A Roma il lettore è in via di estinzione

borromini2A Roma il lettore è una figura in via di estinzione. E’ rimasto solo il lettore forte, che però spesso corrisponde a un addetto ai lavori. A questo pensavo una decina di giorni fa mentre mi spostavo da una sala all’altra dell’Auditorium per seguire gli incontri in programma a ‘Libri come’, la festa del libro e della lettura, giunta alla settima edizione. La manifestazione, nonostante il budget ridotto e un giorno di programmazione in meno, ha registrato 20 mila presenze. Siamo lontani dalle 40 mila della prima edizione o dalle 35 mila degli anni successivi, ma lo zoccolo duro dei lettori forti non ha tradito le aspettative. A colpo d’occhio, però, era evidente l’assenza di lunghe file alle biglietterie – memorabili quelle per Umberto Eco, Roberto Calasso, Emmanuel Carrère – o di code per farsi autografare il libro. Dov’erano finiti gli adolescenti, che l’Istat ci ha detto essere i maggiori consumatori di libri, o le signore che un tempo seguivano i dialoghi con gli scrittori e poi si fermavano a discuterne al bar? Ho sentito qualcuno dare la colpa alla paura del terrorismo, ma la realtà era un’altra. Quei lettori non c’erano a causa dell’atteggiamento che la città ha rispetto alla cultura.

A Roma il lettore ha smesso di girare per librerie perché molte di quelle che frequentava sono state chiuse; quando compra un libro sa già che difficilmente potrà ascoltare chi l’ha scritto perché le presentazioni di libri – soprattutto quelle delle maggiori case editrici – avvengono principalmente nelle città del Nord Italia; attende l’organizzazione di una fiera o di un festival, ma non è detto poi che ci partecipi perché la comunicazione degli eventi, per mancanza di fondi, è sempre più scarsa in questa città. Così, piano piano, se ne dimentica. Trascura la passione della lettura così come trascura la città in cui vive. Nella Roma travolta dalle inchieste giudiziarie, dove il degrado sembra ogni giorno avere la meglio e i soldi hanno smesso di girare, la cultura non può che soccombere. Lo dicono i dati: per la Confcommercio il 54% delle imprese culturali registra un peggioramento dell’andamento economico nell’ultimo triennio. Lo dicono le chiusure: 50 librerie in quattro anni, 42 cinema in dieci anni e il fallimento dei teatri. Come si è arrivati a questo punto? Le cause sono molteplici: la crisi economica, il caro affitti, la riduzione degli investimenti. Il motivo principale, però, resta sempre lo stesso: l’assenza di volontà politica.

Roma soffre della mancanza di un progetto culturale di ampio respiro, condiviso dalle istituzioni, in cui i cittadini possano riconoscersi. L’ultimo risale ai tempi di Gianni Borgna. Emblematico è il caso della Casa delle Letterature, ospitata nel complesso borrominiano dell’ex Oratorio dei Filippini a Piazza dell’Orologio. La struttura è guidata dal 2000 da Maria Ida Gaeta, che dirige anche ‘Letterature. Festival internazionale di Roma’. Un luogo simile dovrebbe avere una programmazione quotidiana di alto livello, come avviene al Circolo dei Lettori di Milano e Torino, fatta di presentazioni, corsi, dialoghi con gli autori italiani e stranieri, gruppi di lettura, mostre, co-working, ristorazione. In poche parole dovrebbe essere il cuore pulsante della cultura a Roma. Invece basta consultare il sito internet per rendersi conto del suo scarso utilizzo e di un programma qualitativamente inferiore a Milano e Torino. Si potrà ribattere che a Roma, rispetto alle città del Nord, mancano gli investimenti da parte delle Istituzioni e questo è senz’altro vero. Ma la città ha al suo interno una comunità letteraria composta di gruppi di lettura, piccoli festival, corsi e concorsi di scrittura: energie che potrebbero non soltanto rianimare il panorama culturale, ma far conoscere la Casa delle Letterature al pubblico romano. E’ cambiando gli atteggiamenti che si ottengono risultati a volte incredibili, come quello raggiunto dal Teatro Piccolo che quest’anno ha registrato più abbonati di Inter e Milan. Spetterà invece al futuro sindaco di Roma tornare a investire sulla cultura e lavorare affinché si torni a una dimensione ravvicinata, che alimenti la passione e la curiosità dei lettori che oggi, sentendosi smarriti, hanno smesso di frequentare la città.

* L’articolo è stato pubblicato sul portale dell’Agenzia Dire

A Roma il lettore e’ in via di estinzione, eppure basterebbe “aprire” la Casa delle Letterature

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Gli italiani non leggono la poesia.

Gli italiani non leggono la poesia. La considerano difficile, noiosa, superata. Appena qualcuno gliene parla assumono un’espressione di indifferenza o provano quel senso di costrizione sviluppato al tempo degli studi. Non sanno cosa si perdono. Non sanno che la poesia è volo dell’anima e del corpo, è pienezza della vita. Se avessero la pazienza di leggere non solo con gli occhi, ma di entrare nelle parole, di afferrarne la complessità, potrebbero godere di infinite meraviglie.

Oggi, nella Giornata mondiale della poesia, voglio ricordare uno dei poeti più grandi d’Italia: Sandro Penna. Di lui non si parla più e per acquistare le raccolte delle sue poesie bisogna affidarsi alle librerie antiquarie o d’occasione. A chi non legge poesia, consiglio di iniziare da lui. Con pochi tratti Penna dischiude il suo mondo e ci consegna il dono della poesia, che è sempre un oscillare tra la bellezza della vita e il dolore del mondo.

