Al mare, in città o sui monti: 10 percorsi di lettura per l’estate

di Alessandro Melia

Un-mare-di-libriDieci percorsi letterari per l’estate. A ognuno il suo. Dai migliori romanzi usciti nei primi sei mesi del 2014 a quelli da scoprire sotto l’ombrellone, dai libri dedicati al centenario della Grande Guerra ai saggi sul modo di viaggiare ed esplorare il mondo. Ma anche diari ed epistolari, raccolte di racconti e poesie, approfondimenti filosofici, passeggiate stile ‘flaneur’ e critica letteraria. Dieci tragitti diversi per trascorrere le vacanze in compagnia dell’oggetto che più amiamo: il libro. D’altronde è da lì che comincia ogni nostro viaggio. Come scrisse Pietro Citati: “Penso che il vero viaggiatore sia il sedentario. L’uomo nascosto in una stanza con un libro in mano: egli sostiene che tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le voluttà vaste, cangianti e sconosciute, sono racchiuse nei libri. In quel riflesso di carta, scorge città e paesaggi mai immaginati, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti che nessun altro, prima di lui, aveva scorto. Gli sembra di acquistare una penetrazione meravigliosa”.

I ROMANZI MIGLIORI (percorso narrativa / 1)

cardellinoIl romanzo imperdibile di quest’anno èIl Cardellino’ di Donna Tartt (Rizzoli). Un’opera magnifica sotto tutti i punti di vista, con echi ottocenteschi. La scrittura è accurata, precisa. Non c’è cosa più piacevole che lasciarsi cullare dalle descrizioni dei luoghi, dai ritratti delle persone, dagli stati d’animo dei personaggi, a partire dal protagonista Theo Decker, il tredicenne che si ritrova solo dopo aver perso la madre in un attentato terroristico. Ogni relazione è analizzata, ogni pensiero è allo scoperto, ogni emozione affiora senza freni. Così come avviene, anche, in ‘Nulla, solo la notte’ di John Williams (Fazi), l’autore del più noto ‘Stoner’. Questa volta Williams sceglie di raccontare la giornata del giovane Arthur Maxley, disseminata di pensieri, visioni, ricordi e bevute. Il dialogo con il padre è la parte migliore del romanzo, in cui Williams fa emergere la vulnerabilità, l’essere nudi, fragili di fronte a chi ci ha dato la vita ma non ci conosce. Fino alla scoperta di essere simili, ossessionati dagli stessi sentimenti e dagli stessi ricordi. Proprio il passato è al centro de‘L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio’, l’ultimo romanzo diHaruki Murakami. Lo scrittore giapponese ci conduce in un viaggio doloroso, ma necessario, alla ricerca di noi stessi. Comprendere chi siamo e cosa cerchiamo è sempre stato il leitmotiv di Murakami e anche questa volta il lettore non resterà deluso.

I ROMANZI DA SCOPRIRE (percorso narrativa / 2)

‘I Luminari’ di Eleanor Catton (Fandango) è senza dubbio il romanzo più intrigante di quest’estate. La 28enne neozelandese, vincitrice del Man Booker Prize 2013, ci porta sulla costa occidentale della Nuova Zelanda nel 1865. Uno scozzese, Walter Moody, arriva in un hotel interrompendo l’incontro tra dodici uomini arrivati in città in cerca dell’oro. Un benestante facoltoso è sparito senza lasciar traccia, una puttana ha provato a togliersi la vita, un’enorme somma di denaro è stata trovata nella topaia di un povero. Insomma, gli elementi per tenerci incollati lungo le 970 pagine ci sono tutti. L’amore è invece al centro de ‘Il cuore dell’uomo’ di Jon Kalman Stefansson (Iperborea) che conclude la trilogia iniziata con ‘Paradiso e inferno’ e ‘La tristezza degli angeli’. Protagonista è sempre il ‘Ragazzo’, un giovane orfano che intraprende un viaggio di formazione attraverso l’Islanda e l’universo dell’animo umano, scoprendo la realtà, il valore dei sogni e il potere creativo delle parole. Chi non conoscesse Stefansson avrà la possibilità di scoprire uno degli scrittori più talentuosi e poetici in circolazione. Come nelle opere precedenti Andrea Molesini sceglie un’ambientazione storica – siamo nel 1914 a Venezia, a pochi giorni dallo scoppio della Prima guerra mondiale – per il suo ultimo romanzo ‘Presagio‘ (Sellerio). Il commendatore Niccolò Spada vigila sui suoi ospiti all’Excelsior, dove risiede anche la marchesa Margarete Von Hayek, che nasconde un segreto terribile, inconfessabile.

I RACCONTI (percorso narrativa / 3)

A cent’anni dalla nascita di Julio Cortazar, Einaudi pubblica la raccolta completa dei ‘Racconti‘ dello scrittore argentino, una perfetta introduzione all’opera, un “bestiario” di ossessioni e figure immaginarie, ma soprattutto un tesoro per gli appassionati del genere. “Molto di quanto ho scritto si colloca sotto il segno dell’eccentricità– disse di sé Cortazar- dato che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una chiara differenza”. Di genere diverso, ma ugualmente imperdibili, i racconti di Alice Munro, vincitrice nel 2013 del Premio Nobel per la Letteratura, raccolti in‘Uscirne vivi‘ (Einaudi) dove compare anche un testo autobiografico. Munro ci mette di fronte ad un’evidenza: che il dolore e la sofferenza ci aiuta a conoscerci, a diventare più forti, creando uno spazio tra noi e gli altri. Infine lo scrittore-totale: Vladimir Nabokov. Adelphi lo scorso autunno ha ripubblicato la raccolta ‘Una bellezza russa’ che contiene cinquantacinque racconti, storie agrodolci senza messaggi da recapitare. Nabokov ci catapulta dentro lo scompartimento di un treno, o nella piovosa e umida Berlino, o in un palazzo sontuoso di San Pietroburgo in cui risuona musica da camera. Per il lettore il godimento è al massimo.

