Rabbia, confessioni e twitter: ecco ‘Il progetto Kraus’ di Franzen

di Alessandro Melia

Writer Jonathan FranzenPermettetemi di citare a esempio la mia storia, che per molti versi riecheggia quella di Kraus”. E’ da questo punto in poi, precisamente da pagina 76, che Jonathan Franzen si appropria de ‘Il progetto Kraus‘ (Einaudi) e ne diventa il protagonista. Ed è da questo punto in poi che ho sentito affiorare in me la solita domanda: e se Franzen fosse più bravo a scrivere saggi che romanzi? Se le riflessioni sulla vita di aspirante scrittore, sul matrimonio fallito, sulle letture, sulla minaccia che i social e le nuove tecnologie rappresentano per l’umanità, siano più interessanti di Enid e Alfred Lambert, la coppia de ‘Le Correzioni‘, o di Walter e Patty Berglund, la coppia di ‘Libertà‘? Sia chiaro: ‘Le Correzioni‘ è tra i migliori romanzi degli ultimi vent’anni. Ci vuole una capacità non comune per riuscire a sezionare lo spettro delle relazioni umane, sviscerarle e restituirle intere al lettore. Ma quando mi imbatto nei saggi – che siano racconti autobiografici, lezioni di letteratura, reportage dall’estero, discorsi agli studenti – ho la sensazione di avere di fronte un uomo che è in grado di raccontare il mondo in cui viviamo, ma anche di mettermi in guardia da ciò che mi può accadere. E’ per questo motivo che negli anni ho letto ‘Come stare soli‘, ‘Zona disagio‘ e ‘Più lontano ancora‘, quest’ultima la raccolta più intima di Franzen, in cui lo scrittore racconta il viaggio in solitario a Masafuera, un’isola vulcanica a ottocento chilometri dalla costa del Cile, in compagnia soltanto di un Gps, di una copia di ‘Robinson Crusoe‘ e delle ceneri dell’amico suicida David Foster Wallace.

Condivido, quindi, il giudizio dello storico Modris Eksteins, che recensendo ‘Il progetto Kraus‘ per il Wall Street Journal lo ribattezza ‘Il progetto Franzen’. Il testo, infatti, è diviso in due: ci sono gli scritti di Karl Kraus (scrittore austriaco e figura di spicco della Vienna dei primi anni del Novecento, direttore della rivista ‘Die Fackel’, noto per i suoi aforismi satirici, fustigatore del giornalismo, della corruzione e delle ipocrisie della società) e ci sono le note a piè pagina di Franzen, che sono l’asse portante dell’opera e si dividono, a loro volta, in due categorie: note che informano e aiutano la comprensione del testo; note sulla vita di Franzen. Queste sono di gran lunga le più interessanti, perchè Franzen spazia sugli argomenti più disparati. Dall’uso di internet (“Una delle cose peggiori è che induce tutti a prendere posizione su ciò che è tendenza”) e della tecnologia (“Non mi dispiace come serva, però mi dispiace quando diventa padrona”), ai giudizi letterari su John Updike e Philip Roth (“Sapevano di moralismo Krausiano”), su ‘L’arcobaleno della gravità‘ di Thomas Pynchon (“Mi sembrava un romanzo straordinariamente geniale e affrontava i due temi che mi premevano di più: il pericolo nucleare e l’impenetrabile Sistema moderno che rendeva impotenti gli individui. Pynchon mi faceva star male in senso letterale e figurato”) e sulla sorte dei libri (“Amazon vuole un mondo in cui i libri siano autopubblicati, vuole trasformare gli scrittori in operai senza prospettive. Ma così il libro stampato diventa una specie a rischio”). Ampio spazio ai momenti cruciali nella vita di Franzen: le lettere scritte in gioventù alla compagna V. (“Ho avuto molte idee stupide nella mia vita, ma nessuna batte quella di combinare lettere e diari con V. Se non fossi stato così ambizioso, mi sarei ricordato che le lettere sono per l’Altro e i diari per sé, e che il romanticismo del dialogo epistolare non va d’accordo con la confessione sincera del diario, e che è pericoloso consegnare se stessi all’Altro”), il tradimento, il matrimonio fallito, e la rabbia “la vera rabbia, la rabbia come stile di vita” che esplode un pomeriggio di aprile del 1982 e che lo porta a iscriversi a un corso su Kraus. Ma anche, al termine di un lungo percorso di crescita, la scoperta di essere diverso dallo scrittore austriaco: “Se alla fine la mia rabbia non bastò a fare di me un nuovo Kraus, fu a causa del genere letterario che avevo scelto”. Kraus, infatti, non scelse mai di diventare romanziere: “Senza un pubblico poteva essere il Grande Odiatore dalla sua scrivania. Ma quando un romanziere trova un pubblico, crea una relazione diversa basata sul riconoscimento anziché sul fraintendimento. E il lavoro mentale necessario per scrivere narrativa a lungo andare indebolisce la rabbia”.

Il mio consiglio è di leggere il libro due volte. La prima dedicandosi solo agli scritti di Karl Kraus e scoprire così uno spaccato letterario e sociale della Vienna del 1910. La seconda dedicandosi solo alle note di Franzen. Ne uscirà una lettura stravagante ma al tempo stesso coinvolgente, come solo pochi scrittori sono in grado di offrire.

Come un sismografo Paolo Giordano registra le scosse di un amore instabile

di Alessandro Melia

Vita reale o immaginazione. Autobiografismo o creatività. Due modi diversi di intendere l’arte, e con essa la scrittura. Per accorgersene basta entrare in una libreria qualsiasi e scorrere le opere letterarie. Troveremo chi si è dedicato a raccontare la sua vita, lavorando minuziosamente sui particolari, come Paul Auster o Philip Roth, e chi le vite degli altri, come Emanuele Carrere. Ma ci imbatteremo anche in quegli autori che hanno trovato nell’immaginazione il grimaldello per dare forma a passioni e desideri, o superare conflitti e turbamenti. Penso a Madame Bovary di Gustave Flaubert, a La Metamorfosi di Franz Kafka, a Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, a Il nuotatore di John Cheever. Questi scrittori hanno usato la loro immaginazione per creare nuovi mondi, aprendo squarci di colore nella nostra mente e consegnandoci, di fatto, le chiavi per rendere noi stessi gli artisti delle nostre vite. Nella dicotomia vita reale-immaginazione, propendo per la seconda. Di uno scrittore mi attrae più la sua capacità di immaginazione, che consente soluzioni infinite, rispetto alla cronaca, per quanto straordinaria, di una singola esperienza. A volte, però, può succedere che il confine tra i due aspetti sia appena accennato, suggerito. Non vita reale, ma non ancora immaginazione. Solo rielaborazione. Sottili strati di esperienza mescolati e riproposti in una forma diversa. Mi viene in mente Chesil Beach di Ian McEwan. Ma lo scrittore che decide di imboccare questa strada sa che il rischio autocompiacimento o banalità è sempre dietro l’angolo.