Amavo ogni cosa del mondo

“Amavo ogni cosa del mondo. E non avevo
che il mio bianco taccuino sotto il sole”

I migliori libri del 2015

I libri che nel 2015 mi hanno stupito, appassionato, fatto riflettere, e da cui ho potuto cogliere un frutto e farlo mio, sono questi.

Cees Noteboom – Tumbas (Iperborea)
Michele Mari – Asterusher (Corraini)
Iosif Brodskij – Conversazioni (Adelphi)
Franco Marcoaldi – Il mondo sia lodato (Einaudi)
Timothy Brook – Il cappello di Veermer (Einaudi)
Fredrik Sjoberg – L’arte di collezionare mosche (Iperborea)
Giorgio Pressburger – Racconti triestini (Marsilio)
Michel Houellebecq – Sottomissione (Bompiani)
Stefan Zweig – Casanova (Castelvecchi)
Julio R. Ribeyro – Scritti Apolidi (La nuova frontiera)
Ferenc Karinthy – Epepe (Adelphi)
Israel J. Singer – Sender prager (Adelphi)
Jenny Offill – Sembrava una felicità (NN editore)
Edgardo Franzosini – Questa vita tuttavia mia pesa molto (Adelphi)

Ne ho ancora 3, che leggerò durante le feste o subito dopo:

Miguel Bonnefoy – Il meraviglioso viaggio di Octavio (66thand2nd)
Maxim Biller – Taci, memoria (L’Orma editore)
Stefan Zweig – La collezione invisibile (Pagine d’arte)

Bonus:

Renè de Chateubriand – Memorie d’Oltretomba (Einaudi) *appena i soldi me lo consentiranno

 

A Roma si mangia, non si legge. Ecco perché sarà il Giubileo dei non lettori

IMG_20150806_111935Roma. Un chilometro e settecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Venezia da Piazza del Popolo. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Due. Milano. Un chilometro e cinquecento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza San Babila da Largo Cairoli. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Dieci. Torino. Un chilometro e cento metri. E’ la lunghezza che separa Piazza Carlo Felice da Piazza Castello. Quante librerie ci sono in questo tragitto o nei paraggi? Quattordici. Si obietterà: ma il centro di Roma è molto più grande, almeno il triplo di Milano e Torino. Sì, è vero. Ma se allarghiamo lo sguardo a tutto il centro storico della Capitale, le librerie che hanno chiuso in questi anni sono molte di più di quelle rimaste. A Milano alcune di quelle storiche sono state ristrutturate (Rizzoli, Feltrinelli) e ne sono arrivate di nuove (come Open, 1.000 metri quadri dove poter leggere, studiare e navigare gratuitamente, con servizio di ristorazione). Pochi giorni fa, a Brera, ha aperto Laboratorio Formentini, uno spazio messo a disposizione dal Comune per promuovere l’editoria libraria. Inoltre resiste a due passi dal Duomo la manifestazione ‘Vecchi libri in piazza’, che richiama una domenica al mese migliaia di appassionati di libri antichi, rari e fuori catalogo.

A Roma le librerie continuano a morire nell’indifferenza delle istituzioni. Pochi giorni fa ha chiuso uno dei luoghi più amati dai cittadini: Palazzo Incontro, in via dei Prefetti. Uno spazio polifunzionale che comprendeva la libreria Fandango, la caffetteria con sala per il brunch e il museo dedicato alle mostre di fotografia e fumetti. L’edificio è tornato in mano a Bnp Paribas, la banca che gestisce il fondo in cui sono confluiti gli immobili della Provincia di Roma. Comune e Regione sono intervenute? No. Il mantra è sempre lo stesso: “mancano i soldi”. Piccole o grandi, tutte non hanno avuto scampo: Amore e Psiche, Bibli, Croce, Flexi, Herder, Red Feltrinelli, Feltrinelli di via del Babuino, Messaggerie, Mondadori Trevi, Remainders, Arion Veneto, Giunti a piazza Santi Apostoli. I numeri sono impietosi: cinquanta chiusure negli ultimi quattro anni; oltre cento in dieci anni. Il Comune di Roma è stato uno spettatore complice, anche nel caso di ‘Pagine romane’, la fiera del libro usato e d’occasione andata in scena per due domeniche nel 2013 all’Esquilino e poi chiusa per sempre.

A Roma si mangia, non si legge. Lo stesso trattamento è stato riservato alle botteghe storiche, se consideriamo che ad esempio via dei Coronari, un tempo regno degli antiquari, conta oggi 72 locali su 120 di ristorazione. Le gelaterie, i fast food, i negozi di strada aumentano a dismisura. Ma Roma ha una peculiarità: è una città che partecipa. Quando si dà la possibilità ai romani di essere protagonisti della vita cittadina, la risposta è sempre positiva. Lo dimostrano i numeri del Festival delle Letterature a Massenzio (400 mila presenze dal 2002), della Fiera della piccola e media editoria (circa 55 mila presenze l’anno), di ‘Libri come’ (circa 30 mila presenze l’anno) e delle decine di manifestazioni più piccole che, con fatica, vengono organizzate in periferia.