GLI STORICI (percorso narrativa-saggi / 4)

Quest’anno in libreria siamo stati invasi di libri dedicati al Centenario della Prima Guerra Mondiale e al periodo che caratterizzò l’Europa nei primi due decenni del Novecento. Tra questi spicca per originalità 1913 – L’anno prima della tempesta‘ di Florian Illies (Marsilio), un testo anomalo in cui Illies, invece di raccontarci la storia in modo didascalico, snocciola aneddoti che fanno risplendere i personaggi descritti (Kafka, Rilke, Kokoshka, Klimt, Woolf, Rodin). L’azione è più interessante della spiegazione. Leggiamo ‘1913’ come fosse un romanzo e al tempo stesso scopriamo storie che non conoscevamo. Un altro testo imprescindibile per avvicinarsi a quel mondo artistico, scientifico e letterario è ‘L’età dell’inconscio’ del premio Nobel Eric Kandel, che ci porta nei salotti viennesi dell’epoca in cui si discutevano le idee che avrebbero segnato una svolta e che portarono a progressi che ancora oggi esercitano la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando i desideri erotici inconsci, Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con il ricorso al monologo interiore. E poi il piacere, il desiderio e l’angoscia espressi dai pittori dell’Espressionismo. Un consiglio: se non lo conoscete o non l’avete mai letto, l’autore da cui dovreste partire è Stefan Zweig e il suo ‘Il mondo di ieri’ (Mondadori) che ha ispirato uno dei film più visti quest’anno: ‘Grand Budapest Hotel’ di Wes Anderson.

SUL VIAGGIO
(percorso saggi / 5)

Che cos’è il viaggio, chi è il viaggiatore? Ho sempre giudicato‘Filosofia del viaggio’ di Michel Onfray (Ponte alle Grazie) il miglior libro in circolazione sull’argomento. A partire dal sottotitolo: ‘Poetica della geografia’. Onfray mostra al lettore come sia possibile, senza aver programmato il come e il perchè, chiudere uno zaino, girare la chiave nella toppa e voltare le spalle alla porta di casa per lasciare spazio ai sensi ritrovati che, soli, liberi da guide e manuali, ci condurranno a scoprire i colori dell’altrove e gli odori dell’ignoto. Per tornare ricchi di diversità. “Se stessi, questa è la grande occasione del viaggio. Se stessi, e nient’altro”. E’ quello che ha sperimentato Sandro Veronesi nei suoi ‘Viaggi e viaggetti’ (Bompiani) in cui lo scrittore ci conduce dall’Italia ai paesi dell’Europa del nord, fino in America, raccontando sé stesso e restituendo a noi sensazioni conosciute o desiderate. Il libro si apre con una citazione di Kurt Vonnegut: “Le proposte di viaggi strani sono lezioni di danza di Dio. Fai attenzione e impara il ballo. Danza e gira e danza ancora, impara il ballo finchè il tuo cuore non è contento”. Infine Alain De Botton con ‘L’arte di viaggiare’ (Guanda) ci dimostra come scrittori, artisti e filosofi possono rivelarsi ottimi compagni di viaggio. Ad esempio la poesia di Baudelaire o i quadri di Hopper ci aiutano a cogliere la misteriorsa forza evocativa dei mezzi di trasporto e di anonimi luoghi di transito, mentre l’intenso cromatismo della Provenza di Van Gogh ci aiuta a riscoprire il paesaggio mediterraneo. Per De Botton conta una sola cosa: lo sguardo del viaggiatore, il suo desiderio di “vedere davvero”.

SULLA POESIA (percorso poesia / 6)

Uno degli eventi più attesi in autunno è l’uscita del film ‘Il giovane favoloso’ di Mario Martone, dedicato alla figura di Giacomo Leopardi. Da inizio anno sono già diciassette, tra saggi e nuove edizioni, i libri pubblicati che ricordano il poeta di Recanati. Vale sempre la pena rileggere i ‘Canti’ o lo ‘Zibaldone’, ma è interessante scoprire anche ‘Questa città non finisce mai. Lettere da Roma – 1822-32’ pubblicate da Utet, in cui Leopardi riversa il suo disagio nel vivere in una città “noiosa, dissipata, popolata di gente insulsa, rumorosa, innamorata solo del proprio antico splendore monumentale”. La Venezia di Iosif Brodskij,invece, è una città che fa bene all’anima, è “il grande amore dell’occhio. Il poeta russo dichiarò il suo amore per Venezia in‘Fondamenta degli incurabili’ (Adelphi), un libricino scritto oltre vent’anni fa che è un autentico gioiello incastonato nella bellezza della letteratura. Mi sorprende sempre scoprire quante poche persone lo conoscano. Per Brodskij parlare di Venezia significa parlare anche della memoria, del tempo, della forma. Tutti concetti al centro anche delle poesie raccolte in ‘La gioia di scrivere’(Adelphi) di Wislawa Szymborska. Per tutta la vita la poetessa polacca non ha fatto altro che insegnarci a osservare i dettagli che ci sfuggono e che rendono la nostra vita sopportabile, ma soprattutto a non prenderci troppo sul serio.

