di Alessandro Melia
Nel pieno della maturità, Auguste Rodin lavorò incessantemente a una serie di opere dedicate alle figure degli amanti (‘Amore e Psiche’, ‘Paolo e Francesca’, ‘Venere e Adone’, ‘La terra e la luna’). Una di queste, ‘Il giorno e la notte’, che lo scultore parigino terminò nel 1909, raffigura un uomo e una donna, l’uno addormentato sull’altra, il giorno che si piega alla notte, il volto di lui che nasconde quello di lei. L’opera, in chi la guarda, sprigiona una forza ancora più forte perchè Rodin lascia intorno agli amanti il marmo non lavorato, cosicché si ha la sensazione che i due spuntino dalla pietra che li contiene, da cui non possono staccarsi.
Arthur, il giovane borghese della California di ‘Nulla, solo la notte’ (Fazi editore) di John Williams, dopo essersi svegliato, pensa che “il mattino ha qualcosa di osceno, come se ogni giorno il tempo si levasse da un sepolcro notturno per tornare ad affliggere la terra”. Orlov, il vecchio pittore che di notte viene chiamato per dipingere il cadavere di un misterioso uomo, al centro del romanzo breve ‘Sazio di giorni’ (La Giuntina) di Yoram Kaniuk, sostiene che “le opere d’arte sono tempeste eterne incatenate. Salti mortali dentro gabbie di ordine”. In entrambi i testi, il giorno e la notte si fanno largo nelle vite di Arthur e Orlov come amanti irrequieti, capaci di mutare l’umore dei protagonisti e la percezione della vita esterna.
‘Nulla, solo la notte’ è l’esordio letterario di John Williams, scrittore morto nel 1994 a 71 anni. Per lui la ribalta internazionale arriverà solo nel 2006, grazie alla riabilitazione della New York Review of Books Classics di ‘Stoner’, romanzo pubblicato nel 1965 ma uscito in Italia, sempre per Fazi, nel 2012 e diventato in poco tempo un bestseller. Per il suo debutto John Williams sceglie di raccontare la giornata del giovane Arthur Maxley, disseminata di pensieri, visioni, ricordi, bevute continue. “Come un medico che vede la malattia strisciare sul proprio corpo e non fa nulla per arrestarla, a volte si osservava, mentre restava seduto a ricordare”. Arthur sa che deve trovare qualcosa da fare, non può rimanere nella sua stanza “sporca e disordinata come la mia anima”. Ma una lettera del padre, uomo d’affari sempre in giro per continenti, rompe quella monotonia (“Quella lettera, come una chiave gigantesca, aveva aperto la diga”) e Arthur si ritrova costretto ad affrontare il mostro dell’infanzia: “Aveva visto suo padre e sua madre l’uno davanti all’altra, aveva visto la ricostruzione di quella cosa terribile che non sarebbe mai riuscito a espellere dagli anfratti più oscuri della sua mente”. Il dialogo tra Arthur e suo padre è la parte migliore del romanzo. John Williams, come un chirurgo, fa emergere le parole che non si trovano e quelle che non si vogliono dire, gli sguardi imbarazzati, l’essere vulnerabili, nudi, fragili di fronte a chi ci ha dato la vita ma non ci conosce, e poi la scoperta inattesa di essere simili, ossessionati dagli stessi sentimenti, dagli stessi ricordi. Dopo quell’incontro Arthur si convince che “di tutto quello che gli era successo nella vita, non gli si poteva attribuire alcuna colpa. Perchè non agiva mai e non aveva mai agito, in base alla sua volontà. Una forza oscura l’aveva spinto da un posto all’altro. Tutto era oscuro e senza nome, ed egli camminava nell’oscurità”. E poi arriva la notte e un cocktail dopo l’altro con una donna che diventa compagna di solitudini e seduzioni. “La notte era una massa solida, lungo la quale avanzavano temerariamente”. Il romanzo di John Williams è un’opera ossessiva, seducente, che colora la mente di immagini ed evoca i ‘Racconti dell’età del jazz’ di Francis Scott Fitzgerald.
Lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk, scomparso pochi mesi fa all’età di 83 anni, con ‘Sazio di giorni’ elabora invece una profonda riflessione sulla morte e sull’essenza dell’arte, consegnando alle parole del pittore Orlov il proprio testamento letterario. Il libro è un concentrato di saggezza. “Dipingo per comprendere la vita dipinta, per portare a galla la verità nascosta dello spettatore nell’opera, e per fondermi con la morte”. Orlov dipinge i morti su commissione. “Loro non vedono il mio lavoro e non si lamentano”. E poi, dice Orlov, “anche Leonardo e Rembrandt hanno imparato a dipingere i morti per sapere di cosa è composta la vita; la morte devi conoscerla quando sei ancora vivo, non quando è ormai troppo tardi”. In una lunga notte di lavoro, dipingendo il cadavere di un uomo davanti alla vedova, Magda, donna affascinante ed enigmatica, Orlov ripercorre le questioni irrisolte che hanno segnato la sua esistenza. Anche in questo romanzo, come in quello di John Williams, risplende il dialogo padre-figlio. “Con una mano come la tua potevi essere un pittore di successo – gli dice il figlio Omri- ma hai scelto di non considerare l’opinione della maggioranza, nel timore che non capissero la tua verità assoluta. Hai scelto di stare nella vita senza vivere, come una danza senza ballerino”. Omri paragona sua padre alla ‘Crocifissione’ di Grunewald. “Lui, quel tuo Gesù, mi ha sempre ricordato te. Un ebreo sottomesso e forte, orgoglioso della disabilità che si è scelto”. E lui, Orlov, apprezza: “Mi piaceva l’ardore di mio figlio. Mi merito questa frustrata da chi mi ha sopportato per tutti questi anni”. L’altro aspetto che rende affascinante il libro è il rapporto pittura-scrittura. Il pittore che dipinge non è differente dallo scrittore che scrive. Entrambi lo fanno per comprendere la vita o la morte che li circonda. “Quando dipingo, divento quello che dipingo, sono costretto a fondermi con un’altra forma” dice Orlov. E ancora: “Ogni volta che dipingo un estraneo divento lui, cambio colore, sono un vecchio camaleonte”; “Per dipingere a volte è necessario vedere l’invisibile”; “Il bello dell’arte non è soltanto quanto sai fare, ma anche quanto avresti voluto e non hai potuto”. Tutti concetti validi anche nella scrittura. Infine, al termine di quella lunga notte, dopo aver dipinto il ritratto dell’uomo, Orlov esce di casa e si accascia su una panchina in giardino. Si nasconde sotto una pergola fiorita a osservare. Fuori la luce è abbagliante. E’ di nuovo il giorno, che prepotentemente riprende il sopravvento sulla notte.


Nella biografia ‘La mia vita’ (Castelvecchi), Alma Mahler dirà: “I tre anni con lui furono tutta una lotta amorosa selvaggia e violenta. Prima non avevo mai gustato tanti spasimi, tanto inferno, tanto paradiso”. Camilleri richiama un modo di dire popolare per indicare questa situazione passionale: “entrare nel sangue”. Alma era entrata nel sangue di Kokoschka come una potente droga. Ma per Alma è normale che sia così, convinta che colui che accetta le torture della sua passione non sia altro che vittima di se stesso. Ha un proverbio preferito: “Il colpevole non è l’assassino, ma l’assassinato”, che diventerà il titolo di un romanzo di Franz Werfel, suo terzo marito dopo Gustav Mahler e l’architetto Walter Gropius. Il libro di Camilleri, quindi, ci permette di ragionare sulle relazioni amorose che possono trasformarsi in violenze passionali, di cui oggi le cronache sono piene. Dietro ogni storia si nascondono accordi interni tra i due amanti di cui il più delle volte non siamo a conoscenza. Franz Kafka, nelle lettere indirizzate a Milena Jesenka, “una giovane ceca che conduceva una vita triste accanto a un marito torturatore” (racconta Pietro Citati) le scrive che la sola cosa di cui lei si fosse innamorata era l’angoscia, la sua parte migliore. Sorprende che Kokoschka, proprio come Kafka, usi l’immagine del ‘coltello’. Per Kafka, Milena è “il coltello col quale frugo dentro me stesso”. Kokoschka, invece, vorrebbe usarlo su Alma “per raschiare via dalla mente le idee malevole che altri hanno di me”. Ma torniamo alla bambola. Kokoschka la commissiona a un’artigiana di Monaco di Baviera, Hermine Moss. Per quasi un anno le invierà disegni e istruzioni su come realizzarla. Dal colore della parrucca fino alle caviglie, tutto deve essere uguale ad Alma. Anche le parti intime “devono essere voluttuose, ricoperte di peli, altrimenti non sarà una donna, ma un mostro“. Quando la bambola arriva Kokoschka non la tiene nascosta, ma la esibisce, la veste con indumenti intimi facendosi aiutare da Hulda, la cameriera. Non sappiamo quanto tempo Kokoschka trascorrerà in compagnia della finta Alma, né come si svolsero i fatti “che si conclusero drammaticamente con la sua uccisione“. La bambola verrà ritrovata in giardino, decapitata e impregnata di vino rosso.