Paolo Giordano fa parte di quelli scrittori che crede nella rielaborazione. “L’immaginazione non è necessaria. Devi rielaborare la tua vita su tanti livelli e di continuo” ha detto presentando il suo terzo romanzo, ‘Il nero e l’argento’ (Einaudi), che prende spunto da un’esperienza vissuta. Giordano narra la storia di una coppia giovane, con un figlio piccolo, che a fatica galleggia tra le intemperie della vita quotidiana, spaventata dall’idea di non farcela ad affrontare gli ostacoli di tutti i giorni. Entrambi hanno paura di scoprirsi soli e vulnerabili. Il loro collante è la Signora A., una vedova dal carattere forte, che farà da tata al figlio, ma soprattutto a loro stessi. “Nella nostra vita lei era un elemento fisso, un riparo, un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia”. Ma la Signora A, ribattezzata Babette come nel racconto di Karen Blixen, morirà in brevissimo tempo stroncata da un tumore, gettando la coppia nello sconforto. “Io e la mia compagna abbiamo avuto una persona che ci ha aiutati in anni cruciali per la nostra trasformazione– ha raccontato Giordano- Quando venivamo presi da un loop di ansia lei tagliava il nodo con nettezza. E quando si è ammalata è stato come perdere un genitore condiviso”. Autobiografismo puro quindi? No, perchè Giordano rielabora la vita reale e si trasforma (fortunatamente per il lettore) in un sismografo delle azioni, dei dialoghi e dei sentimenti della coppia e del figlio Emanuele. Nel farlo lo scrittore torinese usa un linguaggio secco, diretto, chirurgico. La sensazione (piacevole) è quella di leggere un racconto breve, ogni parola in eccesso è stata rimossa. E questo è un pregio.

Seguiamo così il percorso di questa coppia che cerca di restare unita di fronte all’abbandono, si isola, litiga, smette di fare sesso. “Anche una coppia giovane può ammalarsi, di insicurezza, di ripetizione, di solitudine. Sdraiati a distanza di sicurezza i nostri corpi somigliavano a blocchi inespugnabili di marmo”. Vivono in anticipo, sperando che arrivi qualcosa a liberarli. E hanno umori diversi. Quello di lui è nero, il colore della malinconia, un “liquido vischioso, un fiotto di catrame che si irradia per il mio sistema linfatico, otturandolo”. L’umore di Nora, invece, è“argento fuso, il più bianco tra i metalli, il riflettente più spietato. La sua vitalità è inesauribile, neppure il lutto più grave sarebbe in grado di ostacolarla”. La loro unione si fonda su questa compensazione. “Tutta la vitalità che manca al protagonista– ha spiegato Giordano- Nora la riempie con un eccesso. I travasi di vitalità tengono viva una coppia molto a lungo”. Così, mentre la Signora A. si ammala sempre di più, allontanandosi e spalancando un vuoto (“La Signora A. era la sola testimone dell’impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo”), lui e Nora si agitano per restare in superficie, non rendendosi conto di avere ormai acquisito quella sicurezza necessaria per prendere in mano la loro vita. E’ questo il punto focale della rielaborazione di Giordano, capace di scendere in profondità con maturità e dare forma, e voce, ai silenzi e ai gesti che viviamo tutti noi ogni giorno.

I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, Dorfles ci fa ‘ri-scoprire’ i classici

di Alessandro Melia

“C’è un piacere più intenso per chi ama i libri antichi, che acquistarli? Sì. E’ sfogliarne un catalogo. Niente uguaglia la gioia di cercare i titoli bramati”. Giuseppe Pontiggia, ne ‘Le sabbie mobili’, sintetizza bene uno dei piaceri-vizi del lettore (forte). Spesso, infatti, colui che legge è anche una persona che prende appunti, cataloga, colleziona, disegna itinerari di lettura per cercare nuove strade di felicità. Non sorprende che gli articoli più cliccati e condivisi sui siti specializzati siano proprio classifiche di lettura, elenchi di scrittori, liste di titoli da non perdere. Se poi a compilare queste liste sono scrittori (come ad esempio Alessandro Baricco con ‘Una certa idea di mondo’), critici (Guido Davico Bonino con ‘Novecento italiano’, Filippo La Porta con ‘La nuova narrativa italiana’, per non parlare dei moltissimi testi di Roberto Calasso o Pietro Citati) e librai (Romano Montroni con ‘I libri ti cambiano la vita’) il riscontro positivo è quasi assicurato. In questi giorni è uscito il libro del giornalista Piero Dorfles, ‘I cento libri che rendono più ricca la nostra vita’ (Garzanti).

Si tratta di un elenco dei cento capolavori che meglio rappresentano il nostro immaginario letterario condiviso, opere ormai consacrate come dei classici. Rispetto a operazioni editoriali simili, questo volume ha alcuni meriti evidenti. Merito n. 1: non si tratta di una classifica, di un canone personale o di un catalogo definitivo. Merito n. 2: i libri sono raggruppati in dieci grandi temi letterari, così da poter scegliere l’itinerario che più ci appassiona. Si va da ‘L’utopia negata’con Orwell, Bradbury, Sciascia a ‘Vivere la storia’ con Bassani, Levi, Vittorini, Fenoglio. C’è‘L’avventura e la fuga’ di Stevenson, Conrad e Twain e ‘La frammentazione dell’io’ di Melville, Cechov, Pirandello, Svevo. Ci sono i ‘Percorsi sociali’ di Dostojevskij, Balzac, Hugo, Mann, i‘Romanzi-mondo’ di Proust, Musil, Garcia Marquez, ‘Le Radici oscure del desiderio’ di Goethe, Austen, Flaubert, Nabokov. Fino ad arrivare ai ‘Riti di passaggio’ di Stendhal, London, Calvino, Salinger e alla ‘Solitudine della vita contemporanea’ con Borges, Canetti, Beckett, Buzzati, Turgenev. Merito n. 3: per la prima volta in mezzo a decine di romanzi compare un racconto. Anzi, il racconto per eccellenza: ‘La Metamorfosi’ di Kafka, a cui è dedicato un apposito capitolo intitolato ‘Lo scarafaggio e il destino dell’uomo’. Che io ricordi è una delle rarissime volte (purtroppo) in cui la forma del racconto finisce all’interno di elenchi di questo tipo. Sarebbe cosa gradita se qualcuno pubblicasse un libro dedicato soltanto a liste di racconti, divise per generi. Merito n. 4: Dorfles ha volutamente omesso quasi tutti quei libri che si leggono a scuola (Promessi Sposi, Iliade, Malavoglia, Don Chisciotte) e che, dunque, fanno già parte di un patrimonio letterario da tutti riconosciuto. Merito n. 5: nella nota bibliografica finale sono riportati in ordine alfabetico autori, titoli e edizioni consultate. Merito n. 6: l’obiettivo dichiarato di questo libro, che è un inno d’amore alla lettura, è quello di creare un “sapere condiviso che permetta di vivere, se non in sintonia, almeno in compagnia degli altri. Non ne ho la certezza– scrive Dorfles- ma, in definitiva, spero almeno che quante più persone leggono e capiscono Kafka, tanto più difficile sarà che siano insensibili ai problemi degli altri. E al destino dell’uomo”.

novatiLeggere il libro di Dorfles mi ha ricordato quando molti anni fa acquistai in una libreria dell’usato ‘Il centoromanzi dell’Ottocento’ (Rizzoli) di Laura Novati, purtroppo da anni fuori catalogo. Un volume poderoso (630 pagine) che riassume in modo completo la trama, la biografia di ogni singolo autore e i dati più recenti delle acquisizioni della critica. Un libro originale, capace di dimostrare la presenza dei capolavori come modelli, come onde che si propagano nello spazio e nel tempo per arrivare fino ai giorni nostri. L’auspicio è che libri di questo tipo stimolino soprattutto la curiosità di coloro che leggono di meno. I classici non hanno tempo, possono essere letti a qualsiasi età. Siamo noi che, ogni volta che li riprendiamo in mano, siamo cambiati. D’altronde, ci ricorda sempre Pontiggia, “c’è qualcosa di più folle della bibliomania ovvero della follia di avere libri: ed è la follia di non averne. Nessun oggetto è perfetto come il libro, che è insieme effetto e causa di tante esperienze. Nessuno vuole negare ad altri mezzi il potere di offrire informazioni. Ma c’è una cosa che l’informazione non può sostituire: la formazione. E la formazione, cioè un processo senza fine di arricchimento e di piacere, passa per i libri. Perciò la domanda che vorrei fare è questa. Chi è il folle? Chi brama di possedere sempre più libri o chi ne tiene la casa vuota come la propria testa?”.

