La poesia è viva. Evviva la poesia

Alcune sere fa sono andato al teatro di Villa Torlonia per ascoltare Giancarlo Pontiggia. Avevo finito di leggere Il moto delle cose, la sua terza raccolta di poesie, ed ero entusiasta di poterlo ammirare dal vivo. Pontiggia era uno dei poeti scelti da Elio Pecora per il suo ciclo di otto incontri ‘Le ragioni della poesia’. Sul palco erano previste anche letture di Silvia Bre, Luca Baldoni e Luca Archibugi. Mentre camminavo lungo il sentiero che da via Spallanzani si inoltra nei giardini di Villa Torlonia, mi chiedevo se in platea avrei trovato il solito nugolo di critici e scrittori che a Roma si spostano da una presentazione all’altra. In realtà ne ero quasi certo. Invece i giovani, in coppia o soli, erano più dei soliti noti. Anzi, superavano gli over sessanta, che spesso rappresentano la maggioranza del pubblico. La serata è trascorsa piacevolmente, tra i poeti che declamavano i propri versi e gli intermezzi musicali di un giovane pianista.

Un paio di giorni dopo, in uno dei circoli letterari che a Roma cercano di sopperire alla mancanza di un luogo istituzionale capace di raccogliere le risorse letterarie della città, la stessa scena si è ripetuta per un dialogo sull’intelligenza della poesia tra Guido Mazzoni e Nanni Balestrini. Gli organizzatori si sono ritrovati a dover gestire una fila di persone che, non avendo prenotato e nonostante il vento freddo, attendevano di capire se sarebbero riusciti a entrare.

Infine giovedì scorso sono andato alla Fondazione Primoli per un incontro con Patrizia Cavalli. Anche in questo caso ad ascoltare il poeta (non scrivo la poetessa perché la Cavalli si è espressamente lamentata di questa definizione) c’erano trenta-quarantenni e, sorpresa, anche qualche ventenne. Così ho pensato: ma se questi incontri in giro per la città sono sempre affollati, se ci sono scuole di scrittura che organizzano corsi di poesia – e non soltanto di narrativa – se le letture pubbliche di poeti italiani del Novecento riscuotono successo (tutto esaurito per le due serate dedicate a Alda Merini allo Spazio Veneziano), se tutto questo accade, allora non è vero che non è più tempo di parlare di poesia, di scrivere poesia, di leggere poesia.

Che le vendite siano poche e le case editrici abbiano sensibilmente diminuito le pubblicazioni, è cosa nota, ma se oggi per poter dire che un romanzo è andato bene bastano mille copie vendute, allora questi ragionamenti contano poco. Conta che la poesia non smetta di essere nutrimento per l’anima dell’uomo. Conta il rapporto che si instaura tra chi scrive e chi legge, tra chi cerca la poesia per esprimere ragione e sentimento e chi, leggendo, percepisce un suono che lo fa vibrare; la parola che si trasforma in un diapason. La poesia è chiamare una certa cosa con il suo nome. E’ creare un’immagine, legata a un tempo passato, che attende di propagarsi nel mondo di qualcun altro.

 

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.

 Che siano limpidi – per guardare il cielo

alto –

 e severi, se così è il tuo animo.

 (Giancarlo Pontiggia)

Un itinerario personale: i migliori libri del 2017 fuori dai ‘migliori’

Quest’anno, un anno complicato e doloroso, mi sarebbe più facile scrivere la lista dei migliori libri che non ho letto e di cui tutti parlano: ‘La ferrovia sotterranea’ di Colson Whitehead, ‘Exit’ di Moshin Hamid, ‘Il ritorno’ di Hisham Matar, ‘Lincoln nel Bardo’ di George Saunders, ‘4 3 2 1’ di Paul Auster, ‘Swing time’ di Zadie Smith. Voglio comunque segnalare quali sono state le letture per me più interessanti, senza commentare ogni singola scelta, nella maggior parte dei casi dettata più dagli umori del momento e dalla necessità di trarre conforto e distrazione.