LETTERE E DIARI (percorso epistolari / 7)

Mai come quest’anno la produzione di lettere e diari è stata così ricca. Buon segno, anche se i lettori del genere sono pochissimi. Ed è un peccato, perchè la vita che fluisce dentro questi scritti privati ci permette di riflettere su noi stessi, rigenerando lo spirito. Le corrispondenze più interessanti uscite di recente sono: le ‘Lettere‘ (Einaudi) di Vincent Van Gogh indirizzate al fratello Theo e agli amici, in cui il pittore riversa le sue riflessioni sulla vita e sull’arte; le missive di Nicola Chiaromonte, agnostico e critico nei confronti della Chiesa, a Melanie von Nagel Mussayassul, una monaca benedettina residente negli Stati uniti con la quale si scriveva in media tre volte a settimana, in ‘Fra me e te la verità. Lettere a Muska’ (Una Città); le lettere scritte daEleonora Duse a Gabriele D’Annunzio contenute nel volume‘Come il mare io ti parlo’ (Bompiani) e, infine, l’epistolario tra due poeti: Elisabeth Bishop e Robert Lowell in ‘Scrivere lettere è sempre pericoloso’ (Adelphi). Sono lettere allegre e atroci, piene di notizie, spunti, pettegolezzi. Tra i due scorre un amore impossibile: per le crisi maniacali di lui, per le tendenze sessuali di lei. Resta inteso che se non si è mai letto ‘Lettere a un giovane poeta’ di Rainer Maria Rilke (vale lo stesso discorso di Brodskij), è da lì che bisognerebbe partire.

IL FLANEUR (percorso narrativa-saggi / 8)

Protagonista di tanti classici della letteratura, in particolare dell’Ottocento, il flaneur è colui che vaga per la città, gironzolando, spinto dalla sete di conoscenza, “sperimentando al contempo un piacere fisico, carnale e intellettuale”, come lo definisce Alberto Castoldi ne ‘Il flaneur‘ (Bruno Mondadori), un saggio perfetto per chi avesse voglia di avvicinarsi all’argomento. Ripercorrendo il pensiero e le opere degli scrittori che meglio hanno rappresentato questo modo di vivere (da Rousseau con le‘Fantasticherie del passeggiatore solitario’ a Baudelaire, daWalter Benjamin a Emile Zola – cercate ‘I taccuini’ – fino a Robert Walser con ‘La passeggiata’), Castoldi esplora la solitudine del flaneur, il rapporto con la folla e la società, la tensione costante verso il nuovo. Da qui è poi possibile scegliere a quale autore dedicarsi, senza però dimenticare autori (purtroppo) meno battuti, come Winfried Sebald. Il suo libro più rappresentativo è‘Gli anelli di Saturno’ (Adelphi), un viaggio solitario a piedi fatto d’estate nel Suffolk, dove Sebald ci racconta gli incontri con amici, oggetti, ma anche vagabondaggi di personaggi noti.

SULLA FILOSOFIA (percorso saggi / 9)

‘Un’estate con Montaigne’ (Adelphi) non è soltanto il titolo del libro di Antoine Compagnon dedicato ai ‘Saggi‘ – quaranta brevi passi scritti con leggerezza e profondità in cui si discorre di amore, amicizia, morte, bellezza, malattia – ma sembra essere il suggerimento estivo delle librerie di catena, che hanno allestito interi scaffali dedicati al filosofo francese. Forse perchè in una società incivile e sempre più sconnessa dalla realtà, Montaigne ci rivela come vivere la nostra vita con equilibrio, trovando noi stessi dentro ogni cosa e respingendo ambizioni e turbamenti esterni. Ma l’estate è anche il momento giusto per avvicinarsi a Michel Onfray e alla sua Controstoria della filosofia, una ciclo di libri in cui uno dei più discussi pensatori francesi rielabora i filosofi materialisti e atei a partire dall’antichità, smascherando le influenze ebraico-cristiane che permeano la nostra società. Spazio agli ignorati o dimenticati, a partire da Democrito ed Epicuro, fino a Stuart Mill, Bakunin, Owen, Fourier, Stirner, Thoreau, Jean Marie Guyau, ma anche Schopenhauer e Nietzsche, a cui è dedicato l’ultimo libro appena uscito ‘Nietzsche e la costruzione del superuomo’ (Ponte alle Grazie).

DI CRITICA LETTERARIA (percorso saggi / 10)

Quest’ultimo itinerario è uno dei più vari (aforismi, biografie, linguistica, storia dell’editoria) ma anche uno dei più succulenti. Per dire: possiamo imbatterci nelle ‘Lezioni di letteratura’(Einaudi) di Julio Cortazar, che lo scrittore argentino tenne nel 1980 a Berkeley, università della California. Molti i temi trattati: le caratteristiche del racconto fantastico, la musicalità, lo humour, l’erotismo e il gioco in letteratura. C’è Henry Miller che ci attende con ‘I libri della mia vita’ (Adelphi), una guida che permette di riscoprire una vasta tribù di autori sconosciuti o presto dimenticati. I più noti, invece, sono tutti racchiusi nel poderoso volume ‘Maestri di finzione’ (Quodlibet) in cui la critica letteraria de Il Manifesto, Francesca Borrelli, ha raccolto le interviste con autori del calibro di Saramago, De Lillo, Pamuk, Marias, Wolff, Franzen, Foster Wallace, Yehoshua, Sontag, Cercas, Egan e tanti altri. Chi, invece, avesse voglia di scoprire l’editoria italiana tramite le collane che hanno espresso il meglio dell’offerta letteraria nel nostro Paese, potrà farlo leggendo ‘Storie di uomini e libri’ (Minimum Fax) di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi. I due studiosi ci accompagnano in un percorso affascinante, costellato di storiche collane come i ‘Gialli di Mondadori’, ‘I gettoni’ di Einaudi, ‘I Narratori’ di Feltrinelli, la ‘Biblioteca Adelphi’, la ‘Bur’ di Rizzoli e molti altri.

PERCORSO BONUS: se poi d’estate vi nutrite solo di gialli, noir o polizieschi, quello che dovete fare è semplice: posizionatevi davanti allo scaffale dei libri di Georges Simenon, allungate la mano e prendete quello che vi ispira di più. In ogni caso, sarà perfetto.