Torna ‘L’uomo che piantava gli alberi’ di Jean Giono, parabola perfetta sull’uomo e la natura

di Alessandro Melia

Ci sono storie che si tramandano nel tempo senza perdere mai la loro forza. Sono storie dal contenuto universale, che parlano di valori come l’amicizia, il rispetto, la lealtà, il senso della vita. Spesso hanno la capacità di plasmare i pensieri di chi le legge perchè il loro messaggio arriva dritto al cuore. Sono storie scritte sotto forme diverse: favola, novella, racconto allegorico, trattato filosofico. Penso a ‘Il piccolo principe’ di Antoine de Saint-Exupéry, ‘La linea d’ombra’ di Joseph Conrad, ‘Bartleby lo scrivano’ di Herman Melville, ‘Walden’ di Henry Thoreau, o al ‘Siddharta’ di Hermann Hesse. Ecco, libri che custodiscono questo tipo di storie non dovrebbero mai finire fuori catalogo. Per cui fa particolarmente piacere che l’editore Salani abbia deciso di ristampare nella collana ‘Istrici d’oro’ (per bambini e ragazzi)‘L’uomo che piantava gli alberi’ di Jean Giono, rimasto per troppo tempo non disponibile.

La prima pagina si apre con il disegno di un uomo, ha lo sguardo sereno, la bocca accenna a un sorriso. Sullo sfondo si intravede un sentiero che porta a una casa sulle colline. Il messaggio recita:“Perchè la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d’errore, di fronte a una personalità indimenticabile”.

Il libro racconta la storia di Elzéard Bouffier, un pastore solitario di un paesino della Provenza che, non avendo occupazioni più importanti, passa la vita a seminare ghiande, fino a ripopolare un’arida vallata ai piedi delle Alpi. Egli non parla quasi mai con nessuno, prova piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. La sua casa è in ordine, i vestiti sono rammendati con la cura minuziosa che rende i rammenti invisibili. “La società di quell’uomo dava pace” dice il giovane escursionista che lo incontra per caso (alter ego dell’autore) che narra la sua storia. Elzéard Bouffier attraversa le due guerre mondiali ignorandole completamente. Per tutto quel tempo “aveva continuato imperturbabilmente a piantare” fino a far nascere un’intera foresta in quello che prima era un deserto, all’insaputa di tutti. E mentre nel mondo la gente moriva, Bouffier continuava a vivere in salute. “Il lavoro calmo e regolare, l’aria viva d’altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio”.

Nella sua vita Jean Giono, scrittore francese nato proprio in Provenza, si interessò molto alla ricerca della felicità, come ci ricorda Leopoldo Carra nella nota finale. E proprio in questo racconto si ritrovano tutti i temi cari all’autore: l’attaccamento alla vita e il ritorno alla natura, l’apprezzamento per un lavoro onesto, silenzioso, per una fatica libera e generosa. Il giovane escursionista che incontrerà più volte Elzéard Bouffier dirà di lui:“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”. L’albero è il simbolo del racconto, è l’espressione della vita, dell’equilibrio e della saggezza. Elzéard Bouffier è l’uomo che si prende cura del mondo che lo circonda, per lasciarlo ai posteri in condizioni migliori di come l’ha trovato. Il giovane escursionista rappresenta le nuove generazioni a cui tramandare la storia. Le illustrazioni di Simona Mulazzani aiutano a rendere ancora più accessibile ai bambini questa parabola, perfetta per le festività pasquali, sul rapporto uomo-natura e sul senso delle nostre vite.

Come un romanzo dell’Ottocento ‘Il cardellino’ ci svela il cuore del mondo

di Alessandro Melia

Donna Tartt by Beowulf SheehanScrivere significa tenere insieme il mondo dopo che l’hai fatto a pezzi. Molta della bellezza che troviamo nella letteratura nasce da questo”. Nella ‘Palladium Lectures’ dedicata alla scrittura, Alessandro Baricco usa questa definizione per raccontare Marcel Proust. L’autore de ‘Alla ricerca del tempo perduto’, nell’atto di scrivere, “fa un solo gesto: con un bisturi taglia, disseziona la realtà per poi restituircela intera”. Pochissimi scrittori oltre a Proust, dotati di straordinarie capacità tecniche, sono riusciti a fare questo: Dickens, Dostoevskij, Tolstoj, Joyce, Flaubert, Mann, Melville, Garcia Marquez. I loro romanzi racchiudono l’insieme di tutte le esperienze possibili. Grazie alla varietà dei personaggi, alle descrizioni minuziose delle città e dei periodi storici, ai sentimenti e alle sensazioni che provano i protagonisti, ai ragionamenti sulla vita, la morte, gli amori, le sofferenze, le relazioni sociali, sono riusciti a riprodurre il mondo su carta. Negli ultimi venti-trent’anni di romanzi di questo tipo ne sono stati scritti pochissimi e molto diversi tra loro: ‘Underworld’ di De Lillo, ‘2666’ di Bolano, ‘Le correzioni’ di Franzen, ‘A un cerbiatto somiglia il mio amore’ di Grossman. A questi, oggi, possiamo aggiungere di diritto ‘Il cardellino‘ (Rizzoli) di Donna Tartt.

La scrittrice del Mississipi, alla sua terza prova narrativa, realizza un romanzo monumentale (892 pagine) dagli echi ottocenteschi. Scritto nell’arco di dieci anni, ‘Il cardellino’ (nome del quadro del pittore olandese Carel Fabritius, il miglior allievo di Rembrandt, morto giovane nell’esplosione di una fabbrica di polvere da sparo a Delft nel 1654) è un’opera magnifica sotto tutti i punti di vista. La scrittura è accurata, precisa, le parole sono lavorate, mai lasciate al caso. Il primo capitolo si apre con una citazione di Camus (“L’assurdo non libera: vincola”) che dà subito il senso (esistenzialista) di ciò che si sta per leggere e richiama – questa l’impressione che ho avuto – alla stessa opera di Fabritius. Il cardellino dipinto, infatti, è un uccellino domestico legato, o meglio ‘vincolato’, ad un trespolo da una catenella appena visibile. Ci osserva da lì, placidamente, nella sua solitudine, davanti a un muro spoglio. Cosa volesse dirci esattamente Fabritius non lo sappiamo, la maggior parte delle sue opere andarono perse con l’esplosione. Ma forse trovare una spiegazione a tutto non è così importante, come ci suggerirà Donna Tartt.

Il romanzo racconta la storia di Theo Decker, che all’età di tredici anni rimane coinvolto in un attentato terroristico al Metropolitan Museum of Art di New York. L’esplosione uccide sua madre mentre lui, quasi illeso, fugge e porta via con sé Il cardellino. Rimasto solo, Theo viene affidato ai genitori benestanti di un suo compagno di scuola, la famiglia Barbour. Nella nuova casa di Park Avenue, però, Theo si sente a disagio, isolato dagli amici e tormentato dalla nostalgia nei confronti della madre. Il padre, sparito un anno prima, torna a manifestarsi con la sua nuova compagna Xandra e lo porta a vivere a Las Vegas, dove condurrà una vita fatta di alcol e droghe. In quel “bagliore senza stagioni” conoscerà quello che diventerà il suo più grande amico: Boris. Poi, quando anche il padre morirà, Theo tornerà a New York, imparando a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Si innamorerà, ma dell’unica persona che non potrà mai avere. Finché, in preda a una pulsione autodistruttiva, finirà ad Amsterdam, coinvolto negli ambienti della criminalità proprio a causa dell’unica cosa che lo aveva tenuto in vita: il piccolo quadro raffigurante un cardellino. (“Anche se potevo guardarlo solo di rado mi piaceva pensare che fosse lì, per via della profondità e concretezza che infondeva alle cose. Era come se rinforzasse le fondamenta della mia vita, e mi rassicurava”).

