitore vuoto. “E non tutto è andato perduto nel corso del tempo”.

Leggere un romanzo di Murakami non significa solo immergersi in una storia appassionante, piena di fascino e mistero. Significa soprattutto restare coinvolti, entrare in contatto con se stessi, riconoscersi, trovare risposte che cercavamo da tempo, far affiorare quelle verità che facciamo finta di non sapere.