Discorsi da una libreria antiquaria romana /12

“Hai sentito Kim?”. “Chi?”. “Kim, er ciccione coreano. Ha detto che vole fa espolde na bomba all’idrogeno”. “Quello è matto fracico”. “Ha chiamato Trump cane rabbioso”. “Bè su questo c’ha ragione. Pure quell’altro ma lo senti che dice? Stamo in mano a due pazzi”. “Trump me ricorda Charlie Chaplin quando prendeva per culo Hitler”. “Seee ammazza quanto sei delicatino…Trump è na specie de Grillo sadico”. “Me sa che faremo tutti na brutta fine”. “Ma secondo te Kim e Trump li leggono i libri?”. “Aò ma allora sei scemo. Ma manco sanno che è un libro”. “Secondo me invece Trump se legge quelle storie de guerra e massacri e sangue con la saliva alla bocca. Oppure le riviste porno”. “Ecco già è più probabile. Mo te dico na cosa: per salvà sto mondo ce vorrebbe uno come Albert Camus. Uno che tutti leggono e ascoltano, un gigante che apre le menti dei giovani, uno che va al Premio Nobel e dice…”. “Che dice?”. “Aspè che te leggo…ecco dice: ‘Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga’.

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Camus e Frisch, tentativi di rivolta contro l’insensatezza dell’esistenza

di Alessandro Melia

Nell’ottobre del 1942, in Francia, la casa editrice Gallimard pubblica un saggio. Si intitola ‘Il mito di Sisifo’ e parla di un certo male dello spirito, un sofferenza di vivere, chiamato l’assurdo. A quanto pare si tratta dello stesso morbo che ha colpito Meursault, il protagonista del romanzo ‘Lo Straniero’, uscito tre mesi prima e scritto dallo stesso autore, che sta per compiere trent’anni: Albert Camus. Ma cos’è l’assurdo? Difficile dirlo con esattezza. E’ più una sensazione, è l’impotenza della vita, quella che prova l’uomo nel rapporto con il mondo, che non può essere spiegato. Messo di fronte alla propria condizione mortale, privato di qualsiasi speranza (ma non per questo disperato), l’uomo vive questa condizione assurda e si trova davanti a un dilemma: giudicare se la vita valga o no la pena di essere vissuta. E’ per questo che il suicidio è “il solo problema filosofico veramente serio”. Chi sceglie di suicidarsi risolve l’assurdo, perché lo trascina nella morte. Ma chi agisce all’opposto, invece, e accetta il suo destino di condannato a morte, si rivolta, passa all’azione e così facendo dà alla vita il suo valore. Ed è qui che entra in gioco Sisifo. Come l’eroe mitologico condannato dagli dèi a spingere per sempre un masso sulla cima di una montagna, che poi rotola giù a valle, così l’uomo, conscio del suo destino, lotta ogni giorno verso la cima. E questa lotta, scrive Camus, “basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Questa lunga premessa è per me necessaria se si vuole capire fino in fondo ‘Il Silenzio. Un racconto dalla montagna’, un testo giovanile finora inedito di Max Frisch pubblicato oggi con merito dall’editore Del Vecchio. Lo scrittore svizzero lo scrisse nel 1937, quindi cinque anni prima del Sisifo di Camus, ma in pieno esistenzialismo (sulla scena dominano i filosofi Heidegger, Jaspers, Sartre, Marcel), e coincise con la decisione di Frisch di iniziare una nuova vita nel segno dell’architettura. Il protagonista, Balz Leuthold, alla vigilia del suo trentesimo compleanno, si rende conto di non aver realizzato nulla per non essere quella persona ordinaria che tanto disprezza. Sa che il passato non si può rettificare e che ogni giorno “bisogna comunque alzarsi, intraprendere un cammino senza via, senza fede e senza meta, senza senso, senza niente, senza vocazione, e solo per farsi vecchi, sempre più vecchi e sperduti”. C’è solo una cosa che si può fare: passare all’azione. “A un certo punto bisogna osare, grandi gesta o morte, perché una vita così lui non può e non vuole sopportarla”. Ecco il parallelismo con il mito di Sisifo. Camus scrive: “Viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l’azione. Ciò si chiama diventare un uomo. Questi strappi sono sempre terribili, ma per un cuore fiero non può esservi via di mezzo”. Ecco la rivolta alla condizione assurda. La felicità di Sisifo sta nel fatto che il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Per Balz Leuthold l’azione si chiama scalare la Cresta Nord dell’Eiger, anche a costo della vita. E di fronte alla possibilità di non riuscire nell’impresa, e quindi di morire, parlerà il Silenzio. Stupisce come Frisch, all’epoca appena venticinquenne, abbia centrato il tema sul senso della vita meglio di tanti filosofi. Giunto in montagna, però, Balz Leuthold incontra una giovane straniera, Irene, “che lo guarda e lo vede come nessuno fino ad allora lo ha mai guardato e visto”. Una donna capace di scombinare i suoi piani. Irene è allegra, sana, solare “una donna che non vive nei pensieri, ma nei contesti”. Quando lei viene a sapere che lui vuole scalare la Cresta Nord, gli chiede: “A che scopo?”. Lui non risponde. Si irrita, pensa che non esista una domanda più scortese di quella. E poi che significa a che scopo? Qualcosa l’uomo dovrà pur fare, “o deve stare lì tutta la vita a fissare il vuoto? Tenersi occupati è tutto”. Lei intuisce le sue intenzioni, si rende conto che “vive più infelicemente del necessario”e gli chiede di poter andare con lui. Raccontare oltre toglierebbe il piacere di seguire le orme di Balz e Irene verso la cima della montagna. Vi basti sapere che a un certo punto Frisch si chiede e chiede a noi lettori: “Perché non seguiamo i nostri desideri? Perché quando sappiamo che sono più veri e più ricchi e più belli di tutto ciò che ci blocca, ciò che viene chiamato morale, virtù, fedeltà che non è vita, perché non ce ne liberiamo?”.