Donna Tartt dissemina lungo il romanzo decine di spunti, citazioni, dettagli. Per chi ama leggere non c’è cosa più piacevole che lasciarsi cullare dalle descrizioni dei luoghi, dai ritratti delle persone, dalle sensazioni e dagli stati d’animo che prova Theo. Ogni relazione è analizzata, ogni pensiero è allo scoperto, ogni emozione affiora senza freni. E poi c’è l’amore per il cinema e i libri. “Tra i corsi che seguivo, Letteratura era l’unico che attendevo con gioia” dice Theo. Sono citatiDickens (‘Grandi Speranze’ e ‘Oliver Twist’), Dostoevskij (‘L’Idiota’), Thoreau (‘Walden’), de Saint-Exupéry (‘Terra degli uomini’), Puskin (‘Eugenio Onegin’), Melville (‘Moby Dick’). Le pagine più toccanti sono quelle che in cui Theo parla di Pippa, la bambina vista il giorno dell’esplosione al museo e che crescerà lontano (ma solo fisicamente) da lui. “Lei era il mio regno scomparso, la parte illesa di me che avevo perso insieme a mia madre. Il pensiero di lei inondava di luce ogni angolo della mia mente e riversava fulgore in solai prodigiosi di cui avevo ignorato persino l’esistenza. Lei era il filo dorato che intesseva ogni cosa, una lente che ingigantiva la bellezza a tal punto che il mondo intero appariva trasfigurato attraverso di lei”.

Nel finale Donna Tartt, con un congegno narrativo, sovrappone la storia di Theo Decker con alcune riflessioni (personali): qual è il segreto racchiuso nel cardellino, perchè non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri, come mai spesso siamo attratti da ciò che non possiamo avere, la certezza che non possiamo scappare da ciò che siamo. E quando ci si avvia verso una conclusione degna di Cioran (“Per me – scrive Theo su un quaderno – e continuerò a ripeterlo ostinatamente finchè vivrò, finchè cadrò sulla mia nichilistica e ingrata faccia e sarò troppo debole per ripeterlo un’ultima volta: meglio non nascere, che nascere in questa fogna”) ecco che si apre uno squarcio nell’esistenza, uno spazio sottile, uno spicchio d’arcobaleno in cui origina la bellezza. E la nostra mente torna alla prima pagina, alla citazione di Camus. “Sento di avere qualcosa di molto serio e urgente da dirti, mio inesistente lettore, e sento che devo dirtelo immediatamente. Che la vita – qualunque cosa sia – è breve. Che il destino è crudele ma forse non casuale. Che forse anche se non siamo sempre contenti di essere qui, è nostro compito immergerci comunque: entrarci, attraversare questa fogna, con gli occhi e il cuore ben aperti. E nel pieno del nostro morire, è un onore e un privilegio amare ciò che la Morte non tocca. Nella misura in cui il quadro è immortale, io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte in quell’immortalità”.

Sogni, ricordi e notti inquiete: Williams e Kaniuk ‘illuminano’ le nostre vite

di Alessandro Melia

Nel pieno della maturità, Auguste Rodin lavorò incessantemente a una serie di opere dedicate alle figure degli amanti (‘Amore e Psiche’, ‘Paolo e Francesca’, ‘Venere e Adone’, ‘La terra e la luna’). Una di queste, ‘Il giorno e la notte’, che lo scultore parigino terminò nel 1909, raffigura un uomo e una donna, l’uno addormentato sull’altra, il giorno che si piega alla notte, il volto di lui che nasconde quello di lei. L’opera, in chi la guarda, sprigiona una forza ancora più forte perchè Rodin lascia intorno agli amanti il marmo non lavorato, cosicché si ha la sensazione che i due spuntino dalla pietra che li contiene, da cui non possono staccarsi.

Arthur, il giovane borghese della California di ‘Nulla, solo la notte’ (Fazi editore) di John Williams, dopo essersi svegliato, pensa che “il mattino ha qualcosa di osceno, come se ogni giorno il tempo si levasse da un sepolcro notturno per tornare ad affliggere la terra”. Orlov, il vecchio pittore che di notte viene chiamato per dipingere il cadavere di un misterioso uomo, al centro del romanzo breve ‘Sazio di giorni’ (La Giuntina) di Yoram Kaniuk, sostiene che “le opere d’arte sono tempeste eterne incatenate. Salti mortali dentro gabbie di ordine”. In entrambi i testi, il giorno e la notte si fanno largo nelle vite di Arthur e Orlov come amanti irrequieti, capaci di mutare l’umore dei protagonisti e la percezione della vita esterna.

‘Nulla, solo la notte’ è l’esordio letterario di John Williams, scrittore morto nel 1994 a 71 anni. Per lui la ribalta internazionale arriverà solo nel 2006, grazie alla riabilitazione della New York Review of Books Classics di ‘Stoner’, romanzo pubblicato nel 1965 ma uscito in Italia, sempre per Fazi, nel 2012 e diventato in poco tempo un bestseller. Per il suo debutto John Williams sceglie di raccontare la giornata del giovane Arthur Maxley, disseminata di pensieri, visioni, ricordi, bevute continue. “Come un medico che vede la malattia strisciare sul proprio corpo e non fa nulla per arrestarla, a volte si osservava, mentre restava seduto a ricordare”. Arthur sa che deve trovare qualcosa da fare, non può rimanere nella sua stanza “sporca e disordinata come la mia anima”. Ma una lettera del padre, uomo d’affari sempre in giro per continenti, rompe quella monotonia (“Quella lettera, come una chiave gigantesca, aveva aperto la diga”) e Arthur si ritrova costretto ad affrontare il mostro dell’infanzia: “Aveva visto suo padre e sua madre l’uno davanti all’altra, aveva visto la ricostruzione di quella cosa terribile che non sarebbe mai riuscito a espellere dagli anfratti più oscuri della sua mente”. Il dialogo tra Arthur e suo padre è la parte migliore del romanzo. John Williams, come un chirurgo, fa emergere le parole che non si trovano e quelle che non si vogliono dire, gli sguardi imbarazzati, l’essere vulnerabili, nudi, fragili di fronte a chi ci ha dato la vita ma non ci conosce, e poi la scoperta inattesa di essere simili, ossessionati dagli stessi sentimenti, dagli stessi ricordi. Dopo quell’incontro Arthur si convince che “di tutto quello che gli era successo nella vita, non gli si poteva attribuire alcuna colpa. Perchè non agiva mai e non aveva mai agito, in base alla sua volontà. Una forza oscura l’aveva spinto da un posto all’altro. Tutto era oscuro e senza nome, ed egli camminava nell’oscurità”. E poi arriva la notte e un cocktail dopo l’altro con una donna che diventa compagna di solitudini e seduzioni. “La notte era una massa solida, lungo la quale avanzavano temerariamente”. Il romanzo di John Williams è un’opera ossessiva, seducente, che colora la mente di immagini ed evoca i ‘Racconti dell’età del jazz’ di Francis Scott Fitzgerald.

Lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk, scomparso pochi mesi fa all’età di 83 anni, con ‘Sazio di giorni’ elabora invece una profonda riflessione sulla morte e sull’essenza dell’arte, consegnando alle parole del pittore Orlov il proprio testamento letterario. Il libro è un concentrato di saggezza. “Dipingo per comprendere la vita dipinta, per portare a galla la verità nascosta dello spettatore nell’opera, e per fondermi con la morte”. Orlov dipinge i morti su commissione. “Loro non vedono il mio lavoro e non si lamentano”. E poi, dice Orlov, “anche Leonardo e Rembrandt hanno imparato a dipingere i morti per sapere di cosa è composta la vita; la morte devi conoscerla quando sei ancora vivo, non quando è ormai troppo tardi”. In una lunga notte di lavoro, dipingendo il cadavere di un uomo davanti alla vedova, Magda, donna affascinante ed enigmatica, Orlov ripercorre le questioni irrisolte che hanno segnato la sua esistenza. Anche in questo romanzo, come in quello di John Williams, risplende il dialogo padre-figlio. “Con una mano come la tua potevi essere un pittore di successo – gli dice il figlio Omri- ma hai scelto di non considerare l’opinione della maggioranza, nel timore che non capissero la tua verità assoluta. Hai scelto di stare nella vita senza vivere, come una danza senza ballerino”. Omri paragona sua padre alla ‘Crocifissione’ di Grunewald. “Lui, quel tuo Gesù, mi ha sempre ricordato te. Un ebreo sottomesso e forte, orgoglioso della disabilità che si è scelto”. E lui, Orlov, apprezza: “Mi piaceva l’ardore di mio figlio. Mi merito questa frustrata da chi mi ha sopportato per tutti questi anni”. L’altro aspetto che rende affascinante il libro è il rapporto pittura-scrittura. Il pittore che dipinge non è differente dallo scrittore che scrive. Entrambi lo fanno per comprendere la vita o la morte che li circonda. “Quando dipingo, divento quello che dipingo, sono costretto a fondermi con un’altra forma” dice Orlov. E ancora: “Ogni volta che dipingo un estraneo divento lui, cambio colore, sono un vecchio camaleonte”; “Per dipingere a volte è necessario vedere l’invisibile”; “Il bello dell’arte non è soltanto quanto sai fare, ma anche quanto avresti voluto e non hai potuto”. Tutti concetti validi anche nella scrittura. Infine, al termine di quella lunga notte, dopo aver dipinto il ritratto dell’uomo, Orlov esce di casa e si accascia su una panchina in giardino. Si nasconde sotto una pergola fiorita a osservare. Fuori la luce è abbagliante. E’ di nuovo il giorno, che prepotentemente riprende il sopravvento sulla notte.

L’arte del ritratto, Zweig dipinge a parole le vite di Nietzsche e Montaigne

di Alessandro Melia

5-portrait-of-rodo-pissarro-readingIl pittore che si appresta a dipingere un ritratto dal vivo può guardare negli occhi il suo soggetto. Ce l’ha di fronte, è un uomo o una donna, può decidere che tipo di luce usare, quale postura conferirgli, ha a disposizione una gamma di espressioni pressoché unica. Lo scrittore o il critico che si prepara a realizzare un ritratto letterario, invece, può fare affidamento solo su libri, testimonianze, ricordi della persona che intende raccontare. Può trattarsi di qualcuno morto cento o duecento anni fa e di lui o di lei non sono rimaste che poche pagine. Ma è da lì che il ritrattista letterario, figura oggi quasi estinta, dovrà scovare quel particolare che gli permetterà di eseguire la prima pennellata. Nel suo caso l’incipit del ritratto. A differenza del biografo, che si fa strada con dati oggettivi quali la situazione storica, il quadro familiare, gli studi, le opere, seguendo spesso la cronologia degli eventi, il ritrattista letterario è alla ricerca dell’azione, ambisce al dettaglio da cui sviluppare la narrazione, come avviene in un romanzo. Il suo compito è arduo. Vuole far immergere il lettore nella vita della persone, per restituirgli, da abile psicologo, le sensazioni che essi provarono. L’Italia ha avuto due maestri nell’arte del ritratto letterario: Giovanni Macchia (leggere ‘Il mito di Parigi’ o ‘Baudelaire e la poetica della malinconia’) e Pietro Citati (‘Goethe’, ‘Manzoni’, ‘Kafka’, ‘Tolstoj’, ‘Katherine Mansfield’). I loro incipit sono pennellate letterarie. Macchia su Baudelaire: “Gli autori si allontanano lentamente da noi, come le navi che osserviamo immoti dalla riva. Per Baudelaire, a chi ne segue il cammino dalla fine del secolo, la visione è rovesciata. Come in quei prodigi d’ottica che ingannano i sensi, egli si avvicina a noi mano a mano che il tempo sembra distaccarlo, e la sua figura farsi più evanescente”. Citati su Mansfield: “Tutti coloro che conobbero Katherine Mansfield negli anni della sua breve vita, ebbero l’impressione di scorgere una creatura più delicata degli altri esseri umani: una ceramica d’Oriente, che le onde dell’oceano avevano trascinato sulle rive dei nostri mari”.

Nel Novecento, però, ci fu un uomo capace di essere non solo uno straordinario ritrattista, ma anche un eccellente scrittore. Il suo nome eraStefan Zweig. Austriaco, di origine ebraica, umanista e pacifista, costretto all’esilio dall’arrivo del nazismo, Zweig fu uno dei protagonisti della cultura mitteleuropea del Primo dopoguerra. Autore di novelle di successo (‘Amok’, ‘Lettera a una sconosciuta’) si ispirò nel campo della letteratura mondiale a Balzac, Dostoevskij e Dickens, ai quali dedicò saggi e biografie. “Si sentiva attratto dalle ‘ore siderali’ della vita umana – raccontò la sua prima moglie Friderike Maria Zweig – Il suo metodo fondamentale consisteva nel rappresentare idee mediante personalità. I suoi lettori ammetteranno che i ritratti sono uguali, per completezza di particolari e per comprensione profonda, a quelli di grandi pittori”. Basta leggere poche pagine per rendersene conto. In questi giorni sono usciti due ‘ritratti’ di Stefan Zweig: ‘Il demone di Nietzsche’ (Medusa) e ‘Montaigne’ (Castelvecchi).

Il saggio dedicato a Nietzsche ha un ritmo incalzante, febbrile, demoniaco. Zweig sceglie dei colori tenui per ritrarre il pensatore tedesco in una delle camere mobiliate e povere in cui si rinchiudeva, quest’essere solo con se stesso, solo contro se stesso, “autocarnefice spietato” senza pace e senza tregua. Sono pagine in cui emerge tutta la maestria di Zweig nell’arte di dipingere a parole. Osserviamo Nietzsche mentre “si accosta con prudenza alla tavola, delicato di stomaco, esamina ogni portata perchè ogni errore nel nutrirsi gli causa violente tensioni di nervi”. Per il resto nient’altro che libri. “Tutto stretto nel cappotto, le dita gelate, i doppi occhiali per la miopia, a lungo sta seduto finchè gli occhi gli bruciano. Se il tempo è bello esce, sempre solo, mai un saluto, mai un incontro, mai un caldo nudo corpo di donna accanto al suo”. E la notte “deve fare ricorso ai sonniferi perchè se il corpo è già stanco, il cervello non si lascia calmare ma continua ad agitarsi in visioni e pensieri”. Nietzsche soffre: “I suoi nervi sono in perenne allarme, sempre vigili su torri e feritoie, fuoco di fucileria contro la sua carne”. E’ il demone della conoscenza che non gli dà tregua e colora la sua vita di tragicità, un uomo condannato a pensare senza sosta, a inseguire idee sempre nuove, a trasformarsi, e i suoi libri, come disse lui stesso, “parlano solo dei miei superamenti”. Zweig, che ammonisce coloro che “si chiedono scolasticamente che cosa voleva Nietzsche, a quale concezione filosofica tendeva. Non voleva niente, non ci sono scopi, è solo un godimento di sé, un piacere privato e individuale”, lo paragona a Van Gogh per la sua forza creatrice. “Ad Arles, Van Gogh dipinge con la stessa maniacale pienezza. Appena finisce un quadro, mentre il pennello è ancora umido, gli occhi ardenti, senza smettere, già ne comincia un altro: il demone che lo afferra per la gola non dà tregua. Ugualmente Nietzsche crea un’opera dopo l’altra. Dieci, quattordici giorni, tre settimane: tanto durano le sue ultime opere. Mai cervello fu capace di tollerare una simile tensione, la visione è già parola”.