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Menéndez Salmon ci ricorda cos’è la bellezza della vita tra arte, luce e amore

di Alessandro Melia

Prendete tre pittori, uno reale (Mark Rothko) e due sognati. Immaginate che un filo invisibile lungo oltre settecento anni unisca le loro vite, intrecciandole alla storia di un giovane scrittore (Bocanegra), che nel momento più tragico della sua vita decide di affidarsi alla parola, proponendosi di scrivere “un libro luminoso, che lo strappi dal sentiero oscuro in cui è caduto e lo riconcili con il suo dolore”. Un libro che è un inno alla pittura, che, proprio come fa la letteratura, ci conduce nella bellezza e ci consola, liberandoci “dalla tristezza di un mondo in cui la dignità umana viene crocifissa ogni giorno”. Perchè la bellezza è quell’esperienza che placa ogni nostra ansia e ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana. Questo il messaggio racchiuso ne ‘La luce è più antica dell’amore‘ (Marcos Y Marcos), l’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmon, uno degli scrittori spagnoli più amati in patria, ma poco conosciuto in Italia. Ed è un peccato, perchè leggere Menéndez Salmon significa entrare in contatto con il “sottosuolo” dell’essere umano, con quegli aspetti, anche filosofici, a cui spesso non pensiamo o che ci sembrano lontani, ma che permeano la nostra esistenza.

La-luce-è-più-antica-dellamoreTzvetan Todorov, in uno dei suoi saggi più noti, ‘La bellezza salverà il mondo’ (titolo che riprende la frase pronunciata dal principe Myskin nel romanzo ‘L’Idiota’ di Dostojevskij), prendendo ad esempio le vite di Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva, si interroga sul senso più profondo della loro esperienza per chiedersi in cosa consista davvero una vita bella. L’obiettivo dichiarato è scoprire il segreto dell’arte della vita. E qual è il segreto? “Mettere a frutto le capacità intellettuali di cui si dispone, dedicarsi agli altri, lavorare il proprio giardino, preparare la cena o giocare con un figlio.– scrive Todorov-Aspirare alla pienezza nella propria vita non significa dichiarare incurabilmente mediocre l’esistenza quotidiana e inventarne un’altra al suo posto, ma vuol dire imparare a illuminarla dall’interno, saperla rendere sia più netta sia più piena”. Esattamente ciò che dirà Bocanegra quando, a sessantanove anni, farà il suo discorso in occasione della vittoria del premio Nobel. Ma Todorov ci spiega anche che “la bellezza di un paesaggio, di un incontro, di un’opera d’arte non rinvia a qualcosa che si trova al di là di queste cose, ma consente di apprezzarle in quanto tali. E’ questa sensazione di abitare pienamente ed esclusivamente il presente che ci dimostra come la nostra esistenza non scorre invano, è diventata più bella e ricca di significato”. Ed è questo il concetto (di bellezza) che attraversa il romanzo di Menéndez Salmon. E’ ciò che sente Pierre Roger de Beaufort davanti al dipinto di una Vergine barbuta del pittore Adriano de Robertis. Siamo nell’anno 1350 e de Beaufort è stato spedito dal Papa per oscurare quel dipinto. De Robertis va in esilio, ma sotto quella macchia color calce nel castello di Sansepolcro pulserà la sua bellezza ribelle. Quando Mark Rotkho, secoli dopo, vede quella macchia da vicino, intuisce una censura abominevole. E’ il 1959 e Rothko scioglie un contratto milionario a New York, gridando l’indipendenza dell’artista contro i nuovi padroni. Un altro pittore, Vsevolod Semiasin, che da giovane aveva preso ordini da Stalin su cosa deve dipingere un artista, molti anni dopo nel castello di Sansepolcro, vede da una crepa nel muro l’ovale della Vergine barbuta. E’ un lampo, ma ha l’evidenza di una verità tradita.

Menéndez Salmon, inoltre, dissemina il romanzo di rimandi e citazioni, come già aveva fatto ne ‘Il correttore’, che insieme a ‘L’offesa‘ e ‘Derrumbe’ compone una particolare ‘trilogia del male’ esplicitato in tre sue manifestazioni: la guerra, la paura, la menzogna. L’influenza di Dostojevskij è evidente, così’ come le letture di Albert Camus, Franz Kafka, Thomas Bernhard (sono citati ‘Antichi Maestri‘ e ‘Il nipote di Wittgenstein) e Friedrich Nietzsche. Sullo sfondo, infine, ci sono la luce e l’amore. La luce, intangibile, indefinita, “nata prima che l’intelligenza dell’uomo potesse comprenderla, e che esiste indipendentemente dal fatto che esista un soggetto che la contempli”. E c’è l’amore, che semplicemente “accade, come il mare e le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è”.

‘L’incolore Tazaki Tsukuru’ di Murakami è un viaggio dentro noi stessi

di Alessandro Melia

23murakami1_span-articleLargeLa ricerca di se stessi come missione. Comprendere chi siamo e cosa cerchiamo. Questo conta. Il resto sono più o meno riempitivi di tempo. Nel panorama letterario mondiale non esiste uno scrittore più ostinato a portare alla luce ogni anfratto della condizione umana di Haruki Murakami. Da oltre trent’anni lo scrittore giapponese, che si impose nel 1982 con ‘Nel segno della pecora’, non ha fatto altro che scandagliare l’animo umano, indagare noi stessi, la solitudine dell’uomo e le relazioni con gli altri. In un certo senso Murakami ha rappresentato e continua a rappresentare il successore ideale di quella tradizione letteraria di scrittori interessati a raccontare storie esistenziali e spirituali che nel Novecento vide Hermann Hesse come massimo esponente. Esattamente come fece lo scrittore tedesco con ‘Demian’, ‘Siddharta’ o ‘Il lupo della steppa‘, Murakami parla al cuore delle persone, in particolare dei giovani, che lo seguono con una fedeltà quasi religiosa. Da ‘Norwegian Wood‘ a ‘Dance Dance Dance‘, da ‘La fine del mondo e il paese delle meraviglie’ a ‘L’uccello che girava le viti del mondo’, Murakami è andato alla ricerca della nostra identità. Per farlo ha inserito nelle sue opere una serie di elementi che si ripetono costantemente, come ha analizzato il professore dell’università Senshu di Tokyo, Tsuge Teruhiko, tra i maggiori esperti di letteratura nipponica: dialoghi agili e narrazione di facile comprensione, sviluppo di storie diverse, suicidio di un caro amico o morte di una donna, ricordi e sogni onirici, incontro con un essere soprannaturale che domina le relazioni umane, ma soprattutto ricerca di se stessi, fallimento e conseguente sentimento di perdita.

