A pesca di racconti con Cognetti, in un’Italia invasa di romanzi

cognettidi Alessandro Melia

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare”. Inizia così, come un racconto, ‘A pesca nelle pozze più profonde’ (Minimum Fax), il nuovo libro di Paolo Cognetti.Autore di documentari e inchieste sulla narrativa americana, di diari, guide e raccolte, Cognetti è uno scrittore quasi unico nel panorama letterario italiano perchè da sempre fedele al suo primo amore: il racconto. Anche ‘Sofia si veste sempre di nero‘, opera finalista al premio Strega 2013, non è altro che un romanzo composto da dieci racconti autonomi, legati da un filo conduttore che è la vita della protagonista. Con ‘A pesca nelle pozze più profonde‘, invece, Cognetti fa due cose, di cui una necessaria: colma un vuoto (riunendo in un unico testo gli insegnamenti e i segreti dei più grandi scrittori americani – tra i quali Nathaniel Hawthorne, Alice Munro, J.D. Salinger, Raymond Carver, Grace Paley, Ernest Hemingway, Andre Dubus, John Cheever, Flannery O’Connor) ma soprattutto invoglia il lettore, sia il profano che l’appassionato, a leggere racconti. Più andiamo avanti e più proviamo l’impulso di rileggere i capolavori del genere. D’altronde è difficile restare insensibili di fronte a incipit di questo tipo: “In autunno c’era ancora la guerra, però noi non ci andavamo più”, oppure “Di mattina lei mi versa il whisky sulla pancia e se lo lecca tutto, di pomeriggio cerca di buttarsi dalla finestra”, o ancora “Mio marito mi regalò una scopa per Natale. Non era giusto. Nessuno può convincermi che fosse un pensiero gentile”.

Annunciando l’uscita del libro in un post pubblicato sul suo blog, Paolo Cognetti ha scritto: “Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa; piuttosto è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti”. Già, le librerie sono piene di romanzi corposi, ridondanti, ombelicali. Libri dal formato extralarge, che pesano solo a guardarli. “Quando prendo in mano un libro così – diceva Carver – mi sento davvero venir meno il coraggio”. Invece leggere un buon racconto, anche di dieci, sette o tre pagine, è di gran lunga più soddisfacente. Perchè, ci ricorda Cognetti, “sono storie in cui si viene catapultati dentro nel giro di una riga o due. C’è una speciale attenzione verso i gesti, i volti, gli oggetti, il paesaggio, tutto ciò che può essere catturato con gli occhi. Il racconto comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo di storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro”. E’ something glimpsed, qualcosa d’intravisto, per dirla alla Carver.

In Italia di racconti non se ne parla quasi più. Una volta eravamo il Paese di Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Goffredo Parise, Luigi Pirandello, Mario Soldati. Oggi di quel bagaglio di esperienze e sensazioni non c’è rimasto (quasi) più niente. Le case editrici respingono i racconti, a meno che non si tratti di raccolte di scrittori già affermati, come nel caso di Niccolò Ammaniti. Del resto, come ha fatto notare nei giorni scorsi Bruno Arpaia, sono pochissimi gli scrittori che riescono a vivere di letteratura. E quelli che ci riescono, potrei aggiungere, non scrivono racconti. Va un po’ meglio con gli stranieri, ma siamo sempre nell’ambito della nicchia. Glispecializzati italiani, quindi, sono una specie in via di estinzione. Oltre a Cognetti, ci sono Giorgio Falco, Gianni Celati, Michele Mari, Rossella Milone e Luca Ricci. Quest’ultimo è l’autore di una delle raccolte di racconti più originali uscite in Italia, eppure il suo ‘L’amore e altre forme d’odio’ non si trova più come libro di carta. Non sarebbe male se Einaudi lo riproponesse in formato tascabile. Ventuno racconti che mettono a fuoco il momento esatto in cui qualcosa si inceppa nella vita di una coppia o di una famiglia, e dietro l’apparente tranquillità si cela un’aggressività pronta a esplodere. Un senso costante di attesa pervade il libro di Ricci e si impossessa di noi che lo leggiamo. A cominciare dall’incipit del primo racconto: “Si avvicinava il giorno dei morti, e un fantasma gonfiabile attirò la mia attenzione da una vetrina. Presi anche un quaderno”.

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