1. POESIA

Comincio dalla poesia, dove mi sembra ci siano le cose migliori, a partire dai delicati versi di ‘Cedi la strada agli alberi’ di Franco Arminio (Chiarelettere). Ho amato moltissimo ‘Promemoria’ di Andrea Bajani (Einaudi) e ‘Il moto delle cose’ di Giancarlo Pontiggia (Mondadori) che continuo a rileggere per ascoltare come un eco il suono delle parole. Mi hanno colpito anche ‘La pura superficie’ di Guido Mazzoni (Donzelli) e ‘Tutte le poesie’ di Milo De Angelis (Mondadori). Per chi non l’avesse mai letto, consiglio di acquistare ‘Elogio dell’ombra’ di Josè Luis Borges (Adelphi).

2. NARRATIVA

Se dovessi indicare un solo autore da ricordare, farei il nome di Sarah Manguso. Ho letto con piacere e commozione ‘Il Salto’ e ‘Andanza’ (NN editore), due libri diversi tra loro ma che mi hanno conquistato dalla prima parola. Il vincitore del Premio Strega, Paolo Cognetti, con ‘Le otto montagne’ (Einaudi) fa sicuramente parte delle segnalazioni, così come ‘I difetti fondamentali‘ (Rizzoli) di Luca Ricci, Kent Haruf con ‘Le nostre anime di notte’ (NN editore), ‘Manuale d’esilio’ di Velibor Colic (Bompiani) e ‘L’alcol e la nostalgia’ di Mathias Enard (E/O). Ad agosto ricordo di aver divorato ‘Le stelle fredde’ di Guido Piovene (Bompiani).

3. SAGGISTICA

E’ il settore che pratico di più, quello da cui attingo come nutrimento per la mente. Prima di fare le dovute distinzioni, non posso non citare il testo che maggiormente ho consultato, sì direi che consultato è il termine esatto: ‘Il libro contro la morte’ di Elias Canetti (Adelphi).

Diari, biografie, memoir: ‘Oltre i sogni’ di Colin Wilson (Atlantide), ‘L’ultimo rifugio’ di Imre Kertész (Bompiani), ‘Tra loro’ di Richard Ford (Feltrinelli) e ‘Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste’ di Cristina Battocletti.

Culture, critica letteraria: ‘Troppe cose a cui pensare’ di Saul Bellow (Sur), ‘L’arte di narrare’ di James Salter (Guanda), ‘L’arte della fuga’ di Fredrik Sjoberg (Iperborea), ‘Scritti a mano’ di Matteo Motolese (Garzanti), ‘Il mistero della creazione artistica’ di Stefan Zweig (Pagine d’arte).

Viaggi e dintorni: ‘Bagliori da San Pietroburgo’ di Jan Brokken (Iperborea), ‘Il disordine del mondo’ di Stefano Scanu (Ediciclo), ‘Galizia’ di Martin Pollack (keller), ‘In viaggio verso Jheronimus Bosch’ di Cees Noteboom (Jaca Book).

Infine ‘Il bisogno di pensare’ di Vito Mancuso (Garzanti), ‘Autoritratto nello studio’ di Giorgio Agamben (Nottetempo) e ‘Confabulazioni’ di John Berger (Neri Pozza).

Discorsi da una libreria antiquaria romana /12

“Hai sentito Kim?”. “Chi?”. “Kim, er ciccione coreano. Ha detto che vole fa espolde na bomba all’idrogeno”. “Quello è matto fracico”. “Ha chiamato Trump cane rabbioso”. “Bè su questo c’ha ragione. Pure quell’altro ma lo senti che dice? Stamo in mano a due pazzi”. “Trump me ricorda Charlie Chaplin quando prendeva per culo Hitler”. “Seee ammazza quanto sei delicatino…Trump è na specie de Grillo sadico”. “Me sa che faremo tutti na brutta fine”. “Ma secondo te Kim e Trump li leggono i libri?”. “Aò ma allora sei scemo. Ma manco sanno che è un libro”. “Secondo me invece Trump se legge quelle storie de guerra e massacri e sangue con la saliva alla bocca. Oppure le riviste porno”. “Ecco già è più probabile. Mo te dico na cosa: per salvà sto mondo ce vorrebbe uno come Albert Camus. Uno che tutti leggono e ascoltano, un gigante che apre le menti dei giovani, uno che va al Premio Nobel e dice…”. “Che dice?”. “Aspè che te leggo…ecco dice: ‘Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga’.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /11