E’ così anche nell’ultimo romanzo: ‘L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio’ (Einaudi). Murakami narra la storia di Tsukuru, un uomo di 36 anni che conduce un’esistenza solitaria. La sua vita è scandita dal lavoro (costruisce stazioni ferroviarie) e da poche abitudini. Non ha amici, né una meta. Si sente “incolore”, anzi un contenitore vuoto. “Come recipiente, può darsi abbia una forma soddisfacente ma dentro non ho nulla che si possa definire un contenuto”. Eppure chi legge non ha questa sensazione. Tsukuru ha interessi, passioni, e sembra più forte di come si descrive. A cambiare il corso lineare della sua vita sarà l’amore per una donna, Sara, di due anni più grande, che intuisce la sua inquietudine nascosta e lo spinge ad affrontare i demoni del passato. Tsukuru sarà costretto a rivedere gli amici del liceo, due maschi (Aka, Ao) e due femmine (Shiro e Kuro) – i loro soprannomi significano rosso, blu, bianco e nero, quello di Tsukuru non ha colore – ai quali era stato legato da una stretta amicizia fino al giorno in cui, senza nessuna spiegazione, avevano decretato la sua espulsione dal gruppo. Il dolore per l’improvviso abbandono aveva convinto Tsukuru a chiudersi in casa per mesi e a desiderare solo una cosa: la morte. Finché, mutando nel corpo e nell’anima, tornerà alla vita, ma l’ombra di quel rifiuto lo accompagnerà sempre. Sara sa che Tsukuru non sarà libero di amare e di lasciarsi andare finchè non risolverà per sempre la ferita del passato. Cosa c’è dietro l’abbandono degli amici? Qual è il vero motivo? E’ da questo punto in poi che Murakami, con rara abilità, ci trascina dentro il mondo che ha costruito per noi, fatto di battute, sogni, metafore, scene di sesso spinto e citazioni musicali (la colonna sonora del libro è la bellissima ‘Le mal du pays‘ di Franz Liszt). Ogni personaggio ha una storia da raccontare. Ogni personaggio nasconde un segreto. Ma soprattutto ogni personaggio permetterà a Tsukuru di rendersi conto, anche tramite il giudizio che avevano gli altri nei suoi confronti, di non essere quella persona anonima e insulsa che per anni ha creduto di essere. (“Tu, nel nostro gruppo, avevi il ruolo del ragazzo carino che ispira simpatia. Eri un bel ragazzo e seguivi il tuo ritmo. Bastava che ci fossi tu per farci sentire a nostro agio, per farci sentire noi stessi. Non parlavi molto, ma stavi con i piedi per terra, saldo, e questo ci dava un quieto senso di sicurezza. Eri come l’ancora per una nave”). Addirittura scoprirà di essere stato amato profondamente. Ecco quindi che il viaggio dentro se stesso lo porterà a scoprirsi diverso, non più un contenitore vuoto. “E non tutto è andato perduto nel corso del tempo”.

Leggere un romanzo di Murakami non significa solo immergersi in una storia appassionante, piena di fascino e mistero. Significa soprattutto restare coinvolti, entrare in contatto con se stessi, riconoscersi, trovare risposte che cercavamo da tempo, far affiorare quelle verità che facciamo finta di non sapere.

Rabbia, confessioni e twitter: ecco ‘Il progetto Kraus’ di Franzen

di Alessandro Melia

Writer Jonathan FranzenPermettetemi di citare a esempio la mia storia, che per molti versi riecheggia quella di Kraus”. E’ da questo punto in poi, precisamente da pagina 76, che Jonathan Franzen si appropria de ‘Il progetto Kraus‘ (Einaudi) e ne diventa il protagonista. Ed è da questo punto in poi che ho sentito affiorare in me la solita domanda: e se Franzen fosse più bravo a scrivere saggi che romanzi? Se le riflessioni sulla vita di aspirante scrittore, sul matrimonio fallito, sulle letture, sulla minaccia che i social e le nuove tecnologie rappresentano per l’umanità, siano più interessanti di Enid e Alfred Lambert, la coppia de ‘Le Correzioni‘, o di Walter e Patty Berglund, la coppia di ‘Libertà‘? Sia chiaro: ‘Le Correzioni‘ è tra i migliori romanzi degli ultimi vent’anni. Ci vuole una capacità non comune per riuscire a sezionare lo spettro delle relazioni umane, sviscerarle e restituirle intere al lettore. Ma quando mi imbatto nei saggi – che siano racconti autobiografici, lezioni di letteratura, reportage dall’estero, discorsi agli studenti – ho la sensazione di avere di fronte un uomo che è in grado di raccontare il mondo in cui viviamo, ma anche di mettermi in guardia da ciò che mi può accadere. E’ per questo motivo che negli anni ho letto ‘Come stare soli‘, ‘Zona disagio‘ e ‘Più lontano ancora‘, quest’ultima la raccolta più intima di Franzen, in cui lo scrittore racconta il viaggio in solitario a Masafuera, un’isola vulcanica a ottocento chilometri dalla costa del Cile, in compagnia soltanto di un Gps, di una copia di ‘Robinson Crusoe‘ e delle ceneri dell’amico suicida David Foster Wallace.