Sarà quindi il Giubileo dei non lettori, ed è un peccato perchè le strutture ci sono. La Casa delle Letterature, a piazza dell’Orologio, è forse il luogo meno sfruttato della Capitale. Ogni tanto qualche presentazione, ogni tanto qualche mostra. Stop. Possibile? Un luogo così dovrebbe avere una programmazione quotidiana di alto livello, come avviene a Milano o a Torino con il Circolo dei Lettori, fatta anche di corsi, incontri con gli autori, gruppi di lettura, tecnologie, ristorazione. Le biblioteche sono lasciate ammuffire, a partire da quella Nazionale a Castro Pretorio che dispone di un anfiteatro all’aperto poco utilizzato. L’impressione è che manchi la volontà di aprirsi alle centinaia di realtà letterarie presenti nella Capitale, per mettere a disposizione degli spazi che i cittadini (e quest’anno anche i pellegrini) possano usufruire.

 

* L’articolo è stato pubblicato dall’agenzia Dire e fa parte di un’inchiesta divisa in due parti sullo stato culturale di Roma.

http://www.dire.it/25-09-2015/18156-e-realmente-possibile-oggi-parlare-bene-di-roma-2/

Dopo la prima parte dedicata alle librerie di Roma, l’analisi del panorama culturale della Capitale continua con i cinema, i teatri e i musei.

CINEMA

Sono 40 le sale cinematografiche che a Roma hanno chiuso negli ultimi dieci anni. Alcune sono state occupate o gestite da movimenti, altre sono state trasformate in sale Bingo, altre ancora sono rimaste abbadonate. Fa una certa impressione metterle in fila una dietro l’altra: Academy Hall, Airone, America, Apollo, Archimede, Astor, Astra, Aureo, Augustus, Avorio, Belsito, Capitol, Capranichetta, Cinestar Cassia, Delle Arti, Diamante, Embassy, Empire, Excelsior, Gioiello, Gregory, Holiday, Horus, Impero, Metropolitan, Missouri, New York, Palazzo, Paris, Piccolo Apollo, Preneste, Puccini, Quirinale, Rialto, Ritz, Rivoli, Roma, Sala Troisi, Tristar e Ulisse. Da quasi un anno esiste una memoria di Giunta comunale in cui sono riportate le linee guida per riconvertire le sale abbandonate prima del 2013 in centri polifunzionali (artigianato, co-working, librerie, ludoteche) ma anche case per gli studenti o appartamenti da vendere o uffici da affittare. La nuova amministrazione dovrà decidere se proseguire su questa strada o sceglierne un’altra.

TEATRI

Se le librerie e i cinema si sono dovuti piegare a chiusure di massa, i teatri hanno retto meglio l’onda d’urto della crisi. Finora, però. Perché il 2014 è stato il peggiore degli ultimi cinque anni per riduzione del numero di spettacoli e riduzione di introiti al botteghino. Dopo i casi eclatanti del Teatro Valle, del Teatro dell’Opera e dell’Eliseo, riaperto da poco da Luca Barbareschi, adesso a rischio sono i teatri privati, quelli con meno di 150 posti. Una situazione difficile, che rischia di aggravarsi visto che il fondo unico per lo spettacolo 2015-2018 è passato dallo 0,8% allo 0,2% del Pil. Per non parlare del confronto con le altre città. Basti pensare che il Comune di Milano stanzia 4,3 milioni di euro per il Piccolo, il Comune di Torino ne dà 4 al suo Stabile, il Comune di Roma si ferma a 2,7 milioni per il Teatro di Roma (Argentina e India). L’unica nota positiva riguarda la qualità dell’offerta, fino a qualche anno fa votata alla ripetizione di testi di autori classici (Pirandello, Goldoni, Shakespeare, etc.) ma soprattutto all’intrattenimento (commedie e cabaret). Roma sembrava essere stata colpita da una sorta di sindrome del Bagaglino. Oggi il panorama è più eterogeneo, con una varietà di proposte che contaminano la musica, la letteratura, l’arte; in generale si riscontra una maggiore attenzione a tutti i tipi di pubblico e questo, in una città che sembra non avere più a cuore la cultura, è senz’altro un merito.

MUSEI

Sui musei è necessario operare delle distinzioni. Ci sono quelli civici, una ventina in tutto, che nonostante le risorse scarse sono riusciti a risalire nelle presenze (+5,9% tra il 2013 e il 2014, ma il 2015 potrebbe terminare in leggero calo) e a proporre delle mostre in linea con i gusti del pubblico. La decisione di rendere gratuiti i musei ogni prima domenica del mese ha permesso un incremento del 94,1% in un anno, mentre le domeniche gratuite per i residenti a Roma e nella città metropolitana hanno portato 90 mila persone nei musei. Le migliori performance le hanno segnate i Musei Capitolini (470.823 presenze) e l’Ara Pacis (307.668). Anche il Macro è tornato a crescere dopo il clamoroso -52% registrato due anni fa, mentre il Museo di Roma in Trastevere, per la sua struttura, ha potenzialità superiori ai circa 30 mila biglietti che stacca ogni anno. Oltre ai musei civici, a Roma c’è poi il Polo Museale del Lazio (competente su 45 siti tra cui il Vittoriano, Castel Sant’Angelo e il Museo Andersen), il Palaexpo e le Scuderie del Quirinale in dotazione alla presidenza della Repubblica, e una sterminata galassia di fondazioni e gallerie private. In generale la qualità dell’offerta si è abbassata, le ‘grandi mostre’ sono sempre di meno (una volta a Roma c’erano le code, ora è sempre più raro vederle) e la tendenza è quella di andare sul sicuro riproponendo ciò che già ha riscosso successo (l’Impressionismo non manca mai). Osare di più non guasterebbe, il pubblico romano ha dimostrato da tempo di essere affezionato e di saper ripagare gli sforzi, quando ne vale la pena.