“Finalmente sei tornato! Era ora che aprissi”. “Aò, lo sai che le ferie so’ sacre”. “Sì ma ‘n s’è mai visto un libraio che se fa un mese di vacanza”. “A parte che ad agosto non entra n’anima, ma perché tu non sei partito?”. “So annato a Ladispoli la settimana de feragosto, poi so stato a Roma”. “Io so stato un mese in un paesino della Sardegna, stavo così bene, so pure riuscito a legge in santa pace”. “Che te sei letto?”. “La storia del Grand Tour”. “La corsa di ciclismo?”. “Macché ciclismo, senti questo! Il Grand Tour era il viaggio che nel Seicento i giovani inglesi, francesi e tedeschi facevano verso l’Italia”. “E che venivano a fa?”. “Per il clima, le antichità, le corti, le forme di governo, le università”. “Capirai…oggi invece vengono per fasse le foto, magnà a imbuto e sentisse padroni delle città. Ce sta Venezia che tra ‘n po’ affonda”. “Sì ma so pure na massa de ignoranti”. “C’hai ragione, ad agosto so annato in centro, stavano tutti a mollo nelle fontane”. “Non è quello. Col caldo che faceva lo posso pure capì, ma ce fosse stato uno co un libro in mano. Cioè stai a Roma…voi mette legge coi piedi nella fontana der Bernini invece che ner bidè de casa?”.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /10

“Oh, finalmente sei arrivato”. “Che succede?”. “Non ce posso ancora crede”. “Ma cosa? Dimmi!”. “Qualcuno ci spia”. “Chi ci spia?”. “Non lo so”. “Allora che ne sai che ci spia? “. “Ascolta: oggi è venuta na cliente, na signora in pensione che passa i pomeriggi su internet, e m’ha detto che da un po’ di tempo je capita de legge certi ‘Dialoghi da una libreria antiquaria romana’ scritti da un tale che non sa chi sia. La signora me n’ha fatto legge uno…aò siamo noi…anzi sembriamo noi”. “Siamo o sembriamo?”. “Boh…mi pare che siamo noi”. “Ma chi è quello che li scrive?”. “Te sto a dì che non lo so…dev’esse uno che pensa de fasse bello con noi”. “E come fa a sapere quello che diciamo?”. “E’ questo che non me spiego”. “Ce sarà un registratore nascosto”. “Macchè…con tutti i libri che sposto ogni giorno me ne sarei accorto”. “E allora?”. “Ho pensato che…non t’offende eh…”. “Che hai pensato?”. “Ho pensato che gliele raccontassi tu le cose…”. “Ma sei matto?”. “Oh allora mica lo so come fa”.

(Voce di un uomo alle loro spalle): “Sono invenzioni”.

“Come?”. “Invenzioni?”.

“Li ho letti anch’io quei dialoghi. E’ fiction”.

“Ma certe cose io le ho dette….almeno mi pare…”.

“Signori, siamo in una libreria, dovreste sapere che una cosa inventata raccontata bene diventa vera. E’ il principio della letteratura”.

“Mi sta dicendo che siamo diventati i personaggi de na storia?”.

“Parrebbe di sì”.

“E adesso?”. “Già, e adesso che famo?”. “Dobbiamo scoprire chi è quello che scrive di noi. Tanto è uno che viene qua, so sicuro”. “Sarà un maniaco dei libri. Ndo scappa”.

(L’uomo si avvia verso l’uscita): “E’ stato un piacere signori, buona continuazione”.