Condivido, quindi, il giudizio dello storico Modris Eksteins, che recensendo ‘Il progetto Kraus‘ per il Wall Street Journal lo ribattezza ‘Il progetto Franzen’. Il testo, infatti, è diviso in due: ci sono gli scritti di Karl Kraus (scrittore austriaco e figura di spicco della Vienna dei primi anni del Novecento, direttore della rivista ‘Die Fackel’, noto per i suoi aforismi satirici, fustigatore del giornalismo, della corruzione e delle ipocrisie della società) e ci sono le note a piè pagina di Franzen, che sono l’asse portante dell’opera e si dividono, a loro volta, in due categorie: note che informano e aiutano la comprensione del testo; note sulla vita di Franzen. Queste sono di gran lunga le più interessanti, perchè Franzen spazia sugli argomenti più disparati. Dall’uso di internet (“Una delle cose peggiori è che induce tutti a prendere posizione su ciò che è tendenza”) e della tecnologia (“Non mi dispiace come serva, però mi dispiace quando diventa padrona”), ai giudizi letterari su John Updike e Philip Roth (“Sapevano di moralismo Krausiano”), su ‘L’arcobaleno della gravità‘ di Thomas Pynchon (“Mi sembrava un romanzo straordinariamente geniale e affrontava i due temi che mi premevano di più: il pericolo nucleare e l’impenetrabile Sistema moderno che rendeva impotenti gli individui. Pynchon mi faceva star male in senso letterale e figurato”) e sulla sorte dei libri (“Amazon vuole un mondo in cui i libri siano autopubblicati, vuole trasformare gli scrittori in operai senza prospettive. Ma così il libro stampato diventa una specie a rischio”). Ampio spazio ai momenti cruciali nella vita di Franzen: le lettere scritte in gioventù alla compagna V. (“Ho avuto molte idee stupide nella mia vita, ma nessuna batte quella di combinare lettere e diari con V. Se non fossi stato così ambizioso, mi sarei ricordato che le lettere sono per l’Altro e i diari per sé, e che il romanticismo del dialogo epistolare non va d’accordo con la confessione sincera del diario, e che è pericoloso consegnare se stessi all’Altro”), il tradimento, il matrimonio fallito, e la rabbia “la vera rabbia, la rabbia come stile di vita” che esplode un pomeriggio di aprile del 1982 e che lo porta a iscriversi a un corso su Kraus. Ma anche, al termine di un lungo percorso di crescita, la scoperta di essere diverso dallo scrittore austriaco: “Se alla fine la mia rabbia non bastò a fare di me un nuovo Kraus, fu a causa del genere letterario che avevo scelto”. Kraus, infatti, non scelse mai di diventare romanziere: “Senza un pubblico poteva essere il Grande Odiatore dalla sua scrivania. Ma quando un romanziere trova un pubblico, crea una relazione diversa basata sul riconoscimento anziché sul fraintendimento. E il lavoro mentale necessario per scrivere narrativa a lungo andare indebolisce la rabbia”.

Il mio consiglio è di leggere il libro due volte. La prima dedicandosi solo agli scritti di Karl Kraus e scoprire così uno spaccato letterario e sociale della Vienna del 1910. La seconda dedicandosi solo alle note di Franzen. Ne uscirà una lettura stravagante ma al tempo stesso coinvolgente, come solo pochi scrittori sono in grado di offrire.

Come un sismografo Paolo Giordano registra le scosse di un amore instabile

di Alessandro Melia

Vita reale o immaginazione. Autobiografismo o creatività. Due modi diversi di intendere l’arte, e con essa la scrittura. Per accorgersene basta entrare in una libreria qualsiasi e scorrere le opere letterarie. Troveremo chi si è dedicato a raccontare la sua vita, lavorando minuziosamente sui particolari, come Paul Auster o Philip Roth, e chi le vite degli altri, come Emanuele Carrere. Ma ci imbatteremo anche in quegli autori che hanno trovato nell’immaginazione il grimaldello per dare forma a passioni e desideri, o superare conflitti e turbamenti. Penso a Madame Bovary di Gustave Flaubert, a La Metamorfosi di Franz Kafka, a Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, a Il nuotatore di John Cheever. Questi scrittori hanno usato la loro immaginazione per creare nuovi mondi, aprendo squarci di colore nella nostra mente e consegnandoci, di fatto, le chiavi per rendere noi stessi gli artisti delle nostre vite. Nella dicotomia vita reale-immaginazione, propendo per la seconda. Di uno scrittore mi attrae più la sua capacità di immaginazione, che consente soluzioni infinite, rispetto alla cronaca, per quanto straordinaria, di una singola esperienza. A volte, però, può succedere che il confine tra i due aspetti sia appena accennato, suggerito. Non vita reale, ma non ancora immaginazione. Solo rielaborazione. Sottili strati di esperienza mescolati e riproposti in una forma diversa. Mi viene in mente Chesil Beach di Ian McEwan. Ma lo scrittore che decide di imboccare questa strada sa che il rischio autocompiacimento o banalità è sempre dietro l’angolo.