 

Leggendo Natalia Ginzburg ho capito la letteratura di oggi. Non è vero che ha smesso di pensare

di Alessandro Melia

ginzburgDopo aver letto in rapida successione Le piccole virtù, Mai devi domandarmi, Non possiamo saperlo e Vita immaginaria, mi sembra di non poter fare più a meno di Natalia Ginzburg. Forse perché i suoi scritti, mai conformisti e mai pretenziosi ma di un’assoluta sincerità, ci riguardano da vicino occupandosi di questioni come l’infanzia, la solitudine, la ricerca di una casa, i rapporti di coppia. “Natalia possiede antenne misteriose che captano gran parte dei sentimenti profondi della gente” diceva Giulio Einaudi. Così, mentre racconta un fatto che le è accaduto, abbiamo la sensazione di scoprire qualcosa di noi che già sapevamo ma con cui avevamo perso i contatti. Le sue parole ci scavano dentro portando alla luce bisogni, paure, desideri.

Mi sono appassionato a Natalia Ginzburg leggendo Lui e io, un poema sul rapporto ventennale con il secondo marito, Gabriele Baldini, che sfocia in un’analisi di coppia a volte divertente, a volte malinconica, soprattutto tenera. Ho continuato con Le piccole virtù, che dà il titolo alla prima raccolta. In questo breve saggio la Ginzburg affronta l’educazione dei figli, ai quali non bisogna insegnare le piccole virtù, ma le grandi. “Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”. Infine ho letto Il mio mestiere, uno dei testi più limpidi e appassionati sull’arte della scrittura, in cui emerge tutto l’amore della Ginzburg per il suo lavoro: “Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo della mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia. Questo è il mio mestiere e lo farò fino alla morte”. Quasi un testamento, che mi ha fatto pensare a Bernard Malamud e al suo “Storie, storie, storie: per me non esiste altro” ( le lezioni di scrittura le ha raccolte Francesco Longo in un libricino pubblicato da Minimum fax). Il mio mestiere è stata la prima tappa di un percorso che mi ha portato a leggere anche La critica, Ritratto di scrittore, L’altro secolo, Senza una mente politica e L’uso delle parole. Questi scritti, messi insieme, al pari de Il rumore sottile della prosa di Giorgio Manganelli, offrono gli strumenti di cui abbiamo bisogno per muoverci nell’ambito letterario, ma soprattutto ci permettono di capire lo stato attuale della letteratura italiana.

Prendiamo l’intervista su Repubblica ad Alberto Asor Rosa. L’autore di Scrittori e popolo (ora in uscita con il sequel Scrittori e massa) si dice convinto “dell’analisi di Emanuele Trevi: la letteratura ha smesso di pensare. E l’unico compito che lo scrittore si assegna è lo storyteller”. Un’affermazione netta. Ma cosa aveva detto Emanuele Trevi? Dopo alcune ricerche, ho trovato in Qualcosa di scritto, libro finalista al Premio Strega del 2012, il riferimento di Asor Rosa. Secondo Trevi a un certo punto la letteratura si è arrestata. Non è morta “come da più di cent’anni si sperava o si temeva. Rimane – ahimè – più viva e vegeta che mai: semmai restringe drasticamente, una volta per tutte, le sue potenzialità e le sue prerogative”. Trevi cita Raymond Carver, che “rappresenta lo straordinario cambiamento che si è verificato. Nei suoi libri, noi assistiamo alla sconcertante spettacolo di una letteratura che non pensa più nulla. L’unico compito che lo scrittore si assegna è quello dello storyteller”. Per Trevi da quel momento “inizia un’epoca in cui l’eccellenza letteraria coincide sempre di più con l’abilità a intrattenere”. Premesso che Carver è stato sì un narratore, ma tutt’altro che privo di pensiero – la società americana, il deteriorarsi dei rapporti umani sono temi che emergono sottotraccia in ogni racconto, non è cosa di poco conto – è evidente come Asor Rosa abbia esteso l’analisi di Trevi alla letteratura di oggi, peccando di generalizzazione, considerato dalla Ginzburg “uno dei tristi vizi della società”.

A me pare che la letteratura pensante in Italia esista. Bisogna solo andarla a cercare. E’ necessario compiere uno sforzo maggiore rispetto al passato, sicuramente essere più indulgenti, ma per usare una definizione di Guido Mazzoni nel libro I destini generali (uscito per la collana Solaris di Laterza, una delle operazioni editoriali più interessanti e pensanti degli ultimi anni)  “oggi tutto quello che interessa, a cominciare dai conflitti fra legami e piacere, si gioca nel tempo presente e nello spazio del privato”. E’ dentro questo perimetro che si deve compiere un’analisi. Non fuori o con l’occhio rivolto al passato, quando la società italiana e letteraria era diversa, aveva più sete di conoscenza e voglia di essere presente nei fatti che li riguardavano. Oggi gli scrittori puri quasi non esistono più, molti svolgono altri lavori per sopravvivere. Il mercato editoriale punta sempre più al mainstream (alla massa, per dirlo alla Asor Rosa), cerca il profitto tramite sinergie imprenditoriali (Rcs-Mondadori) e fa credere che chiunque possa scrivere, essere pubblicato e vincere premi (self publishing e corsi di scrittura a pioggia). Smarrirsi o arrendersi alla generalizzazione è dunque facile, ma ci sono editori, scrittori e riviste che non hanno mai smesso di confrontarsi con chi li ha preceduti, per comprendere chi siamo oggi e da che parte stiamo andando.

