In ogni libro c’è una storia che parla di noi, ma ci conosciamo come lettori?

di Alessandro Melia

libreriaOgni libro racconta una storia. Ogni storia, in modi completamente diversi, parla di noi. E’ per questo che, a volte, abbiamo la sensazione che un libro che stiamo leggendo ci stia raccontando. Quando succede, siamo avvolti da una sensazione di piacevolezza e di frequente mettiamo in atto una serie di stratagemmi per non separarci da quella storia: leggiamo lentamente, sottolineiamo le pagine del libro, ce lo portiamo dietro, lo sfogliamo, cerchiamo il più possibile di trattenere la sua essenza. Altre volte, però, accade l’opposto. Non solo la storia che stiamo leggendo non ci piace, ne siamo annoiati, disgustati, delusi, ma ci sentiamo lontanissimi dai suoi personaggi. Eppure quando abbiamo deciso di acquistarlo in libreria eravamo convinti (ci era stato detto) che ci avrebbe appassionato. Per ridurre al minimo questa possibilità è importante conoscerci come lettori. Siamo da romanzo-mattone o da racconto breve? Vogliamo essere intrattenuti o pretendiamo che l’autore ci faccia riflettere? C’è un argomento che ci interessa più di altri o lasciamo che a scegliere sia il nostro intuito? Se ognuno di noi, prima di entrare in libreria, rispondesse ad alcune di queste domande invece di seguire soltanto le classifiche di vendita, è probabile che aumenterebbe il suo grado di soddisfazione della lettura. Ciò che ci piace si annida ovunque. Bisogna solo essere capaci di scovarlo.

Personalmente le storie che preferisco sono quelle brevi o che hanno un unico protagonista. Mi piacciono i dubbi, le contraddizioni, le inquietudini. Il conflitto esistenziale. Amo la verticalità di un racconto, il tormento che non può essere eluso, le parole non dette, e voglio che ci sia spazio per le interpretazioni. Ma spero anche di apprendere qualcosa che non so, vorrei sorridere e sono attratto dalle storie in cui prorompe la caparbietà della vita. E’ seguendo questi criteri che ho deciso di leggere ‘Illmitz’ (Bompiani) di Susanna Tamaro, ‘Ci sono sorrisi…’ (Passigli editori) di Ring Lardner, ‘Declino e caduta di praticamente tutti’ (Add editore) di Will Cuppy e i racconti diVladimir Nabokov raccolti in ‘Una bellezza russa’ (Adelphi). Parto dalla fine, perché Nabokov è lo scrittore-totale e perché, come in passato fece notare Pietro Citati, “in Italia quasi nessuno lo conosce e l’unico libro che abbia raggiunto un vasto pubblico è ‘Lolita’”. I cinquantacinque racconti di ‘Una bellezza russa’ sono storie agrodolci senza messaggi da recapitare. Nabokov catapulta il lettore dentro lo scompartimento di un treno, o nella piovosa e umida Berlino, o in un palazzo sontuoso di Pietroburgo in cui risuona musica da camera, o su strade percorse da slitte. Questo è l’incipit de ‘Il Temporale’: “All’angolo di una strada di Berlino Ovest, sotto la volta di un tiglio in piena fioritura, fui avviluppato da una fragranza intensa. Banchi di nebbia salivano nel cielo notturno e, quando l’ultimo spiraglio ricolmo di stelle fu inghiottito, il vento, un fantasma cieco, coprendosi il volto con le maniche, volò in basso lungo la strada deserta”. Impossibile non desiderare di abbandonarsi a Nabokov (foto in basso).

Rimanendo in tema di racconti, quelli di Ring Lardner, scrittore americano ritenuto al livello di Fitzgerald, Faulkner, Hemingway, sono di fattura diversa, ma altrettanto eccellenti. Lardner, spiega Luca Merlini, curatore dell’edizione, ci rende testimoni della media borghesia dell’America degli anni Venti e Trenta, dai semi-illetterati giocatori di baseball alle classi popolari. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è l’esempio perfetto di ciò che accade prima di essere innamorati. Tutto comincia, appunto, con un sorriso, quello che fa una ragazza carina dalla sua Cadillac a un poliziotto addetto al traffico. Lui ne è rapito, vuole conoscerla meglio, ma è sposato e non sa come fare. Si danno appuntamento allo stesso incrocio per il lunedì successivo. Qualcosa però andrà storto. Virginia Woolf disse di Lardner: “I suoi racconti sono quanto di meglio abbia attraversato l’oceano negli ultimi anni”.

Era americano anche Will Cuppy, scrittore e giornalista, che si confinò in esilio a Long Island, scrivendo i suoi libri su piccoli cartoncini che venivano poi ricomposti da pazienti redattori. Per sedici anni, a intermittenza, lavorò a ‘Declino e caduta di praticamente tutti‘, mini biografie umoristiche sui più grandi personaggi della storia dell’umanità: da Cleopatra ad Annibale, da Luigi XIV a Cristoforo Colombo fino agli zar russi. Più che sulle loro imprese, Cuppy si concentra sulla vita privata, sulle ossessioni, i gusti, le stranezze di ognuno di loro. Così, ad esempio, Enrico VIII “era un patito di tennis e vinceva sempre perché faceva lui le regole”. Pietro il Grande, “quando non era ubriaco o non dava di matto, era una personcina a modo”. Lady Godiva “era una brava bambina a eccezione di questo alquanto fastidioso sfoggio di capelli e l’abitudine di sollevare un po’ troppo la gonna quando cantava e danzava per casa: colpa dei genitori che non la sgridavano mai per paura di inibirla e rovinarle la vita”. Mentre Cristoforo Colombo “pretendeva il dieci per cento del bottino prima di avere scoperto alcunché. Sedeva fuori dal convento La Rabida singhiozzando e dicendo che nessuno lo capiva”. Tutti aneddoti rigorosamente verificati dal coltissimo Will Cuppy.

E poi c’è Illmitz, romanzo d’esordio di Susanna Tamaro mai pubblicato prima. Rifiutato 33 anni fa da molti editori (una scelta che stupisce), l’opera è una storia di formazione di gran lunga migliore di quelle che ci vengono propinate oggi da esordienti mandati allo sbaraglio. Ed è di gran lunga migliore di ‘Va dove ti porta il cuore’. “Poeticamente non regge il confronto con Illmitz” rileva Claudio Magris. Tamaro racconta il viaggio di un venticinquenne da Roma a un paesino al confine tra Austria e Ungheria. E’ un viaggio fisico, interiore, di ricerca delle proprie radici. Tutto è equilibrato, secco, crudo. Il “malessere profondo” che affligge il protagonista è quasi tangibile, quella sensazione di smarrimento che si prova da giovani quando non si è deciso che strada prendere nella vita. Tamaro usa il flusso di coscienza per raccontare la storia del protagonista, che si definisce un “vile macinasogni”, il suo corpo è percorso da scariche elettriche e l’unica pulsione che lo domina è la distruzione. Ma in questa vita d’inquietudine, c’è un pilastro che lo sorregge: è la fidanzata Cecilia, “con le sue braccia tonde, il suo ventre immenso, con il silenzio promettente della sua carnalità”, l’unica persona in grado di scalfire la sua solitudine. “A lei mi aggrappo come un pesce all’amo”. Il viaggio a Illmitz, “una decisione improvvisa, scelta come meta un pomeriggio di noia e depressione”, gli restituirà il piacere di godere delle piccole cose, ma soprattutto gli darà la possibilità di riflettere e comprendere per la prima volta il suo percorso. Fino alla rivelazione finale.

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