Con ‘Montaigne‘ il discorso cambia. Scritto in un momento di profonda afflizione, costretto a lasciare l’Austria (i suoi libri sono stati bruciati dai nazisti) , ripercorrere la vita dell’autore dei ‘Saggi‘ rappresenta per Zweig la strada verso la liberazione interiore. “Montaigne è diventato per me un fratello inseparabile, un supporto, un amico, quando il suo destino è diventato disperatamente simile al nostro”. Entrambi, infatti, furono testimoni impotenti della bestialità umana e della sconfitta dell’umanesimo. Pubblicato postumo (due capitoli rimasero sulla sua scrivania), Montaigne rivela a Zweig come trovare se stessi dentro ogni cosa e a non essere turbati da ciò che è esterno. Il suo mondo è l’Io. Dice a se stesso: “Non curarti del mondo. Tu non lo puoi cambiare né migliorare. Occupati di te stesso, salva in te quello che c’è da salvare. Mentre gli altri distruggono, tu costruisci, cerca di avere buonsenso con te stesso nel pieno della follia”. Sembrerebbe una posizione egoistica, ma non è così e Zweig lo puntualizza. Montaigne “non è un misantropo né un anacoreta, ama la convivialità, viaggia continuamente, è sempre diposto a prestarsi, mai a darsi, cercando di fare la cosa più difficile al mondo: vivere se stesso, essere libero”. Per Montaigne, dunque, la vita va vissuta attivamente e chi ha letto i ‘Saggi‘, che traboccano di vita, questo lo sa. Zweig non lo ricorda, ma Nietzsche disse di Montaigne: “Per il fatto che un tal uomo abbia scritto, il piacere di vivere su questa terra è stato aumentato”. Chissà che almeno in quelle ore di lettura, chino sui libri, Nietzsche abbia trovato ristoro per la mente, in attesa che il demone tornasse a visitarlo.

In ogni libro c’è una storia che parla di noi, ma ci conosciamo come lettori?

di Alessandro Melia

libreriaOgni libro racconta una storia. Ogni storia, in modi completamente diversi, parla di noi. E’ per questo che, a volte, abbiamo la sensazione che un libro che stiamo leggendo ci stia raccontando. Quando succede, siamo avvolti da una sensazione di piacevolezza e di frequente mettiamo in atto una serie di stratagemmi per non separarci da quella storia: leggiamo lentamente, sottolineiamo le pagine del libro, ce lo portiamo dietro, lo sfogliamo, cerchiamo il più possibile di trattenere la sua essenza. Altre volte, però, accade l’opposto. Non solo la storia che stiamo leggendo non ci piace, ne siamo annoiati, disgustati, delusi, ma ci sentiamo lontanissimi dai suoi personaggi. Eppure quando abbiamo deciso di acquistarlo in libreria eravamo convinti (ci era stato detto) che ci avrebbe appassionato. Per ridurre al minimo questa possibilità è importante conoscerci come lettori. Siamo da romanzo-mattone o da racconto breve? Vogliamo essere intrattenuti o pretendiamo che l’autore ci faccia riflettere? C’è un argomento che ci interessa più di altri o lasciamo che a scegliere sia il nostro intuito? Se ognuno di noi, prima di entrare in libreria, rispondesse ad alcune di queste domande invece di seguire soltanto le classifiche di vendita, è probabile che aumenterebbe il suo grado di soddisfazione della lettura. Ciò che ci piace si annida ovunque. Bisogna solo essere capaci di scovarlo.

Personalmente le storie che preferisco sono quelle brevi o che hanno un unico protagonista. Mi piacciono i dubbi, le contraddizioni, le inquietudini. Il conflitto esistenziale. Amo la verticalità di un racconto, il tormento che non può essere eluso, le parole non dette, e voglio che ci sia spazio per le interpretazioni. Ma spero anche di apprendere qualcosa che non so, vorrei sorridere e sono attratto dalle storie in cui prorompe la caparbietà della vita. E’ seguendo questi criteri che ho deciso di leggere ‘Illmitz’ (Bompiani) di Susanna Tamaro, ‘Ci sono sorrisi…’ (Passigli editori) di Ring Lardner, ‘Declino e caduta di praticamente tutti’ (Add editore) di Will Cuppy e i racconti diVladimir Nabokov raccolti in ‘Una bellezza russa’ (Adelphi). Parto dalla fine, perché Nabokov è lo scrittore-totale e perché, come in passato fece notare Pietro Citati, “in Italia quasi nessuno lo conosce e l’unico libro che abbia raggiunto un vasto pubblico è ‘Lolita’”. I cinquantacinque racconti di ‘Una bellezza russa’ sono storie agrodolci senza messaggi da recapitare. Nabokov catapulta il lettore dentro lo scompartimento di un treno, o nella piovosa e umida Berlino, o in un palazzo sontuoso di Pietroburgo in cui risuona musica da camera, o su strade percorse da slitte. Questo è l’incipit de ‘Il Temporale’: “All’angolo di una strada di Berlino Ovest, sotto la volta di un tiglio in piena fioritura, fui avviluppato da una fragranza intensa. Banchi di nebbia salivano nel cielo notturno e, quando l’ultimo spiraglio ricolmo di stelle fu inghiottito, il vento, un fantasma cieco, coprendosi il volto con le maniche, volò in basso lungo la strada deserta”. Impossibile non desiderare di abbandonarsi a Nabokov (foto in basso).

Rimanendo in tema di racconti, quelli di Ring Lardner, scrittore americano ritenuto al livello di Fitzgerald, Faulkner, Hemingway, sono di fattura diversa, ma altrettanto eccellenti. Lardner, spiega Luca Merlini, curatore dell’edizione, ci rende testimoni della media borghesia dell’America degli anni Venti e Trenta, dai semi-illetterati giocatori di baseball alle classi popolari. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è l’esempio perfetto di ciò che accade prima di essere innamorati. Tutto comincia, appunto, con un sorriso, quello che fa una ragazza carina dalla sua Cadillac a un poliziotto addetto al traffico. Lui ne è rapito, vuole conoscerla meglio, ma è sposato e non sa come fare. Si danno appuntamento allo stesso incrocio per il lunedì successivo. Qualcosa però andrà storto. Virginia Woolf disse di Lardner: “I suoi racconti sono quanto di meglio abbia attraversato l’oceano negli ultimi anni”.

Era americano anche Will Cuppy, scrittore e giornalista, che si confinò in esilio a Long Island, scrivendo i suoi libri su piccoli cartoncini che venivano poi ricomposti da pazienti redattori. Per sedici anni, a intermittenza, lavorò a ‘Declino e caduta di praticamente tutti‘, mini biografie umoristiche sui più grandi personaggi della storia dell’umanità: da Cleopatra ad Annibale, da Luigi XIV a Cristoforo Colombo fino agli zar russi. Più che sulle loro imprese, Cuppy si concentra sulla vita privata, sulle ossessioni, i gusti, le stranezze di ognuno di loro. Così, ad esempio, Enrico VIII “era un patito di tennis e vinceva sempre perché faceva lui le regole”. Pietro il Grande, “quando non era ubriaco o non dava di matto, era una personcina a modo”. Lady Godiva “era una brava bambina a eccezione di questo alquanto fastidioso sfoggio di capelli e l’abitudine di sollevare un po’ troppo la gonna quando cantava e danzava per casa: colpa dei genitori che non la sgridavano mai per paura di inibirla e rovinarle la vita”. Mentre Cristoforo Colombo “pretendeva il dieci per cento del bottino prima di avere scoperto alcunché. Sedeva fuori dal convento La Rabida singhiozzando e dicendo che nessuno lo capiva”. Tutti aneddoti rigorosamente verificati dal coltissimo Will Cuppy.