Dialoghi da una libreria antiquaria /9

“Certo che a legge i giornali viè da piagne”. “Già”. “Guerre, epidemie, ammazzamenti, gente che se frega i sordi…”. “Er monno è impazzito, non se salva più niente ormai”. “Certe volte me verrebbe voglia di chiudermi dentro na torre”. “Come Montaigne!”. “Chi?”. “Montaigne, quello che ha scritto i Saggi”. “Ah, stava dentro na torre?”. “A ‘n certo punto della vita ha lasciato i suoi incarichi e s’è ritirato con un migliaio di libri“. “Ha fatto bene!”. “Dai libri ha estratto cinquantasette sentenze che fece iscrivere sulle travi del soffitto”. “Pensa te…e che ce stava scritto?”. “Soprattutto frasi di filosofi greci sul senso della vita, sulla storia, sugli uomini…”. “Tipo?”. “Mo te ne leggo qualcuna…aspè…ecco, ‘La vita più dolce sta nel non pensare a niente'”. “Vero”. “‘Il genere umano è troppo desideroso di frottole'”. “Vero”. “‘Godi in letizia del presente, le altre cose non dipendono da te'”. “Vero”. “‘Nessun uomo ha mai saputo nè saprà mai nulla di certo'”. “Vero. Aò, me piace sto Montaigne”. “Allora fai come lui e cercate na torre, i libri non te mancano”. “Quasi quasi…”. “E sur soffitto che ce fai scrive?”. “Passame il libro…mmm…ecco questo: ‘Ed anche sul più alto trono della terra non siamo seduti che sul nostro culo'”.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /8

“Oggi c’ho ‘n sonno…non riesco a tenè l’occhi aperti”. “Non hai dormito?”. “Ma che ne so, m’è pijata l’insonnia”. “Brutta bestia”. “So giorni che me distendo e niente, non dormo”. “Come Ravel!”. “Ravel?”. “Sì, Ravel, il compositore”. “Era insonne?”. “Ammazza, praticamente non ha dormito per tutta la vita”. “Poraccio”. “Secondo lui c’erano quattro tecniche per provare a dormire”. “Ah sì? Sentiamole”. “Prima tecnica, immaginare una storia”. “Fatto”. “Seconda tecnica, trovare la posizione migliore”. “Fatto”. “Terza tecnica, contare le pecore”. “Fatto”. “Quarta tecnica, prendere dei sonniferi”. “Fatto pure questo. Non me pare che Ravel c’avesse grande fantasia”. “Aò, con me la prima tecnica funziona benissimo”. “Ah sì, e che te immagini?”. “D’entrà qua dentro e di cercare un libro, non so bene che libro è, so solo che c’è, ma non so dove sia quindi inizio a cercare, a spostare, a impilare, e intorno a me intanto i libri crescono, aumentano sempre di più, ce ne sono di tutti i colori e di tutte le forme, ma non mi schiacciano, anzi mi tengono compagnia, e io mi sento bene, sono felice di essere circondato da tutti questi libri, sono così felice che inizio a gridare ‘Sono vostro! Sono vostro! E poi…ehi, ma che te sei addormentato?”.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /7

“Ammazza quanta roba! Sembra de sta ar mercatino”. “Eh magari, quelli armeno du sordi li fanno”. “Ma da dove arriva?”. “So gli oggetti dello studio di un signore che viveva nel palazzo di fronte. E’ morto qualche giorno fa e la vedova mi ha chiesto se potevo liberare la stanza”. “E che ce fai mo co ste cose…cartoline, portapenne, tagliacarte, quadretti, un mappamondo, una vecchia pipa…”. “Provo a venderli, tanto agli oggetti non importa nulla della nostra vita, ma a noi interessa molto la storia di questi essere feroci che invadono il nostro mattino”. “Che frase! Ma sei un poeta!”. “Ma mica è mia. E’ de Alda Merini”. “Ah, me pareva…”. “E’ ‘na poesia sugli oggetti che finisce così: ‘Questi esseri che si svegliano con noi all’alba e che continuano a ripetere crudeli: Sei ancora qui con noi, ancora una volta viva’”. “Aò, m’hai fatto venì er magone”. “Eh ma Alda era Alda, oggi non la legge più nessuno ma era na grande”. “Senti ma…quanto voi per la pipa?”.