Paolo Giordano fa parte di quelli scrittori che crede nella rielaborazione. “L’immaginazione non è necessaria. Devi rielaborare la tua vita su tanti livelli e di continuo” ha detto presentando il suo terzo romanzo, ‘Il nero e l’argento’ (Einaudi), che prende spunto da un’esperienza vissuta. Giordano narra la storia di una coppia giovane, con un figlio piccolo, che a fatica galleggia tra le intemperie della vita quotidiana, spaventata dall’idea di non farcela ad affrontare gli ostacoli di tutti i giorni. Entrambi hanno paura di scoprirsi soli e vulnerabili. Il loro collante è la Signora A., una vedova dal carattere forte, che farà da tata al figlio, ma soprattutto a loro stessi. “Nella nostra vita lei era un elemento fisso, un riparo, un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia”. Ma la Signora A, ribattezzata Babette come nel racconto di Karen Blixen, morirà in brevissimo tempo stroncata da un tumore, gettando la coppia nello sconforto. “Io e la mia compagna abbiamo avuto una persona che ci ha aiutati in anni cruciali per la nostra trasformazione– ha raccontato Giordano- Quando venivamo presi da un loop di ansia lei tagliava il nodo con nettezza. E quando si è ammalata è stato come perdere un genitore condiviso”. Autobiografismo puro quindi? No, perchè Giordano rielabora la vita reale e si trasforma (fortunatamente per il lettore) in un sismografo delle azioni, dei dialoghi e dei sentimenti della coppia e del figlio Emanuele. Nel farlo lo scrittore torinese usa un linguaggio secco, diretto, chirurgico. La sensazione (piacevole) è quella di leggere un racconto breve, ogni parola in eccesso è stata rimossa. E questo è un pregio.

Seguiamo così il percorso di questa coppia che cerca di restare unita di fronte all’abbandono, si isola, litiga, smette di fare sesso. “Anche una coppia giovane può ammalarsi, di insicurezza, di ripetizione, di solitudine. Sdraiati a distanza di sicurezza i nostri corpi somigliavano a blocchi inespugnabili di marmo”. Vivono in anticipo, sperando che arrivi qualcosa a liberarli. E hanno umori diversi. Quello di lui è nero, il colore della malinconia, un “liquido vischioso, un fiotto di catrame che si irradia per il mio sistema linfatico, otturandolo”. L’umore di Nora, invece, è“argento fuso, il più bianco tra i metalli, il riflettente più spietato. La sua vitalità è inesauribile, neppure il lutto più grave sarebbe in grado di ostacolarla”. La loro unione si fonda su questa compensazione. “Tutta la vitalità che manca al protagonista– ha spiegato Giordano- Nora la riempie con un eccesso. I travasi di vitalità tengono viva una coppia molto a lungo”. Così, mentre la Signora A. si ammala sempre di più, allontanandosi e spalancando un vuoto (“La Signora A. era la sola testimone dell’impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo”), lui e Nora si agitano per restare in superficie, non rendendosi conto di avere ormai acquisito quella sicurezza necessaria per prendere in mano la loro vita. E’ questo il punto focale della rielaborazione di Giordano, capace di scendere in profondità con maturità e dare forma, e voce, ai silenzi e ai gesti che viviamo tutti noi ogni giorno.

I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, Dorfles ci fa ‘ri-scoprire’ i classici

di Alessandro Melia

“C’è un piacere più intenso per chi ama i libri antichi, che acquistarli? Sì. E’ sfogliarne un catalogo. Niente uguaglia la gioia di cercare i titoli bramati”. Giuseppe Pontiggia, ne ‘Le sabbie mobili’, sintetizza bene uno dei piaceri-vizi del lettore (forte). Spesso, infatti, colui che legge è anche una persona che prende appunti, cataloga, colleziona, disegna itinerari di lettura per cercare nuove strade di felicità. Non sorprende che gli articoli più cliccati e condivisi sui siti specializzati siano proprio classifiche di lettura, elenchi di scrittori, liste di titoli da non perdere. Se poi a compilare queste liste sono scrittori (come ad esempio Alessandro Baricco con ‘Una certa idea di mondo’), critici (Guido Davico Bonino con ‘Novecento italiano’, Filippo La Porta con ‘La nuova narrativa italiana’, per non parlare dei moltissimi testi di Roberto Calasso o Pietro Citati) e librai (Romano Montroni con ‘I libri ti cambiano la vita’) il riscontro positivo è quasi assicurato. In questi giorni è uscito il libro del giornalista Piero Dorfles, ‘I cento libri che rendono più ricca la nostra vita’ (Garzanti).

Si tratta di un elenco dei cento capolavori che meglio rappresentano il nostro immaginario letterario condiviso, opere ormai consacrate come dei classici. Rispetto a operazioni editoriali simili, questo volume ha alcuni meriti evidenti. Merito n. 1: non si tratta di una classifica, di un canone personale o di un catalogo definitivo. Merito n. 2: i libri sono raggruppati in dieci grandi temi letterari, così da poter scegliere l’itinerario che più ci appassiona. Si va da ‘L’utopia negata’con Orwell, Bradbury, Sciascia a ‘Vivere la storia’ con Bassani, Levi, Vittorini, Fenoglio. C’è‘L’avventura e la fuga’ di Stevenson, Conrad e Twain e ‘La frammentazione dell’io’ di Melville, Cechov, Pirandello, Svevo. Ci sono i ‘Percorsi sociali’ di Dostojevskij, Balzac, Hugo, Mann, i‘Romanzi-mondo’ di Proust, Musil, Garcia Marquez, ‘Le Radici oscure del desiderio’ di Goethe, Austen, Flaubert, Nabokov. Fino ad arrivare ai ‘Riti di passaggio’ di Stendhal, London, Calvino, Salinger e alla ‘Solitudine della vita contemporanea’ con Borges, Canetti, Beckett, Buzzati, Turgenev. Merito n. 3: per la prima volta in mezzo a decine di romanzi compare un racconto. Anzi, il racconto per eccellenza: ‘La Metamorfosi’ di Kafka, a cui è dedicato un apposito capitolo intitolato ‘Lo scarafaggio e il destino dell’uomo’. Che io ricordi è una delle rarissime volte (purtroppo) in cui la forma del racconto finisce all’interno di elenchi di questo tipo. Sarebbe cosa gradita se qualcuno pubblicasse un libro dedicato soltanto a liste di racconti, divise per generi. Merito n. 4: Dorfles ha volutamente omesso quasi tutti quei libri che si leggono a scuola (Promessi Sposi, Iliade, Malavoglia, Don Chisciotte) e che, dunque, fanno già parte di un patrimonio letterario da tutti riconosciuto. Merito n. 5: nella nota bibliografica finale sono riportati in ordine alfabetico autori, titoli e edizioni consultate. Merito n. 6: l’obiettivo dichiarato di questo libro, che è un inno d’amore alla lettura, è quello di creare un “sapere condiviso che permetta di vivere, se non in sintonia, almeno in compagnia degli altri. Non ne ho la certezza– scrive Dorfles- ma, in definitiva, spero almeno che quante più persone leggono e capiscono Kafka, tanto più difficile sarà che siano insensibili ai problemi degli altri. E al destino dell’uomo”.