La collana Solaris di Laterza, che ha pubblicato i primi quattro testi a metà tra il saggio e il racconto (di Giorgio Falco, Guido Mazzoni, Vanni Santoni e Daniele Giglioli) ne è un esempio. Così come la raccolta di racconti di Minimum fax L’Età della febbre, che raccoglie testi di scrittori under 40 ai quali è stato chiesto di raccontare il proprio tempo. Un’operazione simile l’ha fatta anche Goffredo Fofi che dalle pagine della rivista Lo Straniero ha chiesto a sessanta scrittori italiani una riflessione sul legame che intercorre tra letteratura e realtà. Ne è nato il volume Il racconto onesto (Contrasto) che sembra rispondere proprio ad Asor Rosa che lamenta negli scrittori di oggi la mancanza di un confronto con chi è venuto prima. Nel panorama italiano attuale  poi  ci sono scrittori, anche giovani, che hanno cercato di coniugare il passato con il presente: penso ad Andrea Vitali, Antonio Scurati, Alessandro Piperno, Paolo Di Paolo, Fabio Stassi, Nadia Terranova. Infine continua a esistere una rivista come Nuovi Argomenti che non ha mai perso questa capacità. Se devo individuare una mancanza invece, direi che questa è nella critica. Molto è affidato al giudizio (non incrollabile) di un giornalismo culturale che troppo spesso strizza l’occhio a ristrette cerchie editoriali.

Infine c’è un aspetto, per niente marginale, su cui Natalia Ginzburg spesso rifletteva: “Gli intellettuali sono una cosa, i romanzieri un’altra. Gli intellettuali commentano la realtà, i romanzieri la rappresentano. Non credo che i romanzieri, e i romanzi che scrivono, possano mai essere utili alla vita pubblica. Credo fermamente nella loro splendida, meravigliosa, libera inutilità”. Sono pensieri scritti nel 1983 ma ancora attuali, e sono certo che se oggi fosse qui Natalia Ginzburg continuerebbe a dare il suo contributo, nonostante alle parole ‘problemi culturali’ fosse immediatamente colta da un senso di noia e di estraneità.

La rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Ma voi non smettete di leggere

DSC_0802 bndi Alessandro Melia

Dopo quindici mesi e trenta uscite, la rubrica ‘Libri nella folla’ chiude. Esigenze di lavoro non mi consentono più di avere il tempo necessario per leggere attentamente i libri scelti, trovare i collegamenti con altri testi e far emergere, tramite la scrittura, i temi che mi interessano. Tempo, concentrazione e un impegno pari almeno a chi su quelle opere ha faticato, sono per me principi inderogabili per cercare di fare un buon lavoro.

Scrivere ‘Libri nella folla’ mi ha dato grandi soddisfazioni. Avere la possibilità di leggere e tradurre, in parole e pensieri, una passione, è qualcosa che ti arricchisce, oltre ad essere un privilegio. Poter parlare liberamente di temi come il piacere della lettura, il potere dell’immaginazione, l’importanza dei saperi umanistici, la riconfigurazione del dolore, o scrivere di vite di scrittori, di storie nascoste, di mappe e lettere riservate, ha un effetto benefico (almeno su di me). Ogni volta ho sentito nascere quel circuito fantastico di cui parlava Giulio Einaudi, originato dalla lettura di una frase, di una parola, che mi ha riportato ad altre immagini o ricordi. E ogni volta ho provato forte il desiderio di volerlo trasmettere a qualcun altro. Credo sia il senso ultimo di chi scrive, a prescindere che sia alle prese con un romanzo, un saggio, un servizio giornalistico o una rubrica. L’auspicio, semmai, è di aver raccontato, nel modo più onesto possibile, le sensazioni scaturite dalla lettura dei libri. Anche se parlare di onestà nella lettura, come sosteneva Manganelli, è una contraddizione in termini.

Per scrivere quest’ultimo pezzo, la prima cosa che ho fatto è stato rileggere tutti gli articoli, uno dietro l’altro. Ero partito con l’idea di ricordare quali erano stati i temi che mi avevano maggiormente coinvolto ed elencare una serie di opere e scrittori. Ad esempio, mi ha reso felice poter scrivere di Montaigne, Rousseau o Nietzsche, mi ha divertito raccontare Franzen e Zweig, è stato un piacere immergermi nei testi di Citati e Macchia, rileggere Pontiggia, ricordare la figura del flaneur, leggere biografie, epistolari, ma anche parlare dell’arte del racconto, viaggiare in Provenza sulle tracce di Van Gogh, lasciarmi cullare dalle poesie della Szymborska. Leggendo, però, mi sono reso conto che accanto a tutto questo, il vero filo conduttore ero io e che scrivere una rubrica assomiglia a scrivere un testo di non fiction.

La rubrica, per definizione, è uno spazio di commento e chi ci scrive ha discrezionalità di scelta su ciò che intende esprimere. Però, mi ha fatto notare uno scrittore che stimo, “se la rubrica ha un filo, se l’hai costruita come un unico ragionamento continuo che fai sui libri” allora definirlo un testo di non fiction non è errato. In effetti così è. Il primo articolo lo considero il manifesto della rubrica, con un David Foster Wallace annoiato di fronte alla mole di scrittori monotoni che cercano soltanto di catturare la realtà in maniera tecnicamente impeccabile. In un mercato editoriale che punta sulla quantità a discapito della qualità, iniziare con Foster Wallace mi era sembrato perfetto per evidenziare il mio intento: dare spazio a scrittori e opere di cui si è parlato di meno, allargare lo sguardo a tutti i generi letterari, cercare di riconoscere i nostri gusti, riscoprire la passione per la critica e la filosofia e, soprattutto, puntare alla bellezza (concetto su cui sono tornato più volte), l’unica cosa che ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana.