E poi c’è Illmitz, romanzo d’esordio di Susanna Tamaro mai pubblicato prima. Rifiutato 33 anni fa da molti editori (una scelta che stupisce), l’opera è una storia di formazione di gran lunga migliore di quelle che ci vengono propinate oggi da esordienti mandati allo sbaraglio. Ed è di gran lunga migliore di ‘Va dove ti porta il cuore’. “Poeticamente non regge il confronto con Illmitz” rileva Claudio Magris. Tamaro racconta il viaggio di un venticinquenne da Roma a un paesino al confine tra Austria e Ungheria. E’ un viaggio fisico, interiore, di ricerca delle proprie radici. Tutto è equilibrato, secco, crudo. Il “malessere profondo” che affligge il protagonista è quasi tangibile, quella sensazione di smarrimento che si prova da giovani quando non si è deciso che strada prendere nella vita. Tamaro usa il flusso di coscienza per raccontare la storia del protagonista, che si definisce un “vile macinasogni”, il suo corpo è percorso da scariche elettriche e l’unica pulsione che lo domina è la distruzione. Ma in questa vita d’inquietudine, c’è un pilastro che lo sorregge: è la fidanzata Cecilia, “con le sue braccia tonde, il suo ventre immenso, con il silenzio promettente della sua carnalità”, l’unica persona in grado di scalfire la sua solitudine. “A lei mi aggrappo come un pesce all’amo”. Il viaggio a Illmitz, “una decisione improvvisa, scelta come meta un pomeriggio di noia e depressione”, gli restituirà il piacere di godere delle piccole cose, ma soprattutto gli darà la possibilità di riflettere e comprendere per la prima volta il suo percorso. Fino alla rivelazione finale.

Camus e Frisch, tentativi di rivolta contro l’insensatezza dell’esistenza

di Alessandro Melia

Nell’ottobre del 1942, in Francia, la casa editrice Gallimard pubblica un saggio. Si intitola ‘Il mito di Sisifo’ e parla di un certo male dello spirito, un sofferenza di vivere, chiamato l’assurdo. A quanto pare si tratta dello stesso morbo che ha colpito Meursault, il protagonista del romanzo ‘Lo Straniero’, uscito tre mesi prima e scritto dallo stesso autore, che sta per compiere trent’anni: Albert Camus. Ma cos’è l’assurdo? Difficile dirlo con esattezza. E’ più una sensazione, è l’impotenza della vita, quella che prova l’uomo nel rapporto con il mondo, che non può essere spiegato. Messo di fronte alla propria condizione mortale, privato di qualsiasi speranza (ma non per questo disperato), l’uomo vive questa condizione assurda e si trova davanti a un dilemma: giudicare se la vita valga o no la pena di essere vissuta. E’ per questo che il suicidio è “il solo problema filosofico veramente serio”. Chi sceglie di suicidarsi risolve l’assurdo, perché lo trascina nella morte. Ma chi agisce all’opposto, invece, e accetta il suo destino di condannato a morte, si rivolta, passa all’azione e così facendo dà alla vita il suo valore. Ed è qui che entra in gioco Sisifo. Come l’eroe mitologico condannato dagli dèi a spingere per sempre un masso sulla cima di una montagna, che poi rotola giù a valle, così l’uomo, conscio del suo destino, lotta ogni giorno verso la cima. E questa lotta, scrive Camus, “basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Questa lunga premessa è per me necessaria se si vuole capire fino in fondo ‘Il Silenzio. Un racconto dalla montagna’, un testo giovanile finora inedito di Max Frisch pubblicato oggi con merito dall’editore Del Vecchio. Lo scrittore svizzero lo scrisse nel 1937, quindi cinque anni prima del Sisifo di Camus, ma in pieno esistenzialismo (sulla scena dominano i filosofi Heidegger, Jaspers, Sartre, Marcel), e coincise con la decisione di Frisch di iniziare una nuova vita nel segno dell’architettura. Il protagonista, Balz Leuthold, alla vigilia del suo trentesimo compleanno, si rende conto di non aver realizzato nulla per non essere quella persona ordinaria che tanto disprezza. Sa che il passato non si può rettificare e che ogni giorno “bisogna comunque alzarsi, intraprendere un cammino senza via, senza fede e senza meta, senza senso, senza niente, senza vocazione, e solo per farsi vecchi, sempre più vecchi e sperduti”. C’è solo una cosa che si può fare: passare all’azione. “A un certo punto bisogna osare, grandi gesta o morte, perché una vita così lui non può e non vuole sopportarla”. Ecco il parallelismo con il mito di Sisifo. Camus scrive: “Viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l’azione. Ciò si chiama diventare un uomo. Questi strappi sono sempre terribili, ma per un cuore fiero non può esservi via di mezzo”. Ecco la rivolta alla condizione assurda. La felicità di Sisifo sta nel fatto che il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Per Balz Leuthold l’azione si chiama scalare la Cresta Nord dell’Eiger, anche a costo della vita. E di fronte alla possibilità di non riuscire nell’impresa, e quindi di morire, parlerà il Silenzio. Stupisce come Frisch, all’epoca appena venticinquenne, abbia centrato il tema sul senso della vita meglio di tanti filosofi. Giunto in montagna, però, Balz Leuthold incontra una giovane straniera, Irene, “che lo guarda e lo vede come nessuno fino ad allora lo ha mai guardato e visto”. Una donna capace di scombinare i suoi piani. Irene è allegra, sana, solare “una donna che non vive nei pensieri, ma nei contesti”. Quando lei viene a sapere che lui vuole scalare la Cresta Nord, gli chiede: “A che scopo?”. Lui non risponde. Si irrita, pensa che non esista una domanda più scortese di quella. E poi che significa a che scopo? Qualcosa l’uomo dovrà pur fare, “o deve stare lì tutta la vita a fissare il vuoto? Tenersi occupati è tutto”. Lei intuisce le sue intenzioni, si rende conto che “vive più infelicemente del necessario”e gli chiede di poter andare con lui. Raccontare oltre toglierebbe il piacere di seguire le orme di Balz e Irene verso la cima della montagna. Vi basti sapere che a un certo punto Frisch si chiede e chiede a noi lettori: “Perché non seguiamo i nostri desideri? Perché quando sappiamo che sono più veri e più ricchi e più belli di tutto ciò che ci blocca, ciò che viene chiamato morale, virtù, fedeltà che non è vita, perché non ce ne liberiamo?”.