Dialoghi da una libreria antiquaria romana /6

“Aò, che è quella faccia?”. “Lascia sta, m’hanno appena rubato un libro”. “Ma che davero? E chi è stato?”. “E’ quello er problema…”. “Cioè?”. “Un cliente storico, uno che viene da vent’anni, un magistrato in pensione”. “E che s’è rubato?”. “Un volume da duemila euro”. “Hai capito er magistrato”. “Da me non l’aveva mai fatto, ma in altre librerie lo conoscono, non so se me spiego…”. “Ah, pure!”. “Lo hanno soprannominato Guglielmo”. “Guglielmo?”. “Sì, come Guglielmo Libri, quel matematico che nel 1848 in Francia si rubò migliaia di libri dalle biblioteche pubbliche e fu costretto a scappare in Inghilterra. Lui negò sempre i furti, ma quando morì gli ritrovarono in casa oltre quarantamila manoscritti rarissimi”. “Che roba!”. “Furbo Guglielmo eh?”. “Sì, però lo sai mejo de me che uno se può rubà tutti i libri del monno, ma non riuscirà mai a leggerli prima de morì”. “Già. Coi libri si esce comunque sconfitti…”.

Dieci libri del Novecento italiano da riscoprire quest’estate

Accertato che: A) d’estate la gente legge (sarà poi vero?); B) qualsiasi editorialista o critico letterario o scrittore o blogger o ufficio stampa si sente in dovere di consigliare libri per l’estate; C) “se vi vedono in spiaggia con Siddharta di Hermann Hesse ci farete la pessima figura che meritate perché lo hanno letto tutti” (Manganelli); mi accingo a presentare dieci libri quasi del tutto scomparsi dal panorama editoriale. Sono dieci romanzi, o raccolte di racconti, di scrittori del Novecento italiano che per stile, repertorio di parole, originalità e contenuti, hanno pochi eguali. Purtroppo per loro – e per noi – sono finiti nel dimenticatoio. Meno ripubblicati del gruppo dei più noti (Calvino, Moravia, Pavese, Gadda, Levi, Morante, Ginzburg, Buzzati, Ortese, Landolfi, Arbasino) basta iniziare a leggere le loro storie per essere attirati come le mosche al miele. Ma chi sono? Eccoli in ordine sparso: Arpino, Chiara, Soldati, Cassola, Bilenchi, D’Arzo, Pomilio, Bassani, Bufalino e Zavattini. Come ho già detto, li ho scelti un po’ perché non ne parla più nessuno, un po’ perché per trovare i loro libri è necessario frequentare anche le librerie d’occasione, ed è sempre un’esperienza utile e divertente, un po’ perché ci ricordano com’era l’Italia quaranta o cinquanta anni fa, e un po’ perché parlano di temi estivi come il viaggio, la memoria, gli spettri, gli incontri amorosi. Di ogni libro riassumerò la trama, citerò la casa editrice e riporterò gli incipit, che sono delle vere e proprie lezioni di scrittura.

 

 

Giovanni Arpino – Passo d’addio (Einaudi)

Trama:

Sei personaggi (un vecchio professore filosofo-matematico, il suo miglior allievo, due anziane signorine, un pizzaiolo, una ragazza irrequieta) alle prese con una scelta drammatica. Un delitto? Un peccato mortale? Un gesto proibito? In ogni caso una vicenda che riguarda tutti noi.