Ho quindi attraversato i Livelli di vita di Julian Barnes, mi sono perso nelle decine di storie di Florian Illies, nelle ossessioni amorose di Oskar Kokoschka per Alma Mahler, ho assistitito ai tentativi di rivolta contro l’esistenza di Albert Camus e Max Frisch, ai sogni inquieti di John Williams, sono rimasto ipnotizzato dai ghirigori di Nabokov, sono sceso nelle profondità dell’animo con Menendez Salmon e Murakami e ho superato, infine, sensi di colpa e narcisismi con Cristiano De Majo. Ogni articolo ha rappresentato una tappa della mia rubrica. Ma ogni tappa ha rappresentato un momento preciso della mia vita. Perchè ho scelto di occuparmi di quel libro o di quell’autore, proprio in quel momento, lo so soltanto io. Come so che se in questo mese avessi continuare a scrivere la rubrica, mi sarei dedicato a La morte del padre di Karl Ove Knausgard, aSpillover di David Quammen e, probabilmente, a Il liuto e le cicatrici di Danilo Kis. Perchè leggere è un atto passionale, influenzato dai nostri stati d’animo, ma il filo che unisce tutti gli articoli è unico.

Ringrazio, infine, chi mi ha dato la possibilità di scrivere ‘Libri nella folla’ e tutte le persone che hanno seguito in questi mesi la rubrica. In molti mi avete manifestato il vostro piacere nel leggerla e questa è senza dubbio la cosa che mi ha gratificato di più. Ciò che conta, però, è non smettere di acquistare e leggere libri. Così stanno le cose. Quindi, vi prego, non smettete.

La non fiction è ricerca della bellezza, come dimostra ‘Guarigione’ di Cristiano De Majo

di Alessandro Melia

coppiaballa1In un articolo uscito non molto tempo fa, Pietro Citati si chiedeva dove i biografi del futuro, in mancanza di epistolari, troveranno il materiale per scrivere le loro Vite. Un tempo gli scrittori affidavano pensieri, riflessioni e umori alle lettere, dichiarando i loro sentimenti e gli stati d’animo. Erano corrispondenze straordinarie quelle di Leopardi, Pirandello, Kafka, Woolf, Cvetaeva, Rilke. Lettere appassionate, strazianti, deliranti, gioiose, angoscianti. Accanto agli epistolari, poi, i biografi potevano contare su saggi (Montaigne), pensieri (Pascal), diari (Kierkegaard), ricordi (Stendhal), taccuini (James, Camus) o riflessioni esistenziali come Le fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau. Una montagna di informazioni che in mano a scrittori e critici di ogni tempo, da Plutarco a Saint Beuve, da Zweig a Troyat, da Macchia allo stesso Citati, sono diventate opere di riconosciuto valore mondiale. Ma se oggi qualcuno volesse raccogliere informazioni su un determinato scrittore o personaggio letterario per scrivere una biografia, a quali fonti potrebbe attingere? Probabilmente a interviste, recensioni, reportage, forse anche dialoghi sui social network. Nulla di così intimo come lettere o diari, però, e quindi non sufficienti per poter scendere nelle profondità dell’animo umano, condizione necessaria se si vuole raccontare la vita di qualcuno.

Per fortuna, nonostante l’invasione del romanzo e dei suoi derivati, fiction e autofiction per così dire, esistono ancora scrittori che trovano la vita, così com’è, più interessante. I loro scritti non seguono canoni prestabiliti, ma vanno a caccia di itinerari inesplorati, cercano i giusti sbocchi per raccontare quella storia. La loro storia. E’ la non fiction narrativa. Un insieme di biografie, memorie, reportage, saggi personali. “E’ la possibilità del realismo che si dispiega davanti ai tuoi occhi. Mi succede una cosa e quindi ho tutte le carte in regola sul piano emotivo per riuscire a descriverla. E la descrivo per comunicarla ad altre persone” per dirla con le parole di Cristiano De Majo, autore di ‘Guarigione’ (Ponte alle Grazie). Il libro è un diario di non fiction scritto in modo esemplare, con spietata sincerità. Ogni pagina è un concentrato di esperienze e sensazioni capaci di lasciarci disarmati di fronte all’esplosione della vita in tutte le sue forme. Contiene: l’esperienza della nascita di due gemelli e la paura che uno dei due sia affetto per sempre da una malattia che rende la pelle fragile al punto che subisce lesioni, ferite o formazioni di bolle in seguito a traumi anche lievissimi; la responsabilità di provvedere al loro mantenimento e la stanchezza che ne deriva; il tumore giovanile di Cristiano; una storia d’amore (dagli esordi alla formazione di una famiglia) con le gioie, i litigi, le ansie, le contraddizioni, le paure, le forme del sesso (tutto è allo scoperto, davanti ai nostri occhi); il suicidio di un amico; il lavoro in un campo di profughi africani; i viaggi e le guide turistiche; la California; Roma, Napoli, Milano; suggerimenti per recensire un libro; suggerimenti per scrivere un libro; appunti, aneddoti, divagazioni mentali; riferimenti letterari, in particolar modo a quei testi che sono un punto di riferimento stilistico ed esistenziale per l’autore: Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, Malattia come metafora di Susan Sontag, Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest.

Il titolo del libro, Guarigione, fa riferimento non soltanto alla guarigione fisica di De Majo dal tumore giovanile e di quella di suo figlio dall’epidermolisi bollosa, ma anche al superamento di sensi di colpa, narcisisimi e comportamenti che temiamo influenzino per sempre la nostra vita e di chi ci sta vicino. Una guarigione dell’anima che conduce alla maturità, la quale, ci dice De Majo, non è altro che “la possibilità di far convivere sullo stesso piano nostalgia per il passato, consapevolezza del presente e speranza nel futuro”.