A. CamusLeggere questo testo di Frisch, al di là del piacere della storia, ci consente inoltre di riprendere contatto con gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, quando le domande sull’essere e sull’esistere venivano messe in relazione al nichilismo. Nessuno meglio di Albert Camus è riuscito in questo intento. Camus scriveva per essere letto e compreso. Ce lo ricorda Michel Onfray nell’oceanica ed emozionante biografia filosofica ‘L’ordine libertario’(Ponte alle Grazie) che l’autore del noto ‘Trattato di ateologia’ gli ha dedicato. In un’intervista del 1945 Camus disse: “Io non sono un filosofo, quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella ragione”. All’opposto c’è Jean-Paul Sartre. “’L’essere e il nulla’ diventa un best seller – scrive Onfray – ma chi può credere che le seicento pagine di questo ‘saggio di ontologia fenomenologica’ (è il sottotitolo) siano state pazientemente lette, assimilate e comprese dalla fauna che viveva i momenti d’oro dei locali tra alcol, jazz, rock acrobatico, tabacco e rimorchio?”. Camus parla in prima persona, come Marco Aurelio, Montaigne, Pascal, Rousseau, Kirkegaard e Nietzsche. E’ un edonista, libertario, anarchico, ostile a ogni totalitarismo. “Abitualmente in materia di filosofia è la ragione che detta legge; alla ragione, però, Camus preferisce la sensazione, l’emozione. Normalmente la filosofia ricorre al sillogismo, alla dialettica, al ragionamento; Camus opta per la prosa poetica, per il racconto romanzesco, per il dialogo teatrale”. Tra i ventisei e i trent’anni realizza ‘Lo Straniero’, ‘Il mito di Sisifo’ e ‘Caligola’, tre capolavori nei loro rispettivi generi. Poi arriveranno ‘La peste’, ‘La caduta’ e ‘L’uomo in rivolta’. Lette oggi le opere di Camus sono di sorprendente attualità. I suoi tentativi di rivolta sembrano fatti su misura per l’uomo di ogni epoca. Un modello di vita e di pensiero.

La ‘bambola’ di Kokoschka, simulacro dell’ossessione amorosa

di Alessandro Melia

Nell’età moderna i medici consideravano il ‘mal d’amore’ una malattia grave, che poteva portare a forme incurabili di insonnia, cecità e demenza. Più avanti, agli inizi del Novecento, quando l’inconscio prese il sopravvento e scrittori, pittori e musicisti non facevano altro che scandagliare e dare spazio ai loro tumulti interiori, la diagnosi si trasformò in nevrastenia. I sintomi erano debolezza, ipereccitabilità, dimagrimento, melanconia. I pazienti più gravi venivano spediti in sanatorio per rilassarsi con bagni e lunghe passeggiate all’aria aperta. Oggi di ‘mal d’amore’ si parla in termini di dipendenza affettiva, che a volte può sfociare in disturbi ossessivi, fino ai casi di stalking. L’antropologa statunitense, Helen Fisher, dopo aver condotto lunghi studi, ha spiegato che “l’amore crea una vera e propria dipendenza e quando una relazione finisce, gli innamorati, proprio come i tossicodipendenti, spesso giungono a comportamenti estremi, talvolta degradanti o pericolosi, pur di riconquistare la persona amata”.

la sposa nel ventoBannernewsletter_ThumbProprio come avvenne per il pittore espressionista Oskar Kokoschka, talmente ossessionato dalla fine della relazione con Alma Mahler da decidere di farsi confezionare una bambola al naturale con le fattezze dell’amata. A ricordare la vicenda è Andrea Camillerinel suo ultimo libro ‘La creatura del desiderio’ (Skira). Per farcela apprezzare di più, Camilleri nel capitolo d’apertura ricorda alcuni esempi di simulacri, come la copia perfetta di Elena (che nemmeno Menelao riconosce quando va a riprendersela a Troia) raccontata da Euripide nella tragicommedia ispirata alla Palinodia del poeta Stesicoro. O come la favola di Pigmalione, che vive con un perfetto femminino in avorio e supplica la dea Venere di animarlo. Ma la bambola di Kokoschka non ha bisogno che parli, perché la sua amata Alma da sempre parla ‘in’ lui. “Le lettere in cui il pittore dà istruzioni alla fabbricante circa questa sua muta compagna– scriverà Mario Praz- contengono le più pazze pagine che mai si siano conosciute in epistolario d’artista”. Ma facciamo un passo indietro. Oskar Kokoschka conobbe Alma Mahler, che aveva alcuni anni più di lui, poco tempo dopo essere rimasta vedova del compositore Gustav Mahler. Era una donna irresistibile, esperta, dotata di grande intelligenza, ma soprattutto magnetizzata dall’amore degli artisti, al quale sapeva stimolare l’inconscio oltre ogni limite. Pretendeva di essere la loro musa ispiratrice. La relazione con Kokoschka durerà circa tre anni. Legati da una passione carnale, Oskar era ossessionato dal corpo di Alma. Lo disegnava di continuo, centinaia di volte, ogni opera era dedicata a lei. Il suo quadro più famoso, ‘La sposa nel vento’, rappresenta Kokoschka e Alma sdraiati in una barca alla deriva in mezzo all’oceano. Lei dorme tranquilla, mentre lui è agitato, sospeso rigidamente accanto a lei. Proprio come nella vita. Sarà il poeta George Trakl a dare il nome al quadro mentre compone la lirica intitolata ‘La notte’: “Oltre nere scogliere / Precipita ebbra di morte / L’ardente sposa nel vento”. Kokoschka le scriverà oltre quattrocento lettere, chiedendole di sposarlo. “Oskar pretende che nel crogiolo della loro passione avvenga una sorta di rinascita, di rigenerazione in seguito alla quale due esseri umani abbiano cuore e cervello in comune, nutrendo così gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti” racconta Camilleri. Kokoschka è assalito dalla gelosia, anche del marito defunto. Non vuole che Alma porti in casa il busto di Gustav Mahler, ma quando arriva una cassetta e Oskar si ritrova tra le mani la maschera mortuaria di Mahler, la distrugge. Per tutta risposta Alma si reca in una clinica di Vienna e abortisce il loro figlio. Fu l’inizio della fine della loro relazione.

A. MahlerNella biografia ‘La mia vita’ (Castelvecchi), Alma Mahler dirà: “I tre anni con lui furono tutta una lotta amorosa selvaggia e violenta. Prima non avevo mai gustato tanti spasimi, tanto inferno, tanto paradiso”. Camilleri richiama un modo di dire popolare per indicare questa situazione passionale: “entrare nel sangue”. Alma era entrata nel sangue di Kokoschka come una potente droga. Ma per Alma è normale che sia così, convinta che colui che accetta le torture della sua passione non sia altro che vittima di se stesso. Ha un proverbio preferito: “Il colpevole non è l’assassino, ma l’assassinato”, che diventerà il titolo di un romanzo di Franz Werfel, suo terzo marito dopo Gustav Mahler e l’architetto Walter Gropius. Il libro di Camilleri, quindi, ci permette di ragionare sulle relazioni amorose che possono trasformarsi in violenze passionali, di cui oggi le cronache sono piene. Dietro ogni storia si nascondono accordi interni tra i due amanti di cui il più delle volte non siamo a conoscenza. Franz Kafka, nelle lettere indirizzate a Milena Jesenka, “una giovane ceca che conduceva una vita triste accanto a un marito torturatore” (racconta Pietro Citati) le scrive che la sola cosa di cui lei si fosse innamorata era l’angoscia, la sua parte migliore. Sorprende che Kokoschka, proprio come Kafka, usi l’immagine del ‘coltello’. Per Kafka, Milena è “il coltello col quale frugo dentro me stesso”. Kokoschka, invece, vorrebbe usarlo su Alma “per raschiare via dalla mente le idee malevole che altri hanno di me”. Ma torniamo alla bambola. Kokoschka la commissiona a un’artigiana di Monaco di Baviera, Hermine Moss. Per quasi un anno le invierà disegni e istruzioni su come realizzarla. Dal colore della parrucca fino alle caviglie, tutto deve essere uguale ad Alma. Anche le parti intime “devono essere voluttuose, ricoperte di peli, altrimenti non sarà una donna, ma un mostro“. Quando la bambola arriva Kokoschka non la tiene nascosta, ma la esibisce, la veste con indumenti intimi facendosi aiutare da Hulda, la cameriera. Non sappiamo quanto tempo Kokoschka trascorrerà in compagnia della finta Alma, né come si svolsero i fatti “che si conclusero drammaticamente con la sua uccisione“. La bambola verrà ritrovata in giardino, decapitata e impregnata di vino rosso.