A. CamusLeggere questo testo di Frisch, al di là del piacere della storia, ci consente inoltre di riprendere contatto con gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, quando le domande sull’essere e sull’esistere venivano messe in relazione al nichilismo. Nessuno meglio di Albert Camus è riuscito in questo intento. Camus scriveva per essere letto e compreso. Ce lo ricorda Michel Onfray nell’oceanica ed emozionante biografia filosofica ‘L’ordine libertario’(Ponte alle Grazie) che l’autore del noto ‘Trattato di ateologia’ gli ha dedicato. In un’intervista del 1945 Camus disse: “Io non sono un filosofo, quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella ragione”. All’opposto c’è Jean-Paul Sartre. “’L’essere e il nulla’ diventa un best seller – scrive Onfray – ma chi può credere che le seicento pagine di questo ‘saggio di ontologia fenomenologica’ (è il sottotitolo) siano state pazientemente lette, assimilate e comprese dalla fauna che viveva i momenti d’oro dei locali tra alcol, jazz, rock acrobatico, tabacco e rimorchio?”. Camus parla in prima persona, come Marco Aurelio, Montaigne, Pascal, Rousseau, Kirkegaard e Nietzsche. E’ un edonista, libertario, anarchico, ostile a ogni totalitarismo. “Abitualmente in materia di filosofia è la ragione che detta legge; alla ragione, però, Camus preferisce la sensazione, l’emozione. Normalmente la filosofia ricorre al sillogismo, alla dialettica, al ragionamento; Camus opta per la prosa poetica, per il racconto romanzesco, per il dialogo teatrale”. Tra i ventisei e i trent’anni realizza ‘Lo Straniero’, ‘Il mito di Sisifo’ e ‘Caligola’, tre capolavori nei loro rispettivi generi. Poi arriveranno ‘La peste’, ‘La caduta’ e ‘L’uomo in rivolta’. Lette oggi le opere di Camus sono di sorprendente attualità. I suoi tentativi di rivolta sembrano fatti su misura per l’uomo di ogni epoca. Un modello di vita e di pensiero.