Incipit:

“La vita o è stile o è errore”.
Tracciate da un’incerta grafia queste parole spiccano sulla lavagna tra ghirigori matematici, formule e calcoli resi ormai indecifrabili da successive cancellazioni. Due linee sfrecciavano però, ancora nitide, da quell’“errore” per suggerire altre possibili conclusioni: “sciagura” e “idiozia”.
Il giovane Carlo Meroni aveva occhieggiato la frase mascherando il solito imbarazzo. Ogni domenica veniva omaggiato con una nuova massima. La lavagna costituiva infatti il labile diario del suo vecchio maestro, il professor Giovanni Bertola, docente di matematica da tempo in pensione. Carlo Meroni gli dedicava il pomeriggio festivo con una fedeltà che ad osservatori superficiali sarebbe apparsa perlomeno singolare.

 

Mario Soldati – Storie di spettri (Mondadori)

Trama:

Venti “ghost stories” condotte sul filo di fatti, incontri, emozioni di ogni giorno. Soldati ci porta nei suoi luoghi letterari prediletti: Torino, Roma, Genova, la pianura padana, il Lago Maggiore, la Valsolda.

Incipit (da Il tarocco numero 13):

Se dovessi dire perché, da qualche anno, vengo a passare le feste in questa piccola città dell’alta valle di Susa, risponderei: “Perché qui, in un vecchio albergo, c’è una porta imbottita di pelle che dà direttamente sulla scala ai piani superiori: e nel centro di questa porta, una losanga di vetro”.
Attraverso la losanga di vetro si vedono soltanto gli scalini con la loro guida di felpa rossa: nient’altro. Ma quel rosso e quella figura geometrica hanno per me un incanto misterioso. Immobile nel corridoio, non mi stanco di guardare.

 

Cesare Zavattini – Parliamo tanto di me (Bompiani)

Trama:

Primo libro di Zavattini, scritto all’età di 27-28 anni mentre il padre moriva di cirrosi epatica. Storia di un uomo che di notte viene svegliato da uno Spirito che lo guiderà in un viaggio nell’aldilà alla scoperta di Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Incipit:

La notte del 17 gennaio 1930 leggevo un romanzo d’amore. Il fuoco crepitava nel camino. Coricato nel soffice letto, interrompevo ogni tanto la lettura per ascoltare i sibili del vento fra gli alberi della foresta. I vetri tersi della finestra lasciavano scorgere il cielo pallido e due alberi, sulla collina, ornati di neve. Guardai il pendolo: segnava le due. Spensi la luce, mi rannicchiai sotto le coltri. – Dormiamo – dissi.

 

Romano Bilenchi – Gli anni impossibili (Rizzoli)

Trama:

Trittico di storie di formazione unite da un filo invisibile, raccontano l’approssimarsi alla vita di un ragazzo che si trova davanti a ostacoli e problemi imprevisti e sconosciuti.

Incipit:

L’anno della siccità segnò il culmine dell’amicizia tra me e mio nonno.
Da otto mesi il nonno e la nonna avevano smesso di lavorare e abbandonato l’albergo tenuto in affitto fino dalla loro giovinezza, nel quale, dopo un’incessante faticosa lotta, erano riusciti a mettere insieme un discreto capitale. Si erano ritirati nella casa acquistata in via dei Tre Mori dove anche io ero andato ad abitare con la mamma e col babbo. Il nonno, però, non riusciva a godere del libero riposo come si era ripromesso nel compiere quel doloroso quanto risoluto passo da una vita varia e prodigalmente attiva ma schiava dei bisogni e dei capricci del primo venuto, a un’altra inoperosa sì ma tutta disponibile, da riempirsi di soli piacevoli svaghi, di faccende soltanto volontarie.

 

Giorgio Bassani – L’Airone (Feltrinelli)

Trama:

Storia dell’ultima giornata di vita del cacciatore Edgardo Limentani, ambientato nell’inverno del 1947 tra Ferrara, Codigoro e il Po. Si tratta dell’ultimo romanzo di Bassani, che vinse il premio Campiello nel 1969. Dalla quarta di copertina: romanzo sul malessere esistenziale onnicomprensivo che pervade ogni aspetto della realtà.

