Rabbia, confessioni e twitter: ecco ‘Il progetto Kraus’ di Franzen

di Alessandro Melia

Writer Jonathan FranzenPermettetemi di citare a esempio la mia storia, che per molti versi riecheggia quella di Kraus”. E’ da questo punto in poi, precisamente da pagina 76, che Jonathan Franzen si appropria de ‘Il progetto Kraus‘ (Einaudi) e ne diventa il protagonista. Ed è da questo punto in poi che ho sentito affiorare in me la solita domanda: e se Franzen fosse più bravo a scrivere saggi che romanzi? Se le riflessioni sulla vita di aspirante scrittore, sul matrimonio fallito, sulle letture, sulla minaccia che i social e le nuove tecnologie rappresentano per l’umanità, siano più interessanti di Enid e Alfred Lambert, la coppia de ‘Le Correzioni‘, o di Walter e Patty Berglund, la coppia di ‘Libertà‘? Sia chiaro: ‘Le Correzioni‘ è tra i migliori romanzi degli ultimi vent’anni. Ci vuole una capacità non comune per riuscire a sezionare lo spettro delle relazioni umane, sviscerarle e restituirle intere al lettore. Ma quando mi imbatto nei saggi – che siano racconti autobiografici, lezioni di letteratura, reportage dall’estero, discorsi agli studenti – ho la sensazione di avere di fronte un uomo che è in grado di raccontare il mondo in cui viviamo, ma anche di mettermi in guardia da ciò che mi può accadere. E’ per questo motivo che negli anni ho letto ‘Come stare soli‘, ‘Zona disagio‘ e ‘Più lontano ancora‘, quest’ultima la raccolta più intima di Franzen, in cui lo scrittore racconta il viaggio in solitario a Masafuera, un’isola vulcanica a ottocento chilometri dalla costa del Cile, in compagnia soltanto di un Gps, di una copia di ‘Robinson Crusoe‘ e delle ceneri dell’amico suicida David Foster Wallace.

Condivido, quindi, il giudizio dello storico Modris Eksteins, che recensendo ‘Il progetto Kraus‘ per il Wall Street Journal lo ribattezza ‘Il progetto Franzen’. Il testo, infatti, è diviso in due: ci sono gli scritti di Karl Kraus (scrittore austriaco e figura di spicco della Vienna dei primi anni del Novecento, direttore della rivista ‘Die Fackel’, noto per i suoi aforismi satirici, fustigatore del giornalismo, della corruzione e delle ipocrisie della società) e ci sono le note a piè pagina di Franzen, che sono l’asse portante dell’opera e si dividono, a loro volta, in due categorie: note che informano e aiutano la comprensione del testo; note sulla vita di Franzen. Queste sono di gran lunga le più interessanti, perchè Franzen spazia sugli argomenti più disparati. Dall’uso di internet (“Una delle cose peggiori è che induce tutti a prendere posizione su ciò che è tendenza”) e della tecnologia (“Non mi dispiace come serva, però mi dispiace quando diventa padrona”), ai giudizi letterari su John Updike e Philip Roth (“Sapevano di moralismo Krausiano”), su ‘L’arcobaleno della gravità‘ di Thomas Pynchon (“Mi sembrava un romanzo straordinariamente geniale e affrontava i due temi che mi premevano di più: il pericolo nucleare e l’impenetrabile Sistema moderno che rendeva impotenti gli individui. Pynchon mi faceva star male in senso letterale e figurato”) e sulla sorte dei libri (“Amazon vuole un mondo in cui i libri siano autopubblicati, vuole trasformare gli scrittori in operai senza prospettive. Ma così il libro stampato diventa una specie a rischio”). Ampio spazio ai momenti cruciali nella vita di Franzen: le lettere scritte in gioventù alla compagna V. (“Ho avuto molte idee stupide nella mia vita, ma nessuna batte quella di combinare lettere e diari con V. Se non fossi stato così ambizioso, mi sarei ricordato che le lettere sono per l’Altro e i diari per sé, e che il romanticismo del dialogo epistolare non va d’accordo con la confessione sincera del diario, e che è pericoloso consegnare se stessi all’Altro”), il tradimento, il matrimonio fallito, e la rabbia “la vera rabbia, la rabbia come stile di vita” che esplode un pomeriggio di aprile del 1982 e che lo porta a iscriversi a un corso su Kraus. Ma anche, al termine di un lungo percorso di crescita, la scoperta di essere diverso dallo scrittore austriaco: “Se alla fine la mia rabbia non bastò a fare di me un nuovo Kraus, fu a causa del genere letterario che avevo scelto”. Kraus, infatti, non scelse mai di diventare romanziere: “Senza un pubblico poteva essere il Grande Odiatore dalla sua scrivania. Ma quando un romanziere trova un pubblico, crea una relazione diversa basata sul riconoscimento anziché sul fraintendimento. E il lavoro mentale necessario per scrivere narrativa a lungo andare indebolisce la rabbia”.

Il mio consiglio è di leggere il libro due volte. La prima dedicandosi solo agli scritti di Karl Kraus e scoprire così uno spaccato letterario e sociale della Vienna del 1910. La seconda dedicandosi solo alle note di Franzen. Ne uscirà una lettura stravagante ma al tempo stesso coinvolgente, come solo pochi scrittori sono in grado di offrire.

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