novatiLeggere il libro di Dorfles mi ha ricordato quando molti anni fa acquistai in una libreria dell’usato ‘Il centoromanzi dell’Ottocento’ (Rizzoli) di Laura Novati, purtroppo da anni fuori catalogo. Un volume poderoso (630 pagine) che riassume in modo completo la trama, la biografia di ogni singolo autore e i dati più recenti delle acquisizioni della critica. Un libro originale, capace di dimostrare la presenza dei capolavori come modelli, come onde che si propagano nello spazio e nel tempo per arrivare fino ai giorni nostri. L’auspicio è che libri di questo tipo stimolino soprattutto la curiosità di coloro che leggono di meno. I classici non hanno tempo, possono essere letti a qualsiasi età. Siamo noi che, ogni volta che li riprendiamo in mano, siamo cambiati. D’altronde, ci ricorda sempre Pontiggia, “c’è qualcosa di più folle della bibliomania ovvero della follia di avere libri: ed è la follia di non averne. Nessun oggetto è perfetto come il libro, che è insieme effetto e causa di tante esperienze. Nessuno vuole negare ad altri mezzi il potere di offrire informazioni. Ma c’è una cosa che l’informazione non può sostituire: la formazione. E la formazione, cioè un processo senza fine di arricchimento e di piacere, passa per i libri. Perciò la domanda che vorrei fare è questa. Chi è il folle? Chi brama di possedere sempre più libri o chi ne tiene la casa vuota come la propria testa?”.

Torna ‘L’uomo che piantava gli alberi’ di Jean Giono, parabola perfetta sull’uomo e la natura

di Alessandro Melia

Ci sono storie che si tramandano nel tempo senza perdere mai la loro forza. Sono storie dal contenuto universale, che parlano di valori come l’amicizia, il rispetto, la lealtà, il senso della vita. Spesso hanno la capacità di plasmare i pensieri di chi le legge perchè il loro messaggio arriva dritto al cuore. Sono storie scritte sotto forme diverse: favola, novella, racconto allegorico, trattato filosofico. Penso a ‘Il piccolo principe’ di Antoine de Saint-Exupéry, ‘La linea d’ombra’ di Joseph Conrad, ‘Bartleby lo scrivano’ di Herman Melville, ‘Walden’ di Henry Thoreau, o al ‘Siddharta’ di Hermann Hesse. Ecco, libri che custodiscono questo tipo di storie non dovrebbero mai finire fuori catalogo. Per cui fa particolarmente piacere che l’editore Salani abbia deciso di ristampare nella collana ‘Istrici d’oro’ (per bambini e ragazzi)‘L’uomo che piantava gli alberi’ di Jean Giono, rimasto per troppo tempo non disponibile.

La prima pagina si apre con il disegno di un uomo, ha lo sguardo sereno, la bocca accenna a un sorriso. Sullo sfondo si intravede un sentiero che porta a una casa sulle colline. Il messaggio recita:“Perchè la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d’errore, di fronte a una personalità indimenticabile”.

Il libro racconta la storia di Elzéard Bouffier, un pastore solitario di un paesino della Provenza che, non avendo occupazioni più importanti, passa la vita a seminare ghiande, fino a ripopolare un’arida vallata ai piedi delle Alpi. Egli non parla quasi mai con nessuno, prova piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. La sua casa è in ordine, i vestiti sono rammendati con la cura minuziosa che rende i rammenti invisibili. “La società di quell’uomo dava pace” dice il giovane escursionista che lo incontra per caso (alter ego dell’autore) che narra la sua storia. Elzéard Bouffier attraversa le due guerre mondiali ignorandole completamente. Per tutto quel tempo “aveva continuato imperturbabilmente a piantare” fino a far nascere un’intera foresta in quello che prima era un deserto, all’insaputa di tutti. E mentre nel mondo la gente moriva, Bouffier continuava a vivere in salute. “Il lavoro calmo e regolare, l’aria viva d’altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio”.

Nella sua vita Jean Giono, scrittore francese nato proprio in Provenza, si interessò molto alla ricerca della felicità, come ci ricorda Leopoldo Carra nella nota finale. E proprio in questo racconto si ritrovano tutti i temi cari all’autore: l’attaccamento alla vita e il ritorno alla natura, l’apprezzamento per un lavoro onesto, silenzioso, per una fatica libera e generosa. Il giovane escursionista che incontrerà più volte Elzéard Bouffier dirà di lui:“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”. L’albero è il simbolo del racconto, è l’espressione della vita, dell’equilibrio e della saggezza. Elzéard Bouffier è l’uomo che si prende cura del mondo che lo circonda, per lasciarlo ai posteri in condizioni migliori di come l’ha trovato. Il giovane escursionista rappresenta le nuove generazioni a cui tramandare la storia. Le illustrazioni di Simona Mulazzani aiutano a rendere ancora più accessibile ai bambini questa parabola, perfetta per le festività pasquali, sul rapporto uomo-natura e sul senso delle nostre vite.