Incipit:

Non subito, ma risalendo con una certa fatica dal pozzo senza fondo dell’incoscienza, Edgardo Limentani sporse il braccio destro in direzione del comodino. La piccola sveglia da viaggio che Nives, sua moglie, gli aveva regalato tre anni fa a Basilea in occasione del suo quarantaduesimo compleanno, continuava, nel buio, a emettere a brevi intervalli il suo suono acuto e insistente, anche se discreto. Bisognava farla tacere.

 

Silvio D’Arzo – Casa d’altri (Einaudi)

Trama:

L’incontro tra un prete da sagre, confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai nulla, e Zelinda, una vecchia che passa le giornate lavando i panni nel fiume, senza avere contatti con la gente. Un giorno, però, lei chiede al prete di derogare a una “regola” della Chiesa cattolica.

Incipit:

All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane.
Tutti alzammo la testa.
E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.
Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, due o tre donne di casa, e più in là qualche vecchia del borgo. Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene. La stessa cosa per noi in certo senso.

 

Gesualdo Bufalino – Argo il cieco (Bompiani)

Trama:

Diario-romanzo di un vecchio (lo stesso autore forse, o forse no) che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso comici o tragici racconti, la sua povera vita.

Incipit:

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo; quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su un prone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

 

Carlo Cassola – Il taglio del bosco (Mondadori)

Trama:

Storia di un uomo, Guglielmo, rimasto vedovo, con due bambine, che cerca per disperazione la sua pace nel lavoro. Intorno a lui ruotano quattro personaggi, tra i quali una donna, Fiore.

Incipit:

Dopo Montecerboli i viaggiatori si ridussero a cinque: un giovanotto, un uomo, due donne e un bimbo.
Il fattorino si fregò le mani:
– Siamo proprio in famiglia, stasera, – disse soddisfatto.
L’uomo in fondo sorrise, poi si mise a guardare fuori del finestrino, benché non si vedesse nulla a causa del buio.
Era un uomo dall’apparente età di trentasette-trentott’anni. Indossava una giacca col bavero di pelliccia consunto per l’uso, e teneva il cappello leggermente rialzato sulla fronte. Aveva il viso magro, il naso diritto, le labbra ferme, le mani ossute e robuste.

 

Piero Chiara – L’uovo al cianuro e altre storie (Mondadori)

Trama:

La vita di provincia fra storie drammatiche e umoristiche, tra misteri e passioni. Secondo Dino Buzzati ‘Ti sento, Giuditta’ è il racconto ideale, tanto che lo teneva sulla sua scrivania durante gli anni al Corriere della Sera.

Incipit (da Ti sento, Giuditta):

Più di una volta, da ragazzo, gironzolando sul porto avevo notato che uno dei più seri frequentatori del Caffè Clerici, Amedeo Brovelli, ex commerciante ritirato dagli affari con poca rendita, nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo, coi capelli grigi arruffati dal vento che lo prendeva di spalle. Non pescava e neppure abbassava gli occhi sullo specchio d’acqua del porto, ma teneva lo sguardo rivolto verso il paese, senza espressione, come se guardasse nel vuoto.

 

Mario Pomilio – Una lapide in via del Babuino (Avagliano)

Trama:

Uno scrittore anziano scopre in un suo vecchio quaderno d’appunti l’abbozzo di una possibile storia. Una storia che non ha trovato la sua forma e non è diventata un libro. Lo stimolo era venuto da una lapide posta sulla facciata di un palazzo romano.

Incipit:

Adesso s’accorgeva d’essere stato felice senza saperlo. Ma questo pensiero, invece d’amareggiarlo, gli procurava una curiosa sensazione di serenità. Era come scoprire d’aver accumulato, a poco a poco e senza quasi essersene accorto, una piccola riserva di cose buone da ricordare, che gli avrebbero consentito di vivere di rendita a patto che lui sapesse farle fruttare. Altrimenti non si spiegava perché da tanto tempo si sentisse così bisognoso di memorie e attendesse con tanta cura a difenderle da ogni sperpero.

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