Quando abbiamo finito di leggere il libro siamo invasi da un senso di leggerezza e abbiamo la sensazione che le nostre ansie personali, anche per un solo istante, si siano placate. Come mai? Perchè De Majo, tramite la scrittura, fa l’unica cosa di cui ha bisogno l’essere umano: ricercare la bellezza. E la bellezza si cela dietro i nostri tentativi di vivere la vita come meglio possiamo. ‘Guarigione’ non dà risposte, ma ci consegna qualcosa di più prezioso. E’ questo il ‘miracolo’ della non fiction. Così potremmo dire che gli scrittori che hanno deciso di raccontare l’esperienza umana sono i biografi del futuro. Penso a Sebald, Carrère, Foster Wallace, Didion, Cole, Hemon. E’ anche alle loro pagine che dovremo rivolgerci se tra venti, trenta o cinquant’anni, avremo bisogno di ricordare come vivevamo.

A pesca di racconti con Cognetti, in un’Italia invasa di romanzi

cognettidi Alessandro Melia

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare”. Inizia così, come un racconto, ‘A pesca nelle pozze più profonde’ (Minimum Fax), il nuovo libro di Paolo Cognetti.Autore di documentari e inchieste sulla narrativa americana, di diari, guide e raccolte, Cognetti è uno scrittore quasi unico nel panorama letterario italiano perchè da sempre fedele al suo primo amore: il racconto. Anche ‘Sofia si veste sempre di nero‘, opera finalista al premio Strega 2013, non è altro che un romanzo composto da dieci racconti autonomi, legati da un filo conduttore che è la vita della protagonista. Con ‘A pesca nelle pozze più profonde‘, invece, Cognetti fa due cose, di cui una necessaria: colma un vuoto (riunendo in un unico testo gli insegnamenti e i segreti dei più grandi scrittori americani – tra i quali Nathaniel Hawthorne, Alice Munro, J.D. Salinger, Raymond Carver, Grace Paley, Ernest Hemingway, Andre Dubus, John Cheever, Flannery O’Connor) ma soprattutto invoglia il lettore, sia il profano che l’appassionato, a leggere racconti. Più andiamo avanti e più proviamo l’impulso di rileggere i capolavori del genere. D’altronde è difficile restare insensibili di fronte a incipit di questo tipo: “In autunno c’era ancora la guerra, però noi non ci andavamo più”, oppure “Di mattina lei mi versa il whisky sulla pancia e se lo lecca tutto, di pomeriggio cerca di buttarsi dalla finestra”, o ancora “Mio marito mi regalò una scopa per Natale. Non era giusto. Nessuno può convincermi che fosse un pensiero gentile”.

Annunciando l’uscita del libro in un post pubblicato sul suo blog, Paolo Cognetti ha scritto: “Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa; piuttosto è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti”. Già, le librerie sono piene di romanzi corposi, ridondanti, ombelicali. Libri dal formato extralarge, che pesano solo a guardarli. “Quando prendo in mano un libro così – diceva Carver – mi sento davvero venir meno il coraggio”. Invece leggere un buon racconto, anche di dieci, sette o tre pagine, è di gran lunga più soddisfacente. Perchè, ci ricorda Cognetti, “sono storie in cui si viene catapultati dentro nel giro di una riga o due. C’è una speciale attenzione verso i gesti, i volti, gli oggetti, il paesaggio, tutto ciò che può essere catturato con gli occhi. Il racconto comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo di storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro”. E’ something glimpsed, qualcosa d’intravisto, per dirla alla Carver.

In Italia di racconti non se ne parla quasi più. Una volta eravamo il Paese di Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Goffredo Parise, Luigi Pirandello, Mario Soldati. Oggi di quel bagaglio di esperienze e sensazioni non c’è rimasto (quasi) più niente. Le case editrici respingono i racconti, a meno che non si tratti di raccolte di scrittori già affermati, come nel caso di Niccolò Ammaniti. Del resto, come ha fatto notare nei giorni scorsi Bruno Arpaia, sono pochissimi gli scrittori che riescono a vivere di letteratura. E quelli che ci riescono, potrei aggiungere, non scrivono racconti. Va un po’ meglio con gli stranieri, ma siamo sempre nell’ambito della nicchia. Glispecializzati italiani, quindi, sono una specie in via di estinzione. Oltre a Cognetti, ci sono Giorgio Falco, Gianni Celati, Michele Mari, Rossella Milone e Luca Ricci. Quest’ultimo è l’autore di una delle raccolte di racconti più originali uscite in Italia, eppure il suo ‘L’amore e altre forme d’odio’ non si trova più come libro di carta. Non sarebbe male se Einaudi lo riproponesse in formato tascabile. Ventuno racconti che mettono a fuoco il momento esatto in cui qualcosa si inceppa nella vita di una coppia o di una famiglia, e dietro l’apparente tranquillità si cela un’aggressività pronta a esplodere. Un senso costante di attesa pervade il libro di Ricci e si impossessa di noi che lo leggiamo. A cominciare dall’incipit del primo racconto: “Si avvicinava il giorno dei morti, e un fantasma gonfiabile attirò la mia attenzione da una vetrina. Presi anche un quaderno”.

La lanterna magica di Molotov è un libro-scrigno. Mappe e storie: quanti tesori

di Alessandro Melia

lanternamolotovCi sono libri che agiscono come uno scrigno o un forziere antico. Noi ci avviciniamo a loro convinti di sapere cosa contengono. Invece, non appena ne apriamo uno e iniziamo a leggerlo, perdiamo l’orientamento e veniamo invasi da una leggera euforia, perché sentiamo di aver scovato qualcosa di prezioso tale è la ricchezza e la quantità di materiale presente. Subito una curiosità irrefrenabile ci spinge a scendere in profondità. Gli occhi si muovono veloci, le mani perlustrano ogni angolo, vogliamo aprire tutti i cassetti e non perderci nulla. La brama di sapere si è impossessata di noi. Ma cos’è che ci ha colpito tanto? Perchè non riusciamo più ad allontanarci da quel libro, a cui sembriamo legati da una calamita? Di solito, sono due i motivi. Il primo riguarda l’uso delle parole e la forza della storia che ci viene consegnata. Se leggiamo Nabokov, o Bernhard, o Bolano, o Perec, cadiamo irretiti, e lasciamo che la loro prosa ci risucchi in una vertigine dolcissima. Il secondo motivo, invece, ha a che fare con la mole di informazioni, curiosità e aneddoti di cui entriamo in possesso. Si tratta di testi che ci permettono di visitare luoghi a noi inaccessibili o hanno la capacità, tramite centinaia di piccole storie, di ricostruire un’epoca, un periodo storico o un personaggio. Penso a Il mondo di ieri di Stefan Zweig, a I passages di Parigi di Walter Benjamin, ai saggi di Winfried Sebald, o, per citare un’opera più attuale e rielaborata, aLimonov di Emmanuel Carrère.

Questo tipo di libri sono sempre più rari e, dunque, più preziosi. Vivono di lettori forti ed è un peccato, perchè sono i libri maggiormente in grado di appassionare. Per nostra fortuna, nonostante siano opere difficili da promuovere e catalogare, ci sono ancora case editrici disposte a pubblicarle, come Adelphi, che ha da poco mandato in libreria ‘La lanterna magica di Molotov’ diRachel Polonsky. Il libro, apparso per la prima volta nel 2010 con il sottotitolo esplicativoScoprendo la storia segreta della Russia, è un viaggio a tappe (da Mosca al Volga alla Siberia) attraverso il tempo e lo spazio. Polonsky ci prende per mano e ci conduce nella vita pre e post-sovietica, mettendo in evidenza le trasformazioni urbanistiche e sociali. Le immagini sfocate della lanterna magica trovata a casa di Molotov, il compagno più fidato di Stalin, sono la scintilla nell’immaginazione della Polonksky, che decide di riportare alla luce luoghi, personaggi, momenti storici dell’Urss, utilizzando un tono a metà tra il diario e il reportage. Come un forziere antico pieno di preziosi da conquistare, così il libro contiene centinaia di piccole storie di valore che attendono di essere svelate. Pensiamo a Nikolaj Fedorov, custode della biblioteca Lenin, conosciuto come il ‘Socrate russo’. Si diceva che conoscesse il contenuto di tutti i libri raccolti. Tolstoj e Dostojevskij lo consideravano un filosofo di genio. “Un aneddoto sull’ampiezza encicolopedica del suo sapere narra che un gruppo di ingegneri impegnati nella costruzione della Transiberiana si recò in visita a Mosca, per mostrargli le carte del tracciato attraverso la steppa. Fedorov, che in vita sua non aveva mai messo piede in Siberia, fu in grado di correggere i calcoli relativi all’altitudine di alcune colline. Federov riteneva – pressoché letteralmente – che i libri fossero essere animati, poiché esprimono il pensiero e l’anima dei loro autori”.

herzenPolonsky poi ha il merito di recuperare la figura di Alexander Herzen (“il più sorprendente e affascinante tra gli scrittori politici russi dell’Ottocento” lo definì Isaiah Berlin, uno dei massimi teorici del pensiero liberale), arrestato ed esiliato dal regime zarista con l’accusa di essere un libero pensatore molto pericoloso. Amato dai giovani per il carisma, l’umorismo e la fervente immaginazione, Herzen nei suoi scritti denunciò la dottrina predicata all’epoca che pretendeva che ogni individuo offrisse se stesso sull’altare di qualche grande causa morale o politica. Nell’autobiografia Il passato e i pensieri (considerata in patria un’opera importante quanto Guerra e Pace) ma soprattutto nel saggio Dall’altra sponda, Herzen afferma che l’uomo è libero e ognuno si crea la propria morale, che l’individuo è responsabile delle sue scelte e non può invocare l’alibi della storia se non compie neppure il tentativo di realizzare ciò che ritiene giusto o vero. Rileggere oggi Herzen è come respirare a pieni polmoni.

Ma La lanterna magica di Molotov è anche un viaggio dentro la letteratura russa. Davanti ai nostri occhi scorrono le vicende della migliore generazione di poeti che il mondo abbia mai visto: Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’stam, Isaak Babel, Iosif Brodskij, Aleksandr Puskin, Boris Pasternak. Ogni pagina è un cassetto che si apre. Si sfoglia un verso, una lettera, il passaggio di un diario, una frase, un pensiero. Ci sono spostamenti su vie impervie e ghiacciate, amori tenuti nascosti, figli scomparsi. Il testo è così ricco di situazioni e vicende umane che la fine del libro non coincide con la fine della nostra voglia di sapere. D’altronde, come sosteneva il fisico e bibliofilo Sergej Vavilov (fratello del grande biologo Nikolaj), “il libro è la cosa più alta che esista al mondo, perché è quasi una persona e certe volte anche qualcosa di più, come nel caso di Puskin o